mercoledì 19 ottobre 2011

Lettera Verona 45

Funzioni e diritti: lo strano caso dei topi e delle gattare
In una lettera precedente abbiamo parlato di topi e zanzare. E un tema su cui si deve tornare. Il comune spende parecchi soldi per la derattizzazione. Ciò nonostante il problema persiste e, come già denunciato, è sempre più frequente vedere qualche pantegana  scorrazzare per le strade o i giardini della città. Dicono infatti gli etologi che i topi sono tra i mammiferi più furbi e organizzati, e lo sono anche al punto di mettere in atto delle strategie per evitare le esche disseminate un po’ ovunque, rendendo così meno efficace la campagna di derattizzazione.
C’è però anche uno strumento naturale di derattizzazione. Esso è costituito dai gatti che, da che mondo è mondo, hanno come attività principale quella di mangiare i topi, tanto che, sempre secondo gli etologi, è proprio per questa loro funzione che sono stati resi domestici dall’uomo. Si tratta quindi di animali utili ed è quindi logico che godano di parecchie simpatie presso il genere umano. In particolare presso le gattare, quelle simpatiche signore che per buon cuore si premurano di nutrire i gatti randagi che scorrazzano per la città,  il cui randagismo è praticamente protetto dalla costituzione, proprio perché essi svolgono una funzione sociale eliminando topi e ratti che notoriamente sono portatori di malattie.
Ora è evidente che se le gattare nutrono riccamente i gatti randagi, disseminando la città di piattini pieni di mangime granulare, di crocchettine, di patè e bicchieroni di latte, i gatti con la pancia piena non vanno a caccia di ratti, il numero dei ratti cresce e il comune deve poi spendere altri soldi per contenere la moltiplicazione di ratti e affini.
Molto meglio sarebbe, ai fin della lotta ai ratti se a queste signore venisse fatto divieto di nutrire i gatti randagi, lasciando così che i gatti rispolverino listinto predatorio e tornino a mangiare i topi. Così  si ridurrebbe in modo non secondario il costo della derattizzazione.
Leo Ferrari

martedì 18 ottobre 2011

Lettera Verona 45

Funzioni e diritti: lo strano caso dei topi e delle gattare
In una lettera precedente abbiamo parlato di topi e zanzare. E un tema su cui si deve tornare. Il comune spende parecchi soldi per la derattizzazione. Ciò nonostante il problema persiste e, come già denunciato, è sempre più frequente vedere qualche pantegana  scorrazzare per le strade o i giardini della città. Dicono infatti gli etologi che i topi sono tra i mammiferi più furbi e organizzati, e lo sono anche al punto di mettere in atto delle strategie per evitare le esche disseminate un po’ ovunque, rendendo così meno efficace la campagna di derattizzazione.
C’è però anche uno strumento naturale di derattizzazione. Esso è costituito dai gatti che, da che mondo è mondo, hanno come attività principale quella di mangiare i topi, tanto che, sempre secondo gli etologi, è proprio per questa loro funzione che sono stati resi domestici dall’uomo. Si tratta quindi di animali utili ed è quindi logico che godano di parecchie simpatie presso il genere umano. In particolare presso le gattare, quelle simpatiche signore che per buon cuore si premurano di nutrire i gatti randagi che scorrazzano per la città,  il cui randagismo è praticamente protetto dalla costituzione, proprio perché essi svolgono una funzione sociale eliminando topi e ratti che notoriamente sono portatori di malattie.
Ora è evidente che se le gattare nutrono riccamente i gatti randagi, disseminando la città di piattini pieni di mangime granulare, di crocchettine, di patè e bicchieroni di latte, i gatti con la pancia piena non vanno a caccia di ratti, il numero dei ratti cresce e il comune deve poi spendere altri soldi per contenere la moltiplicazione di ratti e affini.
Molto meglio sarebbe, ai fin della lotta ai ratti se a queste signore venisse fatto divieto di nutrire i gatti randagi, lasciando così che i gatti rispolverino listinto predatorio e tornino a mangiare i topi. Così  si ridurrebbe in modo non secondario il costo della derattizzazione.
Leo Ferrari

giovedì 13 ottobre 2011

Lettera Politica 308

Andiamo verso il Grande Fratello?
Pavlik (Paolino) Morozov era un ragazzino russo che ai tempi della grande fame degli anni 20, avendo visto che i suoi genitori nascondevano del grano che avrebbero dovuto consegnare all'ammasso, corse a denunciarli alla CEKA (la polizia segreta), che provvide a fucilare i malcapitati.  Gli zii del piccolo mostro, adirati, lo uccisero. La CEKA fucilò anche loro e questa fu la fine della storia.  In riconoscimento del suo eroismo, a Pavlik vennero intitolati un parco con statua a Mosca e soprattutto le brigate Morozov alle quali erano iscritti i ragazzini delle scuole, indottrinandoli a denunciare anche i propri genitori per i supposti crimini notati.
Brigate Morozov defunte con l' URSS?  Neanche per idea. Ce le ritroviamo, sotto altre spoglie, nel nostro Paese.  Alle Italbrigate Morozov sono stati iscritti ope legis (per legge)  bancari ed affini e i professionisti.  Devono denunciare alla polizia i movimenti di denaro sospetti che passassero sotto ai loro occhi. In cambio non ricevono la medaglia Morozov, ma se non denunciano i fatti per ora non vengono fucilati, comunque ricevono una sanzione penale.  Sino ad ora questo adempimento veniva richiesto per una benemerita lotta al riciclaggio di denaro sporco, ed ora, con l' obbligo di non pagare in contante sopra i 2.500 euro, il campo di controllo si è ampliato alle normali transazioni commerciali.  Non è un provvedimento che avrà vasta incidenza. In tutto il mondo le transazioni in contante, anche per pagamenti minuti, vanno sempre più diminuendo anche senza i provvedimenti Morozov. Carte di credito,  e-commerce, e fra un po' anche  i telefonini diventano mezzi di pagamento al posto del contante, che rimarrà forse per pagare il giornale o il caffè.
In Kenia (!) è comune pagare col telefonino. Una società danese ha "cablato" con le celle tutto il paese e reso possibile l'impiego dei cellulari per effettuare pagamenti nei negozi. In attesa di arrivare  al livello del Kenia, dovremo convivere per un po' con le tradizionali banconote, le quali peraltro sono ancora  una garanzia di libertà (ancorchè vigilata). Quando sarà pressochè scomparso il denaro contante, saremo totalmente  alla  mercè del Grande Fratello, che saprà in ogni momento i nostri movimenti, le nostre disponibilità, e potrà seguire gran parte delle nostre azioni. Potremo solo sperare che il sistema si blocchi per bulimia  di dati. Anche se non si è ancora arrivati a tanto, già ora si è sentito il bisogno di fare qualcosa, seppure insignificante, per proteggere la cosiddetta privacy del cittadino e limitare il ficcanasismo dei vari organi.  In futuro dovrà essere fatto di meglio, pena la perdita reale della libertà con le varie brigate Morozov.
Calibano

Lettera Politica 307

Regolamentare e tassare la prostituzione

La manovra economica varata dal governo non è stata sufficiente a rassicurare l’Europa e i mercati. Nuove e più efficaci misure sono necessarie per evitare che l’Italia faccia la fine della Grecia. Si torna a parlare, data la gravità della situazione, di condono, di patrimoniale e di privatizzazioni ma nessuno pensa di intervenire su una voce dell’economia italiana che, per quanto sommersa, per le sue dimensioni non si può più non prendere in considerazione: la prostituzione.
Questa attività, riprovevole quanto si vuole, è esistita, esiste ed esisterà sempre. Questo vale per l’Italia come per ogni altro paese del mondo. E’ un’attività fiorente, che non conosce crisi e che movimenta un sacco di miliardi di euro. Solo che siccome in Italia è illegale, tutto il giro d’affari che ruota attorno alla prostituzione è in nero. Si stima che se la prostituzione fosse regolamentata, com’era prima della legge Merlin e com’è in moltissimi altri paesi civili, il gettito che lo stato ne ricaverebbe ammonterebbe, secondo le stime più prudenti, a 10/15 miliardi di euro l’anno e a più del doppio secondo altre. Senza contare che si darebbe un bel colpo alla malavita organizzata che controlla una buona parte della prostituzione e da essa trae illeciti quanto ingenti guadagni.
Se fino ad oggi si è fatto finta di niente; se per un’inspiegabile ipocrisia si è preferito fingere che la prostituzione non esista e di fronte alla mega-evasione di questa attività si è sempre girata la testa da un’altra parte, magari andando torturare con verifiche e controlli i piccoli e onesti contribuenti, oggi non è più lecito farlo. A mali estremi, estremi rimedi. Non ci sono soldi? C’è il pericolo che l’Europa ci metta in mora? C’è il rischio che tutto vada a puttane? Bene, prima che sia troppo tardi, tassiamole queste “signore”, battone, prostitute, excort che siano. Regolamentiamo una volta per tutte il loro mestiere abbandonando ogni ipocrisia. E ricaviamone quei 10/15 miliardi di euro l’anno. O probabilmente, come stimano alcuni, anche di più.
Paolo Danieli

venerdì 7 ottobre 2011

Lettera Verona 43

Un quartiere sotto sequestro

Ho verificato di persona l’esperienza che vivono i 10.000 cittadini del quartiere Stadio durante una partita di calcio. Lo spettacolo è indegno. E’ sconcertante vedere che in ogni dove gli automobilisti lasciano le auto indisturbati dove capita. Non si salva un centimetro di marciapiede. Fino al canale Camuzzoni gli ingressi delle abitazioni sono impraticabili. Impossibile passare a piedi. Non parliamo per una sedia a rotelle o un’emergenza!

Chi è il responsabile di tutto questo? Cerco il conforto della Polizia municipale che, consultata ai vari livelli, mi risponde che ha l’ordine cui deve attenersi è di “garantire” la circolazione. Iniziata la partita tutt’intorno per le strade lo spettacolo è desolante: sporcizia e macchine ovunque. I residenti che si muovono a piedi sono costretti a camminare sulla sede stradale  perché i marciapiedi sono occupati dalle auto.
Alla fine della partita è un inferno: un groviglio di macchine incastrate e strombazzanti che sciamano indiscriminatamente per ogni pertugio possibile. Un’auto tenta persino di entrare in una via senza uscita creando un ingorgo inenarrabile. Le strade, salvo qualcuna, hanno larghezza ridotta dell’ordine dei 6/7 metri e quando sono piene di auto in manovra e gravate dalla sosta su entrambi i lati, parte il caos e l’ingorgo è fuori controllo. Non c’è da meravigliarsi se l’indomani tanti residenti che hanno lasciato l’auto in strada troveranno qualche amara sorpresa sulla fiancata, sul paraurti, sul parafango o specchietto rotto. Come se non bastasse alla fine resta tanta immondizia favorita dall’incuria garantita dall’impunità.
E’ evidente che c’è qualche cosa che non va. Siamo in presenza di una mancanza di pianificazione della mobilità e di rispetto per gli standard urbanistici, specialmente quelli legati al parcheggio. La costruzione indiscriminata di nuove unità residenziali non ha certo migliorato la cosa. L’assoluta non curanza della tutela dei residenti si trasforma anche in un aggravio manutentivo per il patrimonio pubblico: intere sezioni di marciapiedi danneggiate dalle auto, cartelli stradali e quel poco di vedere pubblico spartitraffico trasformati in sterrati che quando piove sono fango. Si parla di edificare ancora allo Stadio, in nome del grande parco della Spianà, in vero quattro campi più o meno incolti già per altro occupati dallo snodo della bretella e dal complesso dei Salesiani.
Fermo qualche residente giusto per sentire l’umore. Le risposte unanimi. L’irritazione è palpabile. Una signora anziana che portava via le immondizie mi ha detto una cosa che fa pensare, “ ‘Sta gente dalla ciacola facile sempre in television che i par tronisti de la siora De Filippi, i vegnarà  a chiedarne el voto, e alora …”











martedì 4 ottobre 2011

Lettera Politica 306

La secessione ritrovata
Era da un bel po' che la Lega non agitava la bandiera della secessione. Scelta tattica. E anche obbligata. Come può infatti un partito di governo, caricato di responsabilità nazionali, titolare tra l'altro del Ministero degli Interni cui è affidato il compito di garantire l'ordine, cavalcare il secessionismo che va a sovvertire proprio quell'ordine che uno dei suoi uomini è chiamato a tutelare? Era quindi logico che quando la Lega ha deciso di essere partito di governo, abbia riposto la secessione nel cassetto e piuttosto abbia concentrato la propaganda sul federalismo. Riposto nel cassetto. Non abiurato. Perché, sotto sotto, dal nome dei gruppi parlamentari ( Lega nord per l'indipendenza della Padania), ai discorsi nei comizi, alle chiacchiere nei bar, il secessionismo è sempre rimasto nel cuore e nel bagaglio politico-culturale della Lega.
E ogni tanto viene fuori. Specie nei momenti di crisi come questo, quando il Capo, di fronte a oggettive difficoltà, costituite dal non essere stati in grado di ottenere, dopo tanti anni di governo, il federalismo né di aver attuato una soddisfacente politica di controllo dell'immigrazione, che poi sono i punti chiave del loro programma politico, è costretto a tirare fuori dal cassetto l'idea forte della secessione per tenere assieme il popolo leghista.
E siccome le difficoltà per la Lega non sono finite e anzi sono in aumento, tutto lascia prevedere che quel cavallo di battaglia verrà cavalcato ancora nei prossimi mesi.
L'appannamento della leadership di Bossi, il calo elettorale, le divisioni interne, il malumore della base per un certo nepotismo che ha il carattere della sfrontatezza quando assume le sembianze del Trota, l'insofferenza di certi dirigenti intelligenti per la conduzione del partito sono tutti elementi di indebolimento che, come contrappeso, esigono il ricorso a parole politiche forti, com'è appunto la secessione, al fine di tenere unite le truppe.
Ma tutto ha un prezzo. In politica, come nella vita. Come non si può pretendere di essere al tempo stesso partito di governo a Roma e partito di lotta sul territorio senza poi pagare l'incoerenza in termini di consenso? Allo stesso modo non è pensabile agitare la secessione senza pagarne il prezzo in termini politici e, come buttato lì non a caso da Napolitano, in termini giuridici, quando ha ricordato che il leader del separatismo siciliano Finocchiaro Aprile fu arrestato.
Un monito, come s'usa dire per i discorsi del Capo dello Stato?
In democrazia ognuno dovrebbe essere libero di esprimere le proprie idee, anche se sbagliate. Perseguire i reati d'opinione, qualsiasi opinione, è quindi incostituzionale oltre che ingiusto. Ma la storia ci insegna che il confine tra l'idea e gli atti per la sua realizzazione è molto labile. Ed è qui che si potrebbe infilare qualche magistrato sensibile all'alto monito del Quirinale.
Paolo Danieli

domenica 2 ottobre 2011

Lettera Politica 305

Nuove costruzioni? No grazie
L’edilizia, che come tutti sanno rappresenta un volano per l'economia, è in crisi. Dal 2008 sono saltati, considerato l'indotto, 350.000 posti di lavoro; 7.200 imprese sono state chiuse; 5 milioni di ore di lavoro sono state perse, ci sono 37.000 disoccupati.
La causa è intuibile: lo stato e i cittadini non hanno soldi e quindi il settore è fermo. Ma non è solo questo. Ci sono dei motivi demografici e sociali ben precisi: l'invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle nascite, il prolungamento della convivenza con i genitori dei giovani che non trovano lavoro e che quindi non costituiscono nuovi nuclei familiari.
Il tutto si traduce in una diminuita domanda di case a fronte di una maggior offerta che, in termini economici, significa perdita del valore immobiliare.
Inoltre questa situazione ha implicazioni molto gravi sugli assetti sociali del nostro paese, fondato sul ceto medio.  Gli italiani, che notoriamente sono dei risparmiatori, hanno tesaurizzato nel mattone e la perdita di valore degli immobili significa sostanzialmente un ulteriore impoverimento, come se la crisi  non bastasse.
Che fare allora? Certamente si dovrà puntare sulle opere pubbliche, come insegna la storia recente, reperendo risorse dalle dimissioni del patrimonio immobiliare dello stato. E si dovrà anche investire sulla riqualificazione urbanistica e sul restauro dell'esistente.
Ma una cosa e'  certa: non si può continuare a costruire. Prevedere, come prevedono generalmente i piani regolatori dei comuni, la costruzione di nuovi edifici significa non avere una visione prospettica della società. Non solo. Costruire altre case che non verranno mai vendute e che rimarranno vuote, come è vuoto un numero sempre maggiore di appartamenti, basta girare per le strade e guardarsi attorno, significa portare al fallimento altre imprese edili, oltre che far diminuire ulteriormente il valore degli immobili esistenti.