giovedì 31 marzo 2011

Lettera Politica 243

Ritorno al Medioevo
Ora che il sisma nipponico ha dimostrato la pericolosità dell’energia nucleare e che l’instabilità politica in Medio Oriente potrebbe ridurre drammaticamente le forniture di greggio, alcuni fini pensatori nostrani hanno trovato una soluzione semplice e inequivocabile per risolvere il gap fra il crescente fabbisogno energetico e la disponibilità di energia a basso prezzo: si deve eliminare il bisogno di energia.
Basta con i frigoriferi, la luce elettrica, le macchine! Torniamo alle ghiacciaie, alle candele, alle carrozze, ai cavalli che con il prodotto dei loro corpi aromatizzano l’aria putrida e irrespirabile delle nostre città e ammorbidiscono il manto stradale.
Torniamo al carbone, torniamo alla legna, torniamo a convivere col freddo. Torniamo a morire di polmonite, di tubercolosi, di tutte quelle splendide malattie che rendevano tanto gloriosa la vita dei tempi andati.
Basta vivere nei palazzi, basta vivere nelle città. Si deve tornare sui cocuzzoli dei monti, si deve tornare nelle paludi, magari si deve reintrodurre la malaria per decreto. Così lo sciagurato che scampa  alla pellagra e alla tubercolosi, si becca la sua bella malaria e crepa bello e felice.
Questo è il mondo che preparano i Celentano, i Beppe Grillo, i nemici del nucleare e i promotori delle energie cosiddette pulite. Se gli italiani sono pronti a vivere un medioevo postmoderno, il partito degli indignati permanenti si è già attivato per crearlo.
Chi vuole continuare a vivere nella modernità deve dire no a questi cattivi maestri. In mano loro il paese non ha futuro.
 
Dr. Riccardo Pelizzo, M.A., Ph.D.

domenica 27 marzo 2011

Lettera Verona 13/2011

Ri-qualificare la figura del netturbino

Non è la prima volta che ci occupiamo di nettezza urbana, convinti che un ambiente più pulito e curato favorisca comportamenti più civili, mentre una città sporca e disordinata è terreno di coltura di degrado e delinquenza.
Per avere una città ordinata e pulita concorrono due fattori: la cultura dei suoi abitanti e l’amministrazione comunale.
Il primo fattore è qualcosa che si è sedimentato nel corso dei secoli, è il frutto dei costumi e della mentalità dei cittadini che li porta ad avere un comportamento piuttosto che un altro, per cui anche nei piccoli atti quotidiani rispettano l’ambiente e gli altri. Oppure tutto il contrario.
Il secondo, l’amministrazione, oltre che promuovere il senso civico con campagne di informazione ed educazione ha il compito di mettere a frutto i comportamenti positivi, rendendoli punti di forza della città, ma anche di sanzionare quelli negativi.
Sappiamo quanto il problema dei rifiuti incida sull’ambiente e sui conti, pubblici e privati, e come la collaborazione dei cittadini sia determinante. Di progressi in questo campo Verona ne ha fatti, tuttavia ci sono ancora delle pecche. La raccolta differenziata è fatta a metà e molti per ignoranza o semplice maleducazione non fanno il minimo sforzo per rispettare l’ambiente e tener pulita la città.
In questo caso dovrebbe scattare la sanzione, per scoraggiare i comportamenti scorretti. Né più né meno di quanto viene fatto per la circolazione. Ma mentre per questa ci sono i vigili, non c’è una figura preposta a controllare e sanzionare chi sporca o non osserva le norme di raccolta.
Eppure basterebbe riqualificare il ruolo dei netturbini, la cui funzione è sottovalutata, ma molto più importante di quel che si pensi. Se venisse conferito loro –dopo adeguata preparazione- il compito, non solo di pulire le strade, ma anche di prevenire che esse vengano sporcate, controllando e intervenendo sui maleducati, tutti ne trarremmo un beneficio.
Bisogna trasformare i netturbini in veri operatori ecologici, con la possibilità di fare la multa a chi sporca. Con i soldi delle multe date a chi si comporta scorrettamente si potrebbe retribuire meglio questa categoria a fronte dei nuovi compiti ed il ruolo dell’operatore ecologico verrebbe riqualificato non solo di nome ma di fatto, mettendolo al centro del progetto di una Verona pulita e ancora più bella.

Leonardo Ferrari

sabato 26 marzo 2011

Proposta di un nostro lettore

Rinunciare  a  Lampedusa ?
I giovanottoni tunisini sdraiati anzi stravaccati sulle banchine di Lampedusa sono ormai 5.000, pari ai residenti italiani dell’isola.
Farli venire in Italia per nave o aereo, per distribuirli nelle varie Regioni, come esorta il Presidente Napolitano,  costerebbe molto di più che offrire ospitalità, anzi insediamento, ai 5000 residenti italiani, considerandoli come profughi, bisognosi di aiuto per l’integrazione, come è stato fatto con i profughi istriani e dalmati all’epoca delle foibe del Maresciallo Tito.
I Lampedusani italiani potrebbero infatti venire accolti ed inseriti in varie realtà italiane come le isole di Asinara, Ventotene o Giannutri oppure le zone turistiche del Lago di Garda, della Versilia e delle riviere veneto-romagnole, peraltro senza creare problemi di ordine pubblico, assistenza sociale, sanitaria e pensionistica in quanto già Italiani, con relative tessere sanitarie, codice fiscale, versamenti di contributi INPS, patente, casellario giudiziario, ecc. . Né vi sarebbero problemi di inserimento scolastico per i loro figli, parlanti italiano sin dalla nascita.
Già la Francia nel 1962 alla fine della guerra d’Algeria accolse un milione di profughi “pieds-noirs” che si inserirono egregiamente nel tessuto socio-economico nazionale.
Anche nella Storia passata quando una “potenza” non è stata più in grado di difendere dei territori “avanzati”rispetto alla madrepatria, vi ha rinunziato per convenienza economica o politica.
Dall’impero bizantino, che sopravisse mille anni cedendo gradatamente territori ai barbari del Nord (Attila ecc.) o agli invasori del Sud (Arabi, Persiani, Turchi, ecc.) , alla Repubblica di Venezia  che nel Sei-Settecento cedette gradualmente tutti  i possedimenti dell’Egeo, pur continuando a vivere con il Carnevale e con le commedie di Goldoni, come l’Inghilterra che si ritirò da Cipro, dal Sudafrica e da Hong Kong,  continuando ad incrementare il proprio PIL, pur se divenuta una Potenza  di medio livello.
D’altronde Lampedusa NON appartiene alla regione geografica Italica, bensì alla regione africana, con conseguente maggior vicinanza alle coste tunisine e libiche, che ne fa un facile bersaglio per azioni belliche, con missili o sbarchi, da parte di Tunisia e Libia, che non sappiamo da che regimi saranno governate nei prossimi anni.
Una immediata “devoluzione” delle Isole Pelagie sarebbe forse possibile sia verso la “bellicosa” Francia di Sarkozy e di Marina Le Pen (in testa ai sondaggi delle prossime presidenziali), sia verso l’America di Obama, che vanta ultradecennale esperienza di gestione di avamposti  in mezzo a territori “nemici” come Guantanamo a Cuba o Taiwan nel Mar Cinese o gli staterelli del Golfo Persico. E se nessuno dei nostri attuali alleati la vogliono, basta cederla alla Tunisia, così i giovanottoni tunisini che adesso protestano contro l’Italia perché non dà loro un adeguato menu turistico o non invia gli idraulici ad aggiustare le toilettes che loro stessi hanno manomesso, potrebbero darsi da fare per ricostruire il loro Paese (la Tunisia) uscito da una dittatura e da una guerra civile, come i nostri Padri (De Gasperi, Nenni, Pertini, Togliatti, ecc.) hanno fatto dal 25 aprile 1945 in poi, determinando il “miracolo italiano”, con una Costituzione basata sul Lavoro (art.1 e art.4), valore che anche i giovanottoni magrebini o africani dovranno apprendere se vorranno cambiare la loro esistenza.
 E se vi saranno degli Italiani che vogliono praticare il “buonismo” verso gli stranieri (invece che verso i poveri del nostro Paese) potranno sempre far pervenire le loro offerte ai nuovi Lampedusani magrebini o africani, tramite le varie Onlus internazionali, così potranno andare in Paradiso nell’Aldilà, senza obbligare i vecchi  Lampedusani (italiani) a vivere nell’Inferno, nell’ Aldiquà.

UZ , Arbizzano (Verona).   

La Lettera Politica e le lettere dei lettori

Da oggi inizia a mettere sul blog alcune delle lettere che ci vengono inviate dai nostri lettori, sia in risposta alle Lettere Politiche che noi veniamo man mano scrivendo, sia su temi che noi non abbiamo ancora affrontato.
Speriamo, cosi' facendo, di fare una cosa gradita ai nostri lettori. Buona Lettura.

mercoledì 23 marzo 2011

Lettera Politica 242

Destra, sinistra e i vasi comunicanti.
Le categorie destra e sinistra sono ancora attuali o sono superate? La questione si ripropone ogni volta che ci si allontana dalla politica politicante per approfondire qualche idea della politica vera. Dei tentativi di superare queste categorie abbiamo già detto in precedenti “Lettere”. A volte sono frutto di snobismo, altre di sincera volontà di rompere gli schemi. Altre ancora sono il tentativo di confondere le acque per giustificare cambi di casacca.
Fatto sta che, quantomeno per intendersi, le categorie destra e sinistra sono ancora valide ed in uso. Né qualcuno ne ha proposte di migliori. Illuminanti in proposito i diversi atteggiamenti – politici, culturali, mentali- emersi a fronte della pressione immigratoria cui è sottoposta l’Europa.
Eugenio Scalfari, santone della sinistra, tira in ballo la teoria dei vasi comunicanti per spiegare l’ineluttabilità dell’invasione dell’Italia e dell’Europa da parte delle moltitudini di africani. L’applicazione che fa di quella legge fisica alla politica è elementare: come accade per i famosi vasi comunicanti, è fatale che la pressione demografica e sociale esistente in Africa, effetto dalla grande natalità e dalla povertà, trovi sbocco in Europa, dove nascono meno figli e si è più ricchi.
Il futuro dei nostri figli quindi, per lui e per chi la pensa come lui, è già scritto: sono condannati a vivere in un paese sempre più povero, sempre più meticcio, sia culturalmente sia biologicamente e dovranno condividere tutto con i nuovi arrivati dal sud del mondo. Inutile darsi pena. Inutile adottare misure di contenimento dell’ondata immigratoria. Esse, al massimo, potranno ritardare l’invasione. Ma non impedirla. E, tutto sommato, sembrano anche essere contenti.
Questa posizione è indiscutibilmente di sinistra per tutta una serie di motivi: la fede nel progresso, la concezione lineare della storia, il pauperismo e la visione messianica di una nuova era. Ma soprattutto l’aspirazione al livellamento, che l’immagine dei vasi comunicanti rende alla perfezione. Livellamento inteso non solo come superamento delle diverse condizioni economiche, come affrancamento dalla povertà e riparazione all’ingiustizia degli uomini o della natura, ma anche concepito come sparizione delle diverse identità ed aspirazione al meticciato culturale ed etnico.
Tutto, insomma, afferisce al concetto di uguaglianza, che è il crinale riconosciuto che separa destra e sinistra.
Se al contrario uno pensa che l’Europa non può accettare passivamente quell’invasione, che può farlo sia rendendo difficile l’accesso, sia rimovendo le cause della povertà, aiutando gli africani a casa loro; se uno crede che l’Europa non è finita e si vuol battere per una cultura della vita e non della morte e se vuole per i nostri figli un futuro che li veda padroni a casa loro, possibilmente con lo stesso benessere di cui abbiamo potuto godere noi, non perché qualcuno ce l’abbia regalato, ma perché frutto di quello che hanno saputo creare i nostri padri, allora questo uno è di destra. Indiscutibilmente.
Paolo Danieli

sabato 19 marzo 2011

Lettera Politica 241

Libia: la Lega sbaglia
La Lega si è dissociata dalla decisione del governo di attaccare Gheddafi. Non è la prima volta che Bossi fa di queste scelte. Lo aveva già fatto per la guerra nell’ex Yugoslavia. Lo ha ripetuto chiedendo il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan. Posizioni legittime, frutto di una visione politica che si può condividere o no. Ma secondo noi della “Lettera politica” questa volta la Lega sbaglia.
Sbaglia perché distinguendosi dalla maggioranza la indebolisce in un momento delicato e fa un regalo alla sinistra, permettendo che una decisione strategica come quella di partecipare all’attacco alla Libia di Gheddafi, venga presa grazie al consenso di buona parte dell’opposizione. Un regalo inaspettato per la sinistra nel marasma di una crisi senza precedenti. E, simmetricamente, un po’ di terra scavata sotto i piedi di Berlusconi in un periodo nero.
Sarebbe stata tutt’altra cosa se il centrodestra avesse affrontato compatto una scelta che per l’Italia è importantissima. Il distinguo di Bossi non fa presagire nulla di buono per la maggioranza che, dopo i danni fatti da Fini, si trova a gestire i nervosismi dei “responsabili” e altre fibrillazioni.
In più la posizione della Lega contraddice il suo impegno nella lotta all’immigrazione. Uno dei primi obiettivi dell’intervento italiano in Libia è quello di creare le condizioni per controllare le coste da dove partono i barconi dei migranti. L’esperienza di questi anni ci ha insegnato che solo così è possibile attuare un’efficace prevenzione deli sbarchi. L’Italia non poteva lasciarsi scappare un’occasione del genere, quantomeno per questo obiettivo.
Infine la scelta della Lega indebolisce il governo a livello internazionale. E questo è l’aspetto più grave. La real politik di Berlusconi nei confronti della Libia, volta a tutelare gli interessi economici ed energetici italiani, aveva suscitato malumori soprattutto negli Usa. D’altra parte l’Italia aveva fatto alla luce del sole quello che tutte le altre potenze europee avevano fatto sottobanco. Quando però in Libia scoppia la rivolta e la sanguinosa repressione e tutto l’Occidente prende le distanze dal “rais”, anche Berlusconi, preso atto che non sussistevano più le condizioni dell’accordo italo-libico, aderisce alla linea dura.
A questo punto l’Italia non poteva esimersi dall’esercitare il suo ruolo di stato cardine nel Mediterraneo e bene ha fatto il governo a decidere la partecipazione dell’Italia all’intervento militare. Semmai c’è da chiedersi perché l’iniziativa non l’abbiamo presa noi.
Paolo Danieli

giovedì 17 marzo 2011

Lettera Verona 12/2011

E tassiamoli ‘sti volantini!
Abbiamo già detto del problema della pubblicità senza indirizzo che infesta la città. Ma torniamo volentieri sull’argomento perché dai riscontri che abbiamo avuto dai lettori della “Lettera politica” risulta che è molto sentito. Non sarà importantissimo come quello della sicurezza, dell’economia o della salute, ma ha comunque il suo peso in quanto il degrado urbano, culla di quello umano, comincia da piccole cose e se non s’interviene subito poi succede che i problemi si accumulano e si finisce come a Napoli.
A Verona, tutto sommato, si vive bene. Anche nelle classifiche sulla vivibilità siamo in una posizione di tutto rispetto. E’ una delle città più belle d’Italia e perciò attrae turisti e si colloca al quarto posto come città più visitata. E questo a noi veronesi fa piacere. Però dobbiamo prestare attenzione a delle cose, che pur piccole, segnano l’immagine della città e conferiscono all’ambiente in cui viviamo quella qualità che, in ultima analisi, fa sì che ognuno di noi possa vivere meglio.
Queste cartacce di tutti i colori che vengono stipate nelle cassette per la posta, incastrate, accartocciate una sull’altra fino a formare un’ignobile corolla i cui petali sono destinati a cadere a terra sono causa di sporcizia. Questi volantini stampati e distribuiti per reclamizzare non so quali prodotti e attività commerciali non li legge nessuno e sembrano avere l’unica funzione di imbruttire le città, di sporcare le strade, di far perdere tempo alla gente civile che si prende la briga di gettarli via e di far sprecare la carta, con i noti danni ecologici.
Viene da chiedersi come mai, con tutte le tasse che s’inventano per tormentare chi lavora e produce, nessuno ha ancora pensato a tassare i volantini pubblicitari che infestano le nostre strade. Basterebbe stabilire che per ciascun volantino vanno pagati al comune, che ha l’onere di raccattarli da terra, 10, 20, 30 centesimi per disincentivare questa nuova forma di inquinamento.
Se non ci ha pensato nessuno, ci pensiamo noi della “Lettera politica”. Noi lanciamo l’idea. Non chiediamo “copyright”! Basta che vada in porto.
Leonardo Ferrari

martedì 15 marzo 2011

Lettera Politica 240

Verso le elezioni del 2012: in calo la popolarità di Obama
Dopo aver predetto che il Partito Democratico avrebbe pagato lo scotto dell’impopolarità del Presidente Obama, le Lettere Politiche hanno smesso di occuparsi di politica americana. Lo facciamo oggi perchè i dati raccolti dall’Istituto Gallup suggeriscono delle considerazioni piuttosto interessanti.
Innanzitutto, va ricordato che dopo la sconfitta elettorale patita dal Partito Democratico, la popolarità del Presidente Obama è cresciuta ed è rimasta per mesi su livelli più alti. L’Istituto Gallup chiede agli americani di indicare se essi approvano o meno l’operato del Presidente. Nel caso di Obama, la percentuale degli elettori che approvano il suo operato è salita dal 44 per cento registrato a Novembre al 50 per cento registrato in due rilevamenti condotti nel mese di gennaio.
La popolarità del Presidente Obama è scesa oggi al 46 per cento. La diminuzione non è dovuta alla costante ostilità che gli elettori repubblicani nutrono nei suoi confronti quanto al fatto che Obama perde consensi sia fra i democratici (dal 84 al 79 per cento di approvazioni) che fra gli indipendenti (dal 47 al 43 per cento di approvazioni).
Gli analisti dell’Istituto Gallup ritengono che questa flessione sia imputabile a tre fattori: la gestione della crisi in Medio Oriente, il conseguente rincaro del petrolio, e gli attriti con la maggiorana repubblicana nel Congresso.
Questi dati dovrebbero indurre qualche preoccupazione fra i sostenitori del Presidente Obama, che il prossimo anno si giocherà la rielezione. Nel Febbraio 2010 l’Istituto Gallup chiese ad un campione di americani se in caso di elezioni fossero piùpropensi a votare per Obama o per l’eventuale candidato repubblicano. Il 44 per cento degli intervistati disse di voler votare per Obama, il 42 per cento disse di voler votare repubblicano, l’11 per cento disse di non avere una opinione in materia e il 3 per cento disse di voler votar in qualche altro modo. Dodici mesi dopo Obama e l’eventuale candidato repubblicano sono appaiati al 45 per cento, la percentuale di elettori senza opinione è scesa al 6 per cento mentre la percentuale di chi non vuole votare nè per i democratici nè per i repubblicani è salita al 4 per cento.
Se Obama non riesce a riguadagnare consensi da adesso alle elezioni del 2012 potrebbe seguire le sorti di Jimmy Carter che tanto amato all’inizio del mandato a causa della crisi internazionale non riuscì ad essere eletto nelle elezioni del 1980.

domenica 13 marzo 2011

Lettera Politica 239

Diesel: una soluzione per il caro-petrolio

Oggi, così come ieri, non c’è nulla di nuovo sotto la luce del sole.
Il petrolio è da tempo che sale e scende...come la marea. Ma dal 1997 abbiamo un arma in più che, se venisse ben impiegata, ci consentirebbe di fare moderati sberleffi agli sbalzi dell’oro nero.
Il nostro Patriot è l’automobile a gasolio. Negli ultimi quindici anni il motore inventato da Rudolf Diesel è stato capace di un’incredibile evoluzione che ha permesso a vetture medie, e non solo, di percorrere 100 chilometri con soli 4 litri, per una differenza di risparmio, rispetto a motori di pari potenza e prestazioni ma a benzina, di almeno un 30%. Così in una settimana dove non si parla d’altro che del caro petrolio e di come difendersi, scoprendo le pompe indipendenti o le solite accise che non si possono eliminare, viene da domandarsi se non sia finalmente il caso di intraprendere una politica lungimirante sul carburante per autotrazione, puntando sull’automobile a gasolio.
Soprattutto nella settimana in cui la Spagna ha deciso di ridurre i limiti di velocità a causa dell'impennata dei costi del carburante (si ipotizza un risparmio nella visione più ottimistica tra il 5 e il 10%); gli Stati Uniti d’America stanno valutando l’utilizzo delle loro imponenti scorte, accantonate per le situazioni d'emergenza; e tanti altri governi scrutano l’orizzonte inseguendo utopie come l’auto elettrica, il cui unico vero beneficio è quello di delocalizzare l’inquinamento.
Una soluzione a portata di mano esiste, basti pensare che se solo gli USA avessero seguito il trend di alcuni Paesi europei, dove su due automobili nuove una è a gasolio, si potrebbe arrivare a quasi un 40% in meno di consumo generale per autotrazione privata. Stima supportata anche dalla considerazione che i vetusti motori americani a sei e otto cilindri, che equipaggiano la stragrande maggioranza delle vetture in vendita al di là dell’Atlantico, difficilmente necessitano di meno di 13 litri di benzina ogni 100 chilometri. Ogni anno Europa e USA immatricolano circa 14 milioni di veicoli nuovi. Se tutti fossero a gasolio la richiesta di carburante scenderebbe almeno del 30% in un’analisi pessimistica, anche del 50% e più in una ottimistica.
Vorrebbe dire che Europa e USA potrebbero arrivare a dimezzare la richiesta di oro nero, oppure con la richiesta di oggi si muoverebbero due continenti!  Per non pensare a cosa succederebbe se anche la Cina passasse all’automobile a gasolio… 

Marco Marelli

sabato 12 marzo 2011

Lettera Verona 11/11

Verona, i 150 anni e il plebiscito
Sono 150 anni che il sentimento nazionale viene nutrito con tagli di nastri, intitolazioni di strade e piazze ai protagonisti ed ai luoghi del “risorgimento”. Nonostante ciò la questione dell’unità rimane, se ne discute, escono libri che rivedono sotto una nuova luce il processo di unificazione, permangono problemi annosi e irrisolti, come la mafia ed il controllo del territorio. Il che significa che qualcosa da chiarire c’è. Che c’è qualcosa di sbagliato alla radice, individuabile nel fatto che l’unificazione è avvenuta senza quel consenso e quella partecipazione che avrebbero consentito una costruzione più solida. 
Ma dalla piega che stanno prendendo le celebrazioni pare che questo approfondimento non sia gradito. Meglio rimanere nella superficialità e limitarsi a qualche cerimonia.
I 150 anni dell’”unità d’Italia” potrebbero essere l’occasione per una rilettura della storia, facendo piazza pulita della propaganda che ci hanno propinato sui banchi di scuola nell’intento – anche encomiabile- di “fare gli Italiani” dopo che era stata “fatta l’Italia”.
E anche Verona potrebbe fare la sua parte in questa ricerca della verità.
Abbiamo un sindaco, leghista, che però ha saputo smarcarsi da certi atteggiamenti ultras per una posizione più matura e rispettosa della sensibilità nazionale e certamente più utile anche alla causa del nord. Tosi quindi, non essendo sospettabile né di secondi fini secessionisti, né di essere un patriottardo filo-garibaldino, potrebbe dare una svolta alle celebrazioni, facendosi interprete dei tanti veronesi che pur senza mettere in discussione l’Italia, chiedono legittimamente che il centocinquantenario sia occasione per far emergere la verità.
Ricordando, per esempio, che per Verona e il Veneto l’anniversario cadrà nel 2016 - e non oggi- e richiamando tutti a riflettere sui risultati del plebiscito del 1866, scolpiti su una lapide all’ingresso del Municipio, con il quale 88864 veronesi, contro 5, approvarono l’annessione all’Italia. Una sproporzione che non si verificherebbe nemmeno oggi. Una votazione “bulgara” che, esibita come manifestazione di consenso unanime, è in realtà la riprova di una manipolazione elettorale che non porta certo acqua a chi vuole seriamente approfittare delle celebrazioni per trovare le ragioni dello stare insieme degli italiani.
Leonardo Ferrari

giovedì 10 marzo 2011

Lettera Politica 238

Strutturare il Pdl per salvare il bipolarismo

La speranza ingenerata dai risultati delle politiche del 2008 e cioè che nel nostro paese si fosse instaurata una forma di bipartitismo imperfetto si è vanificata di fronte alla realtà.
La scissione di Fini e il moltiplicarsi dei gruppi parlamentari certificano un’inversione di tendenza verso la frammentazione, tipica non tanto della prima repubblica, ma dell’Italia. Qualcosa di intrinseco alla storia e alla natura di questo paese.
Con il passaggio nel 1994 dal sistema elettorale proporzionale puro a quello maggioritario, di cui fu promotore Mario Segni, si era diffusa l’illusione che si andasse verso la semplificazione del quadro politico e si potesse costituire una democrazia dell’alternanza. Non fu così perché il numero dei partiti rimaneva comunque elevato. Tanto che la maggior semplificazione del quadro politico la si è ottenuta quando con il “porcellum” si tornò ad un sistema proporzionale corretto.
A determinare il bipolarismo non è quindi la legge elettorale, ma la presenza di Berlusconi sulla scena politica. E’ su di lui infatti che si polarizza il consenso e il dissenso degli italiani, la simpatia o l’antipatia nei confronti di quello che è, piaccia o no, l’unico vero leader esistente in Italia.
Oggi il quadro politico è sostanzialmente bi-polare. Attribuire a Udc satelliti la qualifica di “ terzo polo” è oggettivamente eccessivo e fantasioso. Ma la polarizzazione ruota tutta attorno alla figura di Berlusconi. Senza di lui scatterebbe automaticamente la frammentazione che ci riporterebbe agli assetti pre-1994.
D’altra parte l’Italia sembra allergica al bi-polarismo. Basta guardare la storia. Solo in certi casi eccezionali, quando ci fu un forte contrasto tra fascismo ed anti-fascismo o tra comunismo ed anti-comunismo, si realizzò il bipolarismo. Ma la norma è la frammentazione.
Berlusconi, pur augurandogli di vivere fino a 120 anni, non è eterno. Bisogna allora rassegnarsi ad un Italia con tanti partiti e partitini e rinunciare all’idea di una democrazia dell’alternanza? Non è detto. Se il centrodestra si strutturasse davvero in un partito vero e creasse una vera classe dirigente pronta a portare avanti, quando servirà, il progetto del partito unico anche nel dopo-Berlusconi quello della frammentazione non sarebbe un destino ineluttabile.

Paolo Danieli

Lettera Verona 10/11

Educazione e senso civico
Da quando sono presidente della Commissione urbanistica , viabilità e trasporti della Terza Circoscrizione di Verona le richieste che arrivano con maggiore frequenza riguardano il posizionamento di dossi rallentatori, di cartelli indicatori di limiti di velocità sempre più bassi, paletti dissuasori della sosta e tutta una serie di altri provvedimenti atti a rendere più sicure le strade.
In effetti la nostra città ha una percentuale di incidenti stradali piuttosto alta e queste richieste dimostrano che il problema della sicurezza stradale è particolarmente sentito, per cui vale la pena che gli amministratori facciano uno sforzo ulteriore per studiare nuovi sistemi per limitare la pericolosità delle nostre strade.
Tutti i provvedimenti citati costano tanti soldi all'amministrazione comunale , ma purtroppo non danno i risultati sperati. Ci sono troppi tra i nostri concittadini che non rispettano i limiti di velocità o che, al contrario, rallentano la circolazione perché intenti a telefonare o in tutti i modi a fare il loro comodi. Ce ne sono altri che parcheggiano in doppia fila intralciando il traffico o che comunque hanno comportamenti che denotano scarso rispetto degli altri, prima ancora che delle regole del codice della strada. Alcuni se ne approfittano perchè sanno che gli organi di controllo - vigili, carabinieri o polizia- sono in numero insufficiente in rapporto al territorio.
Ma è soprattutto la mancanza di senso civico che sta alla base di questi comportamenti. La stessa che spinge a non avere cura dell’ambiente, a sporcare la città o a non rispettare norme elementari come il rispettare una fila o non attuare la raccolta differenziata dei rifiuti. La nostra, tutto sommato, è una città civile. Tuttavia, se il reinserimento dell’educazione civica nei programmi di studio della scuola primaria implica un iter piuttosto complesso, non guasterebbe che il Comune di Verona si facesse promotore di una grande campagna di sensibilizzazione ed educazione in questo senso.

Leonardo Ferrari

martedì 8 marzo 2011

Lettera Politica 237

100, 150, 200
Quello dell’unità d’Italia è un tema che ci appassiona. E’ un tema attuale, non perché c’è l’anniversario, ma perché suscita ancora passioni e tensioni. E’ un argomento che esce dalla cornice impolverata della rievocazione storica per entrare nei discorsi della gente e dei politici, al bar come nei talk-show.
Perciò ne parliamo, convinti che quando ci sono dei problemi è dannoso ignorarli ed è bene affrontarli. Non solo perché quest’anno cadono i 150 anni dello stato unitario, ma perché vogliamo cogliere l’occasione per guardare dentro la nostra storia senza le lenti deformanti della propaganda o della retorica e capire la ragione per la quale ancora oggi la celebrazione di quegli avvenimenti è fonte di polemiche. Lo dimostrano grandi e piccoli fatti, come il rifiuto di Durnwalder di partecipare ai festeggiamenti, la presa di posizione di Calderoli contro la festa del prossimo 17 marzo o numerose altre manifestazioni di dissenso a nord come a sud.
Non fu così nel 1961 quando venne celebrato il centenario. Tutto filò liscio perché il “miracolo economico” digeriva ogni tensione. Oggi invece anziché esserci una miglior disposizione a celebrare l’anniversario, si manifestano problemi, perché la crisi li enfatizza, specie se c’è la sensazione da parte di qualcuno di essere sfruttato.
Quando la torta è grande e la pancia piena nessuno ci fa caso se la fetta del vicino è più grossa. Ma quando le porzioni cominciano ad essere scarse, ecco allora che balzano subito agli occhi le sproporzioni. Come l’eccessiva pressione fiscale cui è sottoposto il nord, ben documentata da Luca Ricolfi nel suo saggio “Il sacco del nord” o l’esistenza di regioni a statuto speciale privilegiate rispetto alle altre, che per beffa sono chiamate a pagare i loro privilegi o altre quisquilie del genere.
Molti si chiedono in nome di che cosa vengano giustificati questi squilibri e perché mai li si deva accettare. La risposta che viene formulata ogni volta è che lo si deve fare in nome dell’unità nazionale.
Ma se l’Italia non viene riformata profondamente e con coraggio c’è il rischio concreto che fra cinquant’anni nessuno si ponga più il problema di festeggiare alcunché. 
Palo Danieli

sabato 5 marzo 2011

Lettera Verona 09/11

Uno dei primi risultati ottenuti da Tosi subito dopo essere stato eletto sindaco è stata la sparizione degli accattoni dal centro di Verona. Prima del 2007 era tutto un pullulare di mendicanti, di venditori ambulanti di roba taroccata, di zingari che ai semafori pretendevano di “lavarti” il vetro, di bambini rom che cercavano di impietosirti.
Poi quasi per incanto, in realtà per una ben precisa volontà politica portata avanti da Tosi, tutto questo campionario di disperati, imbroglioni, furbastri, schiavi sparì. Verona era diventata una città più civile, più vivibile. Anche la presenza delle pattuglie dell’esercito per le strade, ottenute sempre dal sindaco, conferiva alla città un aspetto più sicuro. Il risultato diventava spettacolare se si andava a confrontare la situazione con quella di altre città vicine.
Come sempre accade noi veronesi ci siamo subito abituati alla nuova condizione. Grazie! Ci vuol poco ad abituarsi dal peggio al meglio!
Tutto è filato liscio fino a qualche tempo fa. Poi, non si sa perché, non si sa come, le cose hanno cominciato a cambiare. In peggio, ovviamente. E questo è un guaio, perché dal meglio al peggio invece non ci si abitua mai. Ai semafori hanno cominciato a ricomparire gli zingari e i venditori di rose; davanti ai supermercati i mendicanti che fingono improbabili menomazioni per turlupinare la vecchietta di buon cuore; lungo i marciapiedi gli accattoni africani, per niente deperiti, che chiedono soldi per mangiare.
Che cos’è successo? S’è rotto l’incantesimo? L’efficientissima Polizia urbana ha abbassato la guardia? Tosi si è distratto, preso com’è da un sacco d’altre faccende?  Sta di fatto che stiamo tornando indietro. Ed è un peccato perché anche se il Verona è in serie C e Ca’ del Bue è ferma, anche se i cantieri vanno a rilento, l’Arena è in crisi e non ci sono pochi soldi almeno ci consolavamo all’idea che a Verona si gira tranquilli senza essere importunati dai mendicanti.
Tosi, fatti sentire con chi di dovere: i veronesi ormai s’erano abituati bene!
Leonardo Ferrari

giovedì 3 marzo 2011

Lettera Politica 236

Scusate se insisto…

In Inglese si dice che one picture is worth a thousand words, cioè che un’immagine dice di più di tante parole.
Noi della “Lettera Politica” ci siamo occupati ripetutamente del costo del petrolio, del suo impatto sul costo del cibo, della crescita del costo del cibo, delle conseguenze sociali di questi rincari.
Ma quanto è cresciuto effettivamente il costo del cibo negli ultimi anni? Utilizzando i dati forniti dalla FAO (ho utilizzato i dati nel file excel che si trova in questa pagina, http://www.fao.org/worldfoodsituation/wfs-home/foodpricesindex/en/), ho realizzato un semplice grafico statistico che si può vedere nella figura qui sotto:

Il significato del grafico è chiaro. Se si prende il periodo 2002-2004 come base, in cui l’indice del prezzo del cibo vale 100, il costo del cibo ne primi mesi del 2011 è al di sopra del 200. Insomma si è più che raddoppiato per vari fattori. Tra questi sono di particolare importanza: uno è il prezzo del petrolio, l’altro è il clima. La crescita del prezzo del petrolio si traduce automaticamente in un incremento nel prezzo del cibo. In una lettera precedente, in cui avevamo utilizzato i dati dell’ultimo decennio, si era detto che se il petrolio cresce di un dollaro al barile, l’indice del prezzo del cibo cresce di un 1,5 punti. 
La crisi che ha colpito con maggiore o minore intensità vari paesi dalla Mauritania all’Oman, e che, potrebbe estendersi in un futuro non troppo remoto all’Iran, potrebbe riportare il prezzo del petrolio sui valori del 2008 se non addirittura più alti. Se così fosse il prezzo del cibo diverrebbe il triplo di quello che era nel 2000 e la destabilizzazione che in questi mesi è rimasta circoscritta al Mediterraneo e al Medio Oriente, potrebbe assumere dimensioni davvero globali.
Riccardo Pelizzo

martedì 1 marzo 2011

Lettera Politica 235

Aiutarli a casa loro

Il terremoto politico del nord-Africa può essere la causa di una nuova ondata migratoria verso l’Italia. Lo abbiamo già denunciato. Ma potrebbe anche essere un’opportunità per inaugurare una nuova politica estera volta a stabilire rapporti più stretti con Libia, Tunisia, Egitto e Algeria finalizzati a due principali obiettivi.
Il primo è quello di porsi, fra i paesi europei, come punto di riferimento politico ed economico per quell’area del mondo arabo che ha nell’Italia l’interlocutore naturale, vuoi per posizione geografica, vuoi per ragioni storiche. Questa strategia si collocherebbe in una linea di continuità non solo con la politica della “quarta sponda” di mussoliniana memoria e con quella di Enrico Mattei, ma anche con quella di Giulio Andreotti, notoriamente attento alle dinamiche del mondo arabo. Berlusconi, tanto criticato per la real politik attuata con Gheddafi, non ha fatto altro che proseguire su una strada già tracciata che, al di là di alcuni aspetti scenografici, è quella più conveniente. C’è infatti un filo logico che suggerisce a chi guida l’Italia di avere una particolare attenzione per un mondo che, se curato adeguatamente, può rappresentare un’opportunità, ma che se trascurato può diventare un pericolo.
E qui passiamo al secondo obiettivo, che è il controllo dell’immigrazione. Com’è noto la costa tunisina e libica sono il punto di partenza di un’ondata migratoria che se non controllata potrebbe diventare devastante per l’ordine e l’economia del nostro paese. La miseria dell’Africa sta alla base di una pressione immigratoria senza precedenti che, se non controllata, fatalmente sarà fonte di sconvolgimenti soprattutto per l’Italia. Non rendersi conto che siamo di fronte ad uno di quei cataclismi umani destinati a cambiare una parte del mondo sarebbe da idioti. E’ quindi necessario prendere provvedimenti per porre fine agli sbarchi. Ma non basta.
Bisogna agire a monte. Bisogna intervenire là dove ci sono le cause del fenomeno per risolverlo. E allora i rivolgimenti politici in corso nel nord-Africa sono l’occasione per una lungimirante politica di collaborazione con i governi che s’insedieranno per fare lì degli investimenti, per dare lì lavoro e istruzione a chi crede di trovarlo in Italia, per spiegare lì che in Italia non c’è più posto, per organizzare lì i centri di accoglienza per chi non se ne vuole fare una ragione e cerca di partire lo stesso.
Paolo Danieli