sabato 30 aprile 2011

Lettera Politica 250

Vento di destra
La destra stia ottenendo in tutta Europa un successo senza precedenti suffragato da risultati elettorali a ripetizione. Il 19% ottenuto in Finlandia dal partito dei Veri Finlandesi ne è solo l'ultimo esempio.
Si tratta di realtà politiche consolidate e in molti casi determinanti, come il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, il Partito della Libertà in Olanda, la Lega delle Famiglie Polacche, l’Alleanza per il futuro dell’Austria ed il Partito della libertà in Austria, il movimento Jobbik in Ungheria, il partito Grande Romania in Romania, Nuova Alleanza Fiamminga in Belgio. Tutti partiti, escluso il Front National, che fino a qualche anno fa erano marginali o non esistevano proprio. Anche in altri paesi, come il movimento Sovranità nella Repubblica Ceca, il Partito Nazionale in Slovacchia, il movimento Ataka in Bulgaria, il Partito per l’Indipendenza in Scozia ed il Partito Nazionale Britannico nel regno Unito, i movimenti di destra stanno crescendo a vista d'occhio. Lo stesso vale per le socialdemocrazie scandinave con il Partito del Popolo in Danimarca e Democrazia Svedese e per gli stati dell'ex blocco sovietico, a cominciare dalla Russia.
Sono, com'è nella natura della destra, tutte formazioni diverse tra loro, con differenti peculiarità legate alla storia e alle vicende di ciascun paese, ma contrassegnate dal medesimo programma politico: difendere l'identità e gli interessi del proprio popolo minacciato dagli effetti della globalizzazione e dell'immigrazione. Inoltre sono accomunate da un certo euroscetticismo, se non da una vera e propria avversione all'Unione Europea ed all'Euro.
Anche in Italia, specie sotto la spinta dell'invasione degli africani che sbarcano sulle coste del sud, ma anche per l'invadenza di certe etnie di immigrati, per la crisi economica, per la delocalizzazione e per la perdita di molti posti di lavoro si sta diffondendo il medesimo stato d'animo che sta determinando il successo della destra nel resto d'Europa.
C'è quindi un grande spazio politico per la destra italiana, che tuttavia non è riunita in un grande partito. Sono due i motivi per cui ciò non avviene.
Il primo è che gran parte di essa si trova nel Pdl, in condominio con il cosiddetto centro. Il secondo è che esiste la Lega, che nel nord sequestra gran parte del voto di destra. Per queste ragioni tutti i piccoli movimenti che si sono costituiti per rappresentare la destra sono falliti. Ma se il quadro politico cambiasse, se intervenissero degli eventi a determinare la fine della Seconda repubblica, verosimilmente a causa di grandi sconvolgimenti economici, sociali o politici ecco che allora, a fronte dello sgretolamento degli assetti attuali si potrebbero creare i presupposti per riunire la destra italiana in una casa comune.
Paolo Danieli

martedì 26 aprile 2011

Lettera Verona 18/11

A fari spenti nella notte
Con l’era Tosi la polizia municipale ha avuto un salto di qualità per ruolo e visibilità. A fronte dell’aumentata domanda di sicurezza, quelli che una volta venivano chiamati semplicemente vigili, svolgono anche compiti relativi al controllo del territorio. Ne guadagna la loro professionalità ed anche la cittadinanza. Però tra le numerose attività svolte bene ce n’è una che è lacunosa.
Sicuramente il grosso dell’impegno, per quanto riguarda la circolazione, è assorbito da auto, moto e motorini. Fra telelaser, autovelox, semafori, corsie preferenziali e Ztl di lavoro i vigili ne hanno da vendere. Tuttavia un’occhiatina in più alle biciclette non guasterebbe. E non in chiave repressiva. Ci mancherebbe! Se ci mettessimo a ostacolare l’uso della bici le strade, specie in centro e zone limitrofe, s’ingolferebbero ancora di più. La loro azione va intesa in chiave preventiva.
Ve ne siete accorti o no che ormai è uso pressoché generalizzato tra i ciclisti girare di sera con i fanali spenti? Ce ne sarà uno su cento che si premura di accendere quei fanalini che si usano adesso e che non hanno neanche più bisogno della dinamo e quindi non affaticano la pedalata. Tutti gli altri sono ombre nella notte. Entità praticamente invisibili che si materializzano davanti all’automobilista a volte appena i tempo per una frenata. Ma altre volte, purtroppo, no. E allora sono guai. Per il ciclista, che va a finire quantomeno al pronto soccorso per verificare se ha qualche osso rotto, e per l’automobilista che, in caso di problemi seri per la salute dell’investito, ma anche no, deve accollarsi un sacco di rogne senza alcuna colpa.
Non sarebbe ora di spiegare loro, anche con una bella multa, che rischiare la vita “a fari spenti nella notte” non è un fatto privato ma un problema di tutta la collettività? Va bene che con le ultime modifiche il codice della strada prevede per gli utenti della bicicletta il giubbino fosforescente nelle strade extraurbane. Ma non sarebbe giunto il momento che in città, dove circola il maggior numero di ciclisti, si facesse rispettare una norma elementare e di buon senso che c’è sempre stata e cioè che le bici di notte devono girare con i fanali accesi. Anche questo sarebbe un modo per risparmiare denaro in tempo di crisi, visto che poi, il costo dell’imprudenza di alcuni ricade sulle tasche di tutti.
Leonardo Ferrari

Lettera Politica 249

Vincitori e vinti
Il 25 aprile continua a innescare polemiche. Logica vorrebbe che quegli eventi fossero storicizzati, ma le passioni mosse allora sono state talmente forti che non sono ancora sopite. E se ne discutiamo vuol dire che i vincitori non hanno vinto completamente e i vinti non hanno perso completamente. Altrimenti se ne parlerebbe con lo stesso distacco con cui si trattano altre date.
Nel celebrare il 25 aprile c'è il retropensiero che quella vittoria non sia stata poi così definitiva. E non tanto per le vicende belliche, che oggettivamente hanno lasciato vincitori e vinti, quanto per i risultati politici. Lo slogan “ora e sempre resistenza”, tirato fuori dal cassetto dei ricordi del'68, la dice lunga sulla convinzione di dover ancora resistere a qualcosa di riconducibile al nemico di allora. Posto che la democrazia non è in pericolo e che una restaurazione del fascismo è impensabile, c'è allora qualcos'altro che sottende questo stato d'animo. Per capirlo bisogna esaminare gli effetti della liberazione. Ce n'è stato uno immediato: l'abbattimento della dittatura fascista e l'instaurazione della democrazia, risultato che gli antifascisti celebrano a buon diritto.
Ma ce né uno di più ampia portata, che consiste nell’aver contribuito a determinare gli attuali assetti del mondo, che solo oggi possiamo toccare con mano perché erano rimasti congelati per quasi cinquant'anni dalla guerra fredda. E che consistono nel primato dell'economia e del mercato, nella perdita di centralità dell'Europa, in una pressione immigratoria senza precedenti che mette in pericolo la nostra stessa identità, nell'impoverimento generale e nella precarizzazione non solo del lavoro ma della stessa esistenza come conseguenza della globalizzazione.
Assetti che stanno generando un disagio crescente in tutt'Europa e che rivelano come molte delle intuizioni e delle proposte politiche e culturali dei vinti fossero giuste. Quali? Ne butto lì qualcuna: primato della politica e dell'etica sull'economia, valorizzazione dell'identità nazionale e della civiltà europea, collaborazione tra capitale e lavoro, difesa dei valori tradizionali, regolamentazione del mercato, ecc.
Insomma, se i vincitori avevano ragione in merito a libertà e democrazia, i vinti l'avevano su tante altre cose. Continuare oggi a resistere contro gli errori propri e le ragioni degli altri non ha senso. Rende solo più difficile la soluzione dei problemi.
Paolo Danieli

venerdì 22 aprile 2011

Lettera Politica 248

Con l’Europa bisogna cambiare atteggiamento
La Francia negli ultimi mesi non ha avuto paura di usare i muscoli: attacchi alla Libia, bombe sulla Costa d’Avorio, e schiaffi (morali) all’Italia.
L’Italia invece ha saputo solo dimostrare una certa propensione a tentennare: non sa che pesci pigliare in Libia, non usa la forza per bloccare gli scafisti che ci portano migliaia di sedicenti profughi, non rispedisce a casa chi entra illecitamente nel nostro paese e non riesce a farsi aiutare dai partner europei a gestire questo esodo dal Nord-Africa.
La risposta leghista è stata una risposta antieuropeista: non vogliamo stare in una Europa che ci maltratta. Per cui o l’Europa ci tratta bene e ci rispetta e ci aiuta, o altrimenti ce ne andiamo.
L’atteggiamento è piuttosto sbagliato perché l’Europa sa che l’Italia non può permettersi di uscire da sola dalla Unione Europea o di abbandonare l’Euro (e di esporsi così alle speculazioni valutarie che ci colpirono nel 1992). E quindi l’Europa sa che le minacce italiane sono solo parole al vento che mostrano la nostra impotenza.
Per cui l’Italia deve adottare una diversa strategia e deve dire: con scelte spesso sbagliate l’Unione Europea genera malcontento, porta al successo elettorale i partiti anti-europeisti, e crea le condizioni per un eventuale fallimento del progetto europeo/europeista. Se è questo quello che vuole, vada avanti così.
Se invece l’Unione Europea vuole sopravvivere, deve cambiare approccio. Un segno concreto consiste nel dar ragione all’Italia e nel convincere la Francia ad accettare (e a far passare sul suo territorio) i tunisini muniti di regolare visto italiano.
Con questi argomenti per i nostri ministri sarebbe più facile trovare orecchie attente a Bruxelles e difendere i nostri legittimi interessi nazionali.
Riccardo Pelizzo MA Ph.D.

Lettera di un Lettore

Leggo da un articolo di Paolo Del Debbio su Il sole 24 ore dei giorni scorsi:”Con queste convenzioni non si va da nessuna parte.Occorre cambiarle”.Lo ha detto Giulio Tremonti,continua l’autore: “un atto politico come mai si era sentito da parte del professore di Pavia?Cosa l’Europa non gli consente di fare di ciò che vorrebbe fare?”
Il problema,riassumendo il contenuto dell’articolo, è duplice: economico e politico.
Ciò va nella direzione che la Lega di Bossi sta ribadendo anche per bocca del ministro dell’Interno Maroni, in occasione del problema migratorio.”Questa Europa non serve”, ha detto Maroni.
Tutti e due,quindi, concordano che con queste regole non si va da nessuna parte di fronte ad un’Europa reale.
L’autore propone una sua interpretazione.Il ministro dell’Economia sembra propenso a non occuparsi più dell’economia pubblica, i conti dello Stato sono tutto sommato in regola a quanto dicono le Agenzie di controllo in questo campo,mentre l’America di Obama è in ginocchio.
Sembra intervenire,continua, nell’economia “privata” attraverso interventi legislativi,vedi il caso Parmalat, dove sembra intervenire con soldi pubblici( della Cassa depositi e prestiti) per impedire la scalata dei francesi di Lactalis.
Secondo Del Debbio, è da tempo che sostiene un po’ più di colbertismo.Com’è noto, Colbert fu il ministro del Re Sole che mise pesantemente le mani nell’economia francese,protesse l’economia nazionale concedendo aiuti alle stesse.Venendo ai giorni nostri, gli articoli 85 e 86 Trattato europeo non consentono ciò, prevedendo deroghe alle leggi della concorrenza in materia di aiuti statali all’economia, ma per situazioni eccezionali.La concorrenza è la regola generale e gli aiuti pubblici vietati.
E’ per questo che le convenzioni europee,secondo l’interpretazione delle parole del Ministro che ne fa l’autore dell’articolo, sono obsolete o da rifare:”Come avrebbe detto il Professor Tremonti sono regole eccessivamente mercatiste?Cioè vi è in esse troppa fiducia nel mercato e nelle sue potenzialità?”
Concordo con la sua conclusione:”Noi siamo di quelli che credono più al mercato che alla politica,tutto compreso,ma non andiamo più molto di moda”.
A questo mi permetto di aggiungere che nei giorni scorsi si era sentito parlare di possibili uscite dall’ Unione europea di alcuni Stati dalla stessa.
D'altronde in occasione dei vari vertici europei,tenuti dai Capi di Stato-governo o Ministri,poco sappiamo se tale ipotesi sia stata prospettata per risolvere i problemi che si sono succeduti:immigrazione e deficit economico di alcuni Stati membri.
Tutto ciò per i più volte prospettati e poi attuati veti incrociati delle rispettive diplomazie nazionali,data la scarsa informazione di noi cittadini europei e,nonostante tutto,elettori dei ns. rappresentanti politici europei.
A fronte di ciò ci si stupisce dell’avanzata in alcuni Paesi di partiti cosidetti nazionalisti,dichiaratamente antieuropei, per motivi spesso relativi all’immigrazione o critici verso l’integrazione economica in generale,così come si è formata finora.
Tale affermazione si sta verificando nel nord-europa,nei Paesi scandinavi, ma anche con sorpresa nei Paesi dell’est Europa.In Italia la Lega, che è però a suo dire partito regionalista.
Pochi sanno che nel Trattato europeo è contenuta una norma o quantomeno un principio sotteso alle normative, per il quale è possibile che uno Stato membro fuoriesca dal consesso europeo ma a scapito dello scioglimento dell’Unione stessa.
Ciò vale per i Paesi fondatori, cosiddette “piccole patrie”, di cui l’Italia di diritto ne fa parte,non è dato sapere anche per gli altri.
Questi sono i pegni che noi cittadini e elettori europei dobbiamo pagare per farne parte.
 Cordiali saluti.

                                                                   Alessandro Avanzini

mercoledì 20 aprile 2011

Lettera Verona 17/11

Non dare l’elemosina agli accattoni !

Nella Lettera Politica, edizione veronese, n.9 del 5 marzo di quest’anno, sollevavo il problema degli accattoni che dopo qualche anno sono tornati a farsi vedere per le strade di Verona ed ai semafori. Il nostro intento era quello di “svegliare” l’amministrazione comunale, che dopo il risultato spettacolare del 2007, all’indomani dell’elezione di Tosi, di aver fatto sparire i finti mendicanti dalla città, aveva abbassato la guardia, tanto che questuanti di tutte le razze erano tornati ad importunare i veronesi.
Oggi dobbiamo registrare con soddisfazione che l’amministrazione comunale si è finalmente mossa. Non sarà certo stato il nostro modesto suggerimento, ma è comunque motivo di soddisfazione constatare che quantomeno esiste un’identità di vedute su un tema qualificante come l’ordine pubblico tra noi e il nostro sindaco.
Il lavoro di monitoraggio della presenza degli accattoni nei vari punti della città svolto dalla polizia municipale, le fotografie fatte dai vigili ai finti handicappati che cercano di impietosire i passanti ostentando la loro “menomazione”, l’aver colto sul fatto i furgoncini del racket che scaricano in città i falsi mendicanti sono la testimonianza della volontà politica del sindaco e della sua amministrazione di debellare la piaga dell’accattonaggio.
Ma la cosa più importante, quello che deve essere messo sempre più in evidenza e dovrebbe essere oggetto di una campagna di educazione/informazione è il messaggio che i veronesi non devono dare l’elemosina a questi imbroglioni. Primo, perché quei soldi andrebbero alla malavita che recluta e organizza i finti mendicanti. Secondo, perché è altamente diseducativo dare soldi a chi pensa di venire in Italia a prendere in giro la gente. Terzo, perché se trovano chi dà loro denaro ne arriveranno sempre di più.
Dunque va benissimo la lotta al racket dei finti mendicanti, purché accompagnata da una grande campagna per far capire a quegli ingenui che ancora lo fanno che non bisogna dare l’elemosina agli accattoni.
Leonardo Ferrari

lunedì 18 aprile 2011

Lettera Politica 247

L’Europa non cresce. Anzi scricchiola.
Giavazzi, economista in odore di Nobel, scrive sul Corriere della Sera: “Ciò che mette a rischio l'euro non sono i debiti, per i quali si troverà una soluzione, ma la mancanza di crescita. Questo vale per la Grecia quanto per l'Italia. Se i cittadini identificheranno nell'euro la causa della bassa crescita e dell'alta disoccupazione, la generazione di governanti che oggi difende l'unione monetaria sarà rimpiazzata da politici che stanno costruendo la propria fortuna sulla critica all'euro.”
In Europa non si cresce perché le risorse vengono prosciugate per offrire “soluzioni” ai grandi debitori e scialacquatori, politici e imprenditori, che ne sono i padroni e beneficiari. Un’impresa cresce sana se rischia davvero. Il che è giusto oltre che essere economicamente utile.
A livello “macro” le cose non cambiano: un’economia democratica cresce sana se la crescita è accessibile a tutti e non solo a coloro che vivono nella greppia del potere e lo plasmano a loro beneficio. Al contrario, a chi non rischia in modo giusto, a chi, grande  o piccolo, non sa gestire le aziende e i patrimoni pubblici, non va garantita la protezione sotto forma di sussidi o di  facile liquidità.
Invece in nome dell’euro si perpetua il modello della crescita malsana di stati, enti pubblici e grandi aziende (non solo banche) che sono di fatto al riparo dal rischio finanziario e concorrenziale. E anche se con artifizi finanziari sempre più complessi si cerca di nascondere la realtà, il conto lo pagherà il popolo sotto forma di bassa crescita e di minori opportunità per migliorare la propria vita. Esattamente l’opposto di ciò che doveva essere l’obiettivo dell’euro, che avrebbe dovuto agire da “frusta monetaria” per stimolare efficienza, concorrenza  e quindi crescita.
La crescita che abbiamo in Europa non genera ricchezza diffusa e sostenibile, ma una ricchezza concentrata, parassitaria, anticoncorrenziale ed instabile. Nessuno però ha il coraggio di proporre l’abbandono del  totem euro a causa della  “crisi sistemica” e dei “costi sociali” che ciò implicherebbe.
Ma è solo questione di tempo. La crisi, più politica e sociale che economica, è già esplosa e il fiume di denaro immesso nel sistema dalla BCE ne sta rinviando gli effetti più palesi. Essa è il riflesso della contraddizione tra il principio liberale che ispira la politica economica dell’Unione Europea e la natura oligarchica e antidemocratica che ne caratterizza la politica.
L’euro è una moneta-compromesso disegnata a tavolino, evoluzione di un fallito accordo -il “serpente monetario”-, non l’espressione delle potenzialità e della forza di una nazione coesa e della sua economia reale.  E ciò per il semplice fatto che le nazioni non si creano con le monete: sono le monete ad esser create dalle nazioni. Meglio quindi avere  il coraggio e la visione per  abbandonare questo idolo virale ora anziché aspettare, prigionieri per ostinazione o per paura della propria fallita costruzione amministrativo-finanziaria, una ulteriore involuzione economica e l’altamente probabile correlata deriva autoritaria delle istituzioni  politiche. A meno che ciò non sia esattamente quel che si vuole …
Luigi Bellazzi

Lettera Verona 16/2011

Se avessimo ancora quei trenini!
Se Verona è una città tra le più vivibili e, a detta di tutti, una delle più belle lo dobbiamo, oltre che alla cultura dei suoi cittadini, anche a quegli amministratori che dal dopoguerra ad oggi si sono dimostrati capaci ed anche migliori di altri amministratori di altre città che oggi non godono delle nostre stesse condizioni di vita.
Ogni tanto capita di osservare come certe scelte, vedi per esempio la felice intuizione di fare una fiera di grande successo come il Vinitaly o quella di istituire l’Università, vadano ascritte a merito di veronesi intelligenti e lungimiranti.
Però capita anche di notare come siano stati fatti degli errori clamorosi di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze ed ai quali gli amministratori attuali sono costretti a mettere delle pezze.
Pensiamo, tanto per collegarci a un tema tutt’ora tanto dibattuto, alla sciagurata decisione di abolire le filovie che per decenni avevano svolto il loro onorato servizio trasportando generazioni di veronesi da una parte all’altra della città senza inquinare neanche un po’. Un bel giorno qualche genio ha pensato bene di sostituirle con gli autobus a gasolio, più costosi, più brutti, più inquinanti, più rumorosi. Quello è stato indubbiamente un grave errore di prospettiva, dovuto magari alla pressione politica di quel tempo in cui le scelte nel nostro paese, e non solo a Verona, le ispirava la Fiat. Ma fu comunque un errore.
Altro grave sbaglio di cui ci dobbiamo sorbirci le conseguenze in termini di traffico e di inquinamento è stata la decisione di eliminare la piccola ferrovia Verona-Caprino che oggi ci sarebbe tanto utile per smaltire il traffico di via Mameli, intasata com’è dalla mobilità da e per la Valpolicella, dove sono andati a vivere tanti concittadini che fanno i pendolari.
Lo stesso dicasi per quella che collegava Verona con la Valpantena.
Pensate se avessero mantenuto quei binari ed avessero saputo tener vivi quei trenini oggi avremmo due tratte di metropolitana di superficie bell’e fatte! Oltre che meno code, meno gas e meno polveri sottili.
Ma piangere sul latte versato non serve. Però, ripensandoci, perché non studiare di ripristinare, com’è stato fatto per la filovia, qualcosa di analogo? Si è tanto parlato di tramvia ed uno degli ostacoli maggiori, oltre ai finanziamenti, è stata la dimensione ridotta delle vie del centro. Ma fuori dalla mura che problemi ci sarebbero?

Leonardo Ferrari

lunedì 11 aprile 2011

Lettera Politica 246

Chiudere i conti col passato
Secondo alcuni la Seconda Repubblica sarebbe stata un gran fallimento perché non ha fatto né le riforme istituzionali e costituzionali, necessarie per rendere più stabili e più efficaci i nostri governi,  né le riforme economiche, necessarie a risolvere i problemi economici ereditati dalla Prima.
Si tratta di un giudizio abbastanza impietoso e per certi versi ingiusto visto che i governi della Seconda Repubblica sono stati complessivamente più stabili di quelli della Prima, che la debolezza governativa nasce dal frazionismo che atomizza i nuovi partiti (problemi che la riforma della forma di governo non risolve) e che le riforme economiche sono state avversate da importanti gruppi sociali.
La critica vera che va mossa alla Seconda Repubblica è di non aver voluto fare i conti con il passato, per cui, invece di riconoscere che comunismo e fascismo sono stati movimenti politici importanti nel nostro paese, si è preferito abiurarli, nasconderli ed eliminare i partiti che di quelle tradizioni erano gli eredi più o meno gloriosi.
A Sinistra esponenti di quello che era stato il PCI prima, il PDS poi, i DS dopo ancora hanno dichiarato che il comunismo fa schifo, che Togliatti era un mostro e che Stalin era pure peggio, mentre esponenti di quello che era stato il MSI prima e AN poi, dopo aver visto per anni in Mussolini lo statista più grande del ‘900, si sono accorti che il fascismo fu un tragico errore e Mussolini un mostro peggiore di Togliatti.
Se la nostra democrazia ha tanta paura dei morti, deve essere piuttosto fragile. Ma la fragilità maggiore è quella dei nostri sedicenti liberali, che vogliono liberalizzare l’economia e vogliono proteggere diritti e libertà individuali, ma non hanno il coraggio di abolire i reati di opinione. Nel codice penale c‘è ancora il reato di apologia di fascismo e la 12^ disposizione transitoria della carta costituzionale vieta la ricostituzione del partito fascista. Si tratta di reati d’opinione. Se hanno davvero il DNA liberale che dicono di avere si battano per la libertà  e per l’abrograzione di queste norme anacronistiche . Questa sì che è una battaglia liberale! Se non se la sentono, la smettano di dar lezioni di un liberalismo con cui hanno scarsa familiarità.
Riccardo Pelizzo

domenica 10 aprile 2011

Lettera Verona 15/11

C’è chi dice no. A Roma come a Verona.
Le “Lettere politiche” l’hanno detto più volte: l’Italia ha bisogno di riforme, cambiamento e innovazione. La sinistra invece, a Roma come a Verona, sa solo dire di no. A Roma la sinistra dice no a Berlusconi, no al nucleare, no al petrolio, no a Gheddafi, no ad un tentativo (militare) di rimuovere Gheddafi.
A Verona oltre a ripetere la sfilza di no nazionali, produce anche dei no locali, il più eclatante dei quali è il no al Traforo delle Torricelle. Alla sinistra veronese e italiana, la cosa può non piacere, ma è innegabile che l’Italia in generale, e soprattutto Verona, abbia raggiunto un livello di benessere notevole. Tra i risultati di questo crescita economica, che ci ha permesso di diventare proprietari di immobili, viaggiatori, borghesi benestanti c’è stata la crescente motorizzazione. E’ cresciuta la percentuale degli italiani che oggi ha una macchina ed è cresciuto il numero degli italiani. Questa doppia crescita si è tradotta in un aumento del traffico, nell’esigenza di migliorare la viabilità e di pensare come attrezzare Verona per la crescita di popolazione, macchine e traffico che si verificheranno negli anni a venire.
Migliorare la viabilità, permettere ai cittadini di tornare a casa in un tempo ragionevole, prevenire gli ingorghi tipici dei paesi del terzo mondo sono un dovere dell’amministrazione comunale. Per fare questo bisogna migliorare le strade, fare il traforo delle Torricelle e pensare a soluzioni aggiuntive che si renderanno necessarie nel breve o nel medio termine.
Ci servono le strade (e il traforo) perchè il traffico è cresciuto. Ma ci servono anche giardini e piante sia per motivi estetici sia per tenere l’aria pulita. Per cui nel sostenere il traforo delle Torricelle, noi proponiamo anche che il comune pianti un albero per ogni cittadino. Un albero per chi c’è già, un albero per chi a Verona viene a viverci e per chi ha Verona ci nasce. Così la crescita della città sarà sempre bilanciata da una crescita del verde e Verona rimarrà una città bella e vivibile anche per quelle generazioni di veronesi che non sono ancora nati e che hanno il diritto di vivere nella bella città che ci hanno lasciato le generazioni precedenti.
Contro la politica del no della sinistra, noi proponiamo una politica del sì: una politica del fare e fare bene. Questo è quello di cui Verona ha bisogno e questo è ciò che ci impegniamo a fare.
Leonardo Ferrari

giovedì 7 aprile 2011

Lettera Politica 245

Un colpo d’ala
Il momento che stiamo attraversando non è dei migliori. A complicare una situazione già non facile ci si è messa la politica internazionale. Quattro i fattori che ci mettono in difficoltà: la destabilizzazione del nord-Africa; l’ondata immigratoria; l’inconsistenza dell’Europa; l’intraprendenza della Francia.
Le rivolte nel mondo arabo sono la causa diretta ed indiretta dell’aumento della pressione immigratoria sul nostro paese che ha rimesso in discussione la politica di contenimento attuata fino a ieri dal governo con successo. Perfino il ministro degli interni Maroni si trova a fare delle cose che non sono certo da leghista, come quella di distribuire regione per regione gli arabi arrivati sui barconi. E la Lega pagherà pegno, perché i primi a non condividere sono proprio i suoi elettori.
La guerra di Libia ha poi rimesso in discussione metà della politica estera di Berlusconi che puntava a rendere l’Italia non dipendente da un solo fornitore di energia e vedeva nella Libia un importante sbocco economico per le nostre imprese. Gli eventi hanno vanificato questo progetto, che pure era giusto. C’è da chiedersi che cosa abbiano fatto in Libia i nostri diplomatici e l’intelligence, visto che, a differenza dei francesi, non sono stati in grado di fornire per tempo al governo una lettura corretta della situazione che si stava determinando.
Il fatto che l’Italia sia stata abbandonata a sé stessa nel fronteggiare l’invasione dei barconi dimostra come la costruzione europea sia fragile e discutibile. L’Europa, così solerte ad emanare direttive che condizionano la vita dei paesi membri ed a multare gli inadempienti, è totalmente disinteressata di fronte ad un oggettiva emergenza che colpisce l’Italia, che costituisce la sua porta d’entrata a sud. Inoltre il nanismo politico dell’UE si evidenzia in tutta la sua gravità nella crisi Libica: se in economia valgono le regole dei burocrati di Bruxelles, in politica vale la logica dell’ognuno per sé.
Ad aggravare questo contesto si aggiunge l’intraprendenza della Francia che dopo essersi accaparrata importanti aziende italiane (vedi Parmalat, Bulgari, Bnl ecc.) ha deciso di sostituirci in Libia come partner privilegiato, specie nella gestione del petrolio, e per farlo non ha esitato a ricorrere all’azione militare. Le bandierine francesi sventolate dagli insorti sono la prova che l’operazione era stata preparata da tempo.
Le difficoltà esterne possono avere due effetti: quello di compromettere definitivamente gli assetti politici interni oppure quello di determinare una rinnovata coesione nazionale ed una ripresa. Per farlo, però, occorrerebbe un colpo d’ala….
Paolo Danieli

martedì 5 aprile 2011

Lettera Politica 244

Caos mediorientale
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a tumulti e rivolte in Costa d’Avorio, Mauritania, Algeria, Albania, Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Djibuti, Yemen e Bahrain.
Gli analisti e i giornalisti ne hanno parlato con una certa dose di semplicismo, dicendo che una regione in cui la democrazia e la libertà erano state a lungo represse da regimi non democratici o imperfettamente democratici, stava finalmente arrivando alla democrazia così come dal 1975 ci erano arrivati i paesi dell’Europa Meridionale, i paesi latinoamericani, i paesi del sud est asiatico. Questa nuova ondata di democratizzazione, per utilizzare la felice espressione coniata da Samuel Huntington nel 1991, solleva numerosi questioni. Ne affronterò solo uno.
Cosa succederà adesso? I politologi che studiano i processi democratici, e ne abbiamo di bravissimi in Italia, sanno che il crollo di un regime non democratico non porta necessariamente alla nascita di un regime democratico, non assicura che la neonata democrazia sia in grado di sopravvivere, non assicura la stabilità e non assicura che forze e gruppi antidemocratici possano avvantaggiarsi dell’opposizione popolare al regime precedente per dar vita ad un regime altrettanto antidemocratico.
Se questo accadesse anche in Medio Oriente non sarebbe una novità. Per questo oggi gli studiosi parlano di quasi democrazia, di democrazie imperfette, di democrazie illiberali, di autoritarismi elettorali e così via. Sono molti i paesi che in anni recenti si sono avviati sulla strada della democrazia e non sono mai riusciti a raggiungerla.
Cosa succederà in Medio Oriente per ora nessuno lo sa, ma è già chiaro che la destabilizzazione regionale potrebbe avere delle severe ripercussioni anche per noi: gli stati destabilizzati non sono in grado di far nulla contro il terrorismo internazionale, non sono in grado di controllare i propri confini, non sono in grado di porre un freno a quelle ondate migratorie cui assistiamo quotidianamente.
E mentre le nostre coste vengono invase a molti italiani viene il sospetto che la violenza verbale della Lega sia solo uno stratagemma per mascherare una assoluta incapacità di trovare soluzioni concrete per problemi reali. Bossi dice che i profughi, veri e sedicenti, devono andare ‘fuori dalle balle’. Da vero leghista avrebbe dovuto dire ‘fuori dai Maroni’, perchè se continuano a venire dimostrano che anche il migliore dei ministri leghisti non vale un granchè.
Riccardo Pelizzo MA Ph. D.

sabato 2 aprile 2011

Lettera Verona 14/11

Il prossimo Rettore: scelta strategica per Verona


Fra circa un anno scadrà il mandato del prof. Mazzucco, Magnifico Rettore dell’Università di Verona. Le manovre per la successione sono già in corso e nei prossimi mesi si manifesteranno le candidature alla prestigiosa carica. Una carica importante non solo per coloro che in qualche modo hanno a che fare con il mondo accademico, e cioè studenti, docenti e personale amministrativo, ma per tutta la città.
Non deve sfuggire a nessuno infatti come e quanto l’Università di Verona rappresenti un’istituzione strategica per la città e il suo territorio, per cui è logico che la scelta di chi dovrà guidare l’ateneo nei prossimi anni sia questione che riguarda un po’ tutti i veronesi.
La nostra Università non è antica come quella di Bologna, che è stata la prima fondata al mondo, o come quella di Padova, di cui è emanazione. La sua storia è molto più breve, non affonda le radici nei secoli, ma nasce nel 1963, come sede staccata di Padova, e diventa autonoma solo nel 1982. Ma da allora, grazie ad un’intelligente conduzione ed alla collaborazione delle istituzioni veronesi, è cresciuta, tanto che oggi conta otto facoltà e quindici dipartimenti ed è considerata tra le migliori e le più serie.
Una città come la nostra, che ha nella cultura in tutte le sue manifestazioni il punto di forza su cui investire per il futuro, non solo non può prescindere dal rapporto con l’Università, ma deve impegnarsi a svilupparlo sempre di più investendo risorse pubbliche e private.
L’elezione del Rettore Magnifico è quindi un evento importante. Ma lo diventa ancora di più dal momento che voci insistenti parlano di un’eventuale accorpamento del nostro ateneo ad un costituendo “polo universitario” veneto, imperniato su Padova e Venezia, nel quadro di un piano nazionale di revisione delle università.
Verona, per i motivi detti sopra, non può in alcun modo rinunciare alla proprio ateneo. E la scelta di chi avrà il compito di guidarlo in un momento che si profila così critico è un atto che non riguarda più solo il mondo accademico, ma tutta la città.
Le istituzioni veronesi, a cominciare dalla politica, alzino bene le orecchie e la guardia. Un ennesimo cedimento al centro di potere costituito dal triangolo Padova-Venezia-Treviso sarebbe inaccettabile. Un’ulteriore marginalizzazione rispetto alla regione sarebbe esiziale.
Leonardo Ferrari