Rinunciare a Lampedusa ?
I giovanottoni tunisini sdraiati anzi stravaccati sulle banchine di Lampedusa sono ormai 5.000, pari ai residenti italiani dell’isola.
Farli venire in Italia per nave o aereo, per distribuirli nelle varie Regioni, come esorta il Presidente Napolitano, costerebbe molto di più che offrire ospitalità, anzi insediamento, ai 5000 residenti italiani, considerandoli come profughi, bisognosi di aiuto per l’integrazione, come è stato fatto con i profughi istriani e dalmati all’epoca delle foibe del Maresciallo Tito.
I Lampedusani italiani potrebbero infatti venire accolti ed inseriti in varie realtà italiane come le isole di Asinara, Ventotene o Giannutri oppure le zone turistiche del Lago di Garda, della Versilia e delle riviere veneto-romagnole, peraltro senza creare problemi di ordine pubblico, assistenza sociale, sanitaria e pensionistica in quanto già Italiani, con relative tessere sanitarie, codice fiscale, versamenti di contributi INPS, patente, casellario giudiziario, ecc. . Né vi sarebbero problemi di inserimento scolastico per i loro figli, parlanti italiano sin dalla nascita.
Già la Francia nel 1962 alla fine della guerra d’Algeria accolse un milione di profughi “pieds-noirs” che si inserirono egregiamente nel tessuto socio-economico nazionale.
Anche nella Storia passata quando una “potenza” non è stata più in grado di difendere dei territori “avanzati”rispetto alla madrepatria, vi ha rinunziato per convenienza economica o politica.
Dall’impero bizantino, che sopravisse mille anni cedendo gradatamente territori ai barbari del Nord (Attila ecc.) o agli invasori del Sud (Arabi, Persiani, Turchi, ecc.) , alla Repubblica di Venezia che nel Sei-Settecento cedette gradualmente tutti i possedimenti dell’Egeo, pur continuando a vivere con il Carnevale e con le commedie di Goldoni, come l’Inghilterra che si ritirò da Cipro, dal Sudafrica e da Hong Kong, continuando ad incrementare il proprio PIL, pur se divenuta una Potenza di medio livello.
D’altronde Lampedusa NON appartiene alla regione geografica Italica, bensì alla regione africana, con conseguente maggior vicinanza alle coste tunisine e libiche, che ne fa un facile bersaglio per azioni belliche, con missili o sbarchi, da parte di Tunisia e Libia, che non sappiamo da che regimi saranno governate nei prossimi anni.
Una immediata “devoluzione” delle Isole Pelagie sarebbe forse possibile sia verso la “bellicosa” Francia di Sarkozy e di Marina Le Pen (in testa ai sondaggi delle prossime presidenziali), sia verso l’America di Obama, che vanta ultradecennale esperienza di gestione di avamposti in mezzo a territori “nemici” come Guantanamo a Cuba o Taiwan nel Mar Cinese o gli staterelli del Golfo Persico. E se nessuno dei nostri attuali alleati la vogliono, basta cederla alla Tunisia, così i giovanottoni tunisini che adesso protestano contro l’Italia perché non dà loro un adeguato menu turistico o non invia gli idraulici ad aggiustare le toilettes che loro stessi hanno manomesso, potrebbero darsi da fare per ricostruire il loro Paese (la Tunisia) uscito da una dittatura e da una guerra civile, come i nostri Padri (De Gasperi, Nenni, Pertini, Togliatti, ecc.) hanno fatto dal 25 aprile 1945 in poi, determinando il “miracolo italiano”, con una Costituzione basata sul Lavoro (art.1 e art.4), valore che anche i giovanottoni magrebini o africani dovranno apprendere se vorranno cambiare la loro esistenza.
E se vi saranno degli Italiani che vogliono praticare il “buonismo” verso gli stranieri (invece che verso i poveri del nostro Paese) potranno sempre far pervenire le loro offerte ai nuovi Lampedusani magrebini o africani, tramite le varie Onlus internazionali, così potranno andare in Paradiso nell’Aldilà, senza obbligare i vecchi Lampedusani (italiani) a vivere nell’Inferno, nell’ Aldiquà.
UZ , Arbizzano (Verona).
sinceramente trovo la proposta assolutamente non condivisibile, ed inoltre l'esposizione ha diverse lacune che potrebbero, una volta sanate, far cambiare completamente il punto di vista di chi legge;
RispondiEliminain primis c'è da considerare l'aspetto pratico, e cioè che che l'isola di Lampedusa con la sua semplice presenza aumenta e di parecchio le zone dove i pescherecci italiani possono navigare, per non parlare delle zone che potrebbero essere interessate da attività di estrazione petrolifera tramite piattaforme; rinunciando all'isola si dovrebbe trovare una soluzione per i pescatori che inevitabilmente perderebbero il loro lavoro, ed inoltre sarebbe comunque ridimensionata (nuovamente) l'importanza strategica dell'Italia nel canale di Sicilia;
i casi citati, di stati che avrebbero rinunciato spontaneamente (il condizionale è d'obbligo) riguarda tempi storici e modalità diverse; nei secoli scorsi una moltitudine di persone alle frontiere aveva un peso estremamente piu' rilevante rispetto ad oggi, se non altro per il livello tecnologico degli strumenti di guerra, è cioè magari 20.000 persone potevano essere un forte incentivo quando si combatteva corpo a corpo, ma oggi 20.000 persone di fronte ad un solo aereo contano poco o nulla, questo non vuol dire che dovremmo bombardarli, ma semplicemente che non abbiamo il minimo motivo per cedere una parte del territorio. l'immagine che ne daremmo sarebbe quella di una nazione sconfitta dall'armata brancaleone e non è difficile immaginare che alcuni dei nostri "alleati" non aspettino altro per irriderci ancora di piu'.
Piuttosto chiediamoci perchè nei giorni scorsi una carretta del mare carica di eritrei sia partita da Alessandria D'Egitto, sia passata tra Cipro e la Grecia (quindi due nazioni europee distanti poche miglia nautiche dalla sua rotta) ma abbia preferito continuare per 1/2 giorni la navigazione ed arrivare in Sicilia... perchè? forse perchè sanno che siamo disposti a svendere o a regalare la nostra nazione al primo arrivato com questa lettera suggerisce?
bè, a me nons ta bene, e posso affermarlo in piena serenità ed è facile intuire che questi sentori siano frutto di uno scellerato 8 settembre di tanti anni fa, quando lo spirito nazionale e nazionalista ha iniziato ad essere smantellato pezzo per pezzo in un processo che continua tutt'ora.
una frase di Junio Valerio Borghese definisce molto bene questa piaga che continua a rinnovarsi in seno alla nazione:
« In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà. La resa ed il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo. »