mercoledì 19 ottobre 2011

Lettera Verona 45

Funzioni e diritti: lo strano caso dei topi e delle gattare
In una lettera precedente abbiamo parlato di topi e zanzare. E un tema su cui si deve tornare. Il comune spende parecchi soldi per la derattizzazione. Ciò nonostante il problema persiste e, come già denunciato, è sempre più frequente vedere qualche pantegana  scorrazzare per le strade o i giardini della città. Dicono infatti gli etologi che i topi sono tra i mammiferi più furbi e organizzati, e lo sono anche al punto di mettere in atto delle strategie per evitare le esche disseminate un po’ ovunque, rendendo così meno efficace la campagna di derattizzazione.
C’è però anche uno strumento naturale di derattizzazione. Esso è costituito dai gatti che, da che mondo è mondo, hanno come attività principale quella di mangiare i topi, tanto che, sempre secondo gli etologi, è proprio per questa loro funzione che sono stati resi domestici dall’uomo. Si tratta quindi di animali utili ed è quindi logico che godano di parecchie simpatie presso il genere umano. In particolare presso le gattare, quelle simpatiche signore che per buon cuore si premurano di nutrire i gatti randagi che scorrazzano per la città,  il cui randagismo è praticamente protetto dalla costituzione, proprio perché essi svolgono una funzione sociale eliminando topi e ratti che notoriamente sono portatori di malattie.
Ora è evidente che se le gattare nutrono riccamente i gatti randagi, disseminando la città di piattini pieni di mangime granulare, di crocchettine, di patè e bicchieroni di latte, i gatti con la pancia piena non vanno a caccia di ratti, il numero dei ratti cresce e il comune deve poi spendere altri soldi per contenere la moltiplicazione di ratti e affini.
Molto meglio sarebbe, ai fin della lotta ai ratti se a queste signore venisse fatto divieto di nutrire i gatti randagi, lasciando così che i gatti rispolverino listinto predatorio e tornino a mangiare i topi. Così  si ridurrebbe in modo non secondario il costo della derattizzazione.
Leo Ferrari

martedì 18 ottobre 2011

Lettera Verona 45

Funzioni e diritti: lo strano caso dei topi e delle gattare
In una lettera precedente abbiamo parlato di topi e zanzare. E un tema su cui si deve tornare. Il comune spende parecchi soldi per la derattizzazione. Ciò nonostante il problema persiste e, come già denunciato, è sempre più frequente vedere qualche pantegana  scorrazzare per le strade o i giardini della città. Dicono infatti gli etologi che i topi sono tra i mammiferi più furbi e organizzati, e lo sono anche al punto di mettere in atto delle strategie per evitare le esche disseminate un po’ ovunque, rendendo così meno efficace la campagna di derattizzazione.
C’è però anche uno strumento naturale di derattizzazione. Esso è costituito dai gatti che, da che mondo è mondo, hanno come attività principale quella di mangiare i topi, tanto che, sempre secondo gli etologi, è proprio per questa loro funzione che sono stati resi domestici dall’uomo. Si tratta quindi di animali utili ed è quindi logico che godano di parecchie simpatie presso il genere umano. In particolare presso le gattare, quelle simpatiche signore che per buon cuore si premurano di nutrire i gatti randagi che scorrazzano per la città,  il cui randagismo è praticamente protetto dalla costituzione, proprio perché essi svolgono una funzione sociale eliminando topi e ratti che notoriamente sono portatori di malattie.
Ora è evidente che se le gattare nutrono riccamente i gatti randagi, disseminando la città di piattini pieni di mangime granulare, di crocchettine, di patè e bicchieroni di latte, i gatti con la pancia piena non vanno a caccia di ratti, il numero dei ratti cresce e il comune deve poi spendere altri soldi per contenere la moltiplicazione di ratti e affini.
Molto meglio sarebbe, ai fin della lotta ai ratti se a queste signore venisse fatto divieto di nutrire i gatti randagi, lasciando così che i gatti rispolverino listinto predatorio e tornino a mangiare i topi. Così  si ridurrebbe in modo non secondario il costo della derattizzazione.
Leo Ferrari

giovedì 13 ottobre 2011

Lettera Politica 308

Andiamo verso il Grande Fratello?
Pavlik (Paolino) Morozov era un ragazzino russo che ai tempi della grande fame degli anni 20, avendo visto che i suoi genitori nascondevano del grano che avrebbero dovuto consegnare all'ammasso, corse a denunciarli alla CEKA (la polizia segreta), che provvide a fucilare i malcapitati.  Gli zii del piccolo mostro, adirati, lo uccisero. La CEKA fucilò anche loro e questa fu la fine della storia.  In riconoscimento del suo eroismo, a Pavlik vennero intitolati un parco con statua a Mosca e soprattutto le brigate Morozov alle quali erano iscritti i ragazzini delle scuole, indottrinandoli a denunciare anche i propri genitori per i supposti crimini notati.
Brigate Morozov defunte con l' URSS?  Neanche per idea. Ce le ritroviamo, sotto altre spoglie, nel nostro Paese.  Alle Italbrigate Morozov sono stati iscritti ope legis (per legge)  bancari ed affini e i professionisti.  Devono denunciare alla polizia i movimenti di denaro sospetti che passassero sotto ai loro occhi. In cambio non ricevono la medaglia Morozov, ma se non denunciano i fatti per ora non vengono fucilati, comunque ricevono una sanzione penale.  Sino ad ora questo adempimento veniva richiesto per una benemerita lotta al riciclaggio di denaro sporco, ed ora, con l' obbligo di non pagare in contante sopra i 2.500 euro, il campo di controllo si è ampliato alle normali transazioni commerciali.  Non è un provvedimento che avrà vasta incidenza. In tutto il mondo le transazioni in contante, anche per pagamenti minuti, vanno sempre più diminuendo anche senza i provvedimenti Morozov. Carte di credito,  e-commerce, e fra un po' anche  i telefonini diventano mezzi di pagamento al posto del contante, che rimarrà forse per pagare il giornale o il caffè.
In Kenia (!) è comune pagare col telefonino. Una società danese ha "cablato" con le celle tutto il paese e reso possibile l'impiego dei cellulari per effettuare pagamenti nei negozi. In attesa di arrivare  al livello del Kenia, dovremo convivere per un po' con le tradizionali banconote, le quali peraltro sono ancora  una garanzia di libertà (ancorchè vigilata). Quando sarà pressochè scomparso il denaro contante, saremo totalmente  alla  mercè del Grande Fratello, che saprà in ogni momento i nostri movimenti, le nostre disponibilità, e potrà seguire gran parte delle nostre azioni. Potremo solo sperare che il sistema si blocchi per bulimia  di dati. Anche se non si è ancora arrivati a tanto, già ora si è sentito il bisogno di fare qualcosa, seppure insignificante, per proteggere la cosiddetta privacy del cittadino e limitare il ficcanasismo dei vari organi.  In futuro dovrà essere fatto di meglio, pena la perdita reale della libertà con le varie brigate Morozov.
Calibano

Lettera Politica 307

Regolamentare e tassare la prostituzione

La manovra economica varata dal governo non è stata sufficiente a rassicurare l’Europa e i mercati. Nuove e più efficaci misure sono necessarie per evitare che l’Italia faccia la fine della Grecia. Si torna a parlare, data la gravità della situazione, di condono, di patrimoniale e di privatizzazioni ma nessuno pensa di intervenire su una voce dell’economia italiana che, per quanto sommersa, per le sue dimensioni non si può più non prendere in considerazione: la prostituzione.
Questa attività, riprovevole quanto si vuole, è esistita, esiste ed esisterà sempre. Questo vale per l’Italia come per ogni altro paese del mondo. E’ un’attività fiorente, che non conosce crisi e che movimenta un sacco di miliardi di euro. Solo che siccome in Italia è illegale, tutto il giro d’affari che ruota attorno alla prostituzione è in nero. Si stima che se la prostituzione fosse regolamentata, com’era prima della legge Merlin e com’è in moltissimi altri paesi civili, il gettito che lo stato ne ricaverebbe ammonterebbe, secondo le stime più prudenti, a 10/15 miliardi di euro l’anno e a più del doppio secondo altre. Senza contare che si darebbe un bel colpo alla malavita organizzata che controlla una buona parte della prostituzione e da essa trae illeciti quanto ingenti guadagni.
Se fino ad oggi si è fatto finta di niente; se per un’inspiegabile ipocrisia si è preferito fingere che la prostituzione non esista e di fronte alla mega-evasione di questa attività si è sempre girata la testa da un’altra parte, magari andando torturare con verifiche e controlli i piccoli e onesti contribuenti, oggi non è più lecito farlo. A mali estremi, estremi rimedi. Non ci sono soldi? C’è il pericolo che l’Europa ci metta in mora? C’è il rischio che tutto vada a puttane? Bene, prima che sia troppo tardi, tassiamole queste “signore”, battone, prostitute, excort che siano. Regolamentiamo una volta per tutte il loro mestiere abbandonando ogni ipocrisia. E ricaviamone quei 10/15 miliardi di euro l’anno. O probabilmente, come stimano alcuni, anche di più.
Paolo Danieli

venerdì 7 ottobre 2011

Lettera Verona 43

Un quartiere sotto sequestro

Ho verificato di persona l’esperienza che vivono i 10.000 cittadini del quartiere Stadio durante una partita di calcio. Lo spettacolo è indegno. E’ sconcertante vedere che in ogni dove gli automobilisti lasciano le auto indisturbati dove capita. Non si salva un centimetro di marciapiede. Fino al canale Camuzzoni gli ingressi delle abitazioni sono impraticabili. Impossibile passare a piedi. Non parliamo per una sedia a rotelle o un’emergenza!

Chi è il responsabile di tutto questo? Cerco il conforto della Polizia municipale che, consultata ai vari livelli, mi risponde che ha l’ordine cui deve attenersi è di “garantire” la circolazione. Iniziata la partita tutt’intorno per le strade lo spettacolo è desolante: sporcizia e macchine ovunque. I residenti che si muovono a piedi sono costretti a camminare sulla sede stradale  perché i marciapiedi sono occupati dalle auto.
Alla fine della partita è un inferno: un groviglio di macchine incastrate e strombazzanti che sciamano indiscriminatamente per ogni pertugio possibile. Un’auto tenta persino di entrare in una via senza uscita creando un ingorgo inenarrabile. Le strade, salvo qualcuna, hanno larghezza ridotta dell’ordine dei 6/7 metri e quando sono piene di auto in manovra e gravate dalla sosta su entrambi i lati, parte il caos e l’ingorgo è fuori controllo. Non c’è da meravigliarsi se l’indomani tanti residenti che hanno lasciato l’auto in strada troveranno qualche amara sorpresa sulla fiancata, sul paraurti, sul parafango o specchietto rotto. Come se non bastasse alla fine resta tanta immondizia favorita dall’incuria garantita dall’impunità.
E’ evidente che c’è qualche cosa che non va. Siamo in presenza di una mancanza di pianificazione della mobilità e di rispetto per gli standard urbanistici, specialmente quelli legati al parcheggio. La costruzione indiscriminata di nuove unità residenziali non ha certo migliorato la cosa. L’assoluta non curanza della tutela dei residenti si trasforma anche in un aggravio manutentivo per il patrimonio pubblico: intere sezioni di marciapiedi danneggiate dalle auto, cartelli stradali e quel poco di vedere pubblico spartitraffico trasformati in sterrati che quando piove sono fango. Si parla di edificare ancora allo Stadio, in nome del grande parco della Spianà, in vero quattro campi più o meno incolti già per altro occupati dallo snodo della bretella e dal complesso dei Salesiani.
Fermo qualche residente giusto per sentire l’umore. Le risposte unanimi. L’irritazione è palpabile. Una signora anziana che portava via le immondizie mi ha detto una cosa che fa pensare, “ ‘Sta gente dalla ciacola facile sempre in television che i par tronisti de la siora De Filippi, i vegnarà  a chiedarne el voto, e alora …”











martedì 4 ottobre 2011

Lettera Politica 306

La secessione ritrovata
Era da un bel po' che la Lega non agitava la bandiera della secessione. Scelta tattica. E anche obbligata. Come può infatti un partito di governo, caricato di responsabilità nazionali, titolare tra l'altro del Ministero degli Interni cui è affidato il compito di garantire l'ordine, cavalcare il secessionismo che va a sovvertire proprio quell'ordine che uno dei suoi uomini è chiamato a tutelare? Era quindi logico che quando la Lega ha deciso di essere partito di governo, abbia riposto la secessione nel cassetto e piuttosto abbia concentrato la propaganda sul federalismo. Riposto nel cassetto. Non abiurato. Perché, sotto sotto, dal nome dei gruppi parlamentari ( Lega nord per l'indipendenza della Padania), ai discorsi nei comizi, alle chiacchiere nei bar, il secessionismo è sempre rimasto nel cuore e nel bagaglio politico-culturale della Lega.
E ogni tanto viene fuori. Specie nei momenti di crisi come questo, quando il Capo, di fronte a oggettive difficoltà, costituite dal non essere stati in grado di ottenere, dopo tanti anni di governo, il federalismo né di aver attuato una soddisfacente politica di controllo dell'immigrazione, che poi sono i punti chiave del loro programma politico, è costretto a tirare fuori dal cassetto l'idea forte della secessione per tenere assieme il popolo leghista.
E siccome le difficoltà per la Lega non sono finite e anzi sono in aumento, tutto lascia prevedere che quel cavallo di battaglia verrà cavalcato ancora nei prossimi mesi.
L'appannamento della leadership di Bossi, il calo elettorale, le divisioni interne, il malumore della base per un certo nepotismo che ha il carattere della sfrontatezza quando assume le sembianze del Trota, l'insofferenza di certi dirigenti intelligenti per la conduzione del partito sono tutti elementi di indebolimento che, come contrappeso, esigono il ricorso a parole politiche forti, com'è appunto la secessione, al fine di tenere unite le truppe.
Ma tutto ha un prezzo. In politica, come nella vita. Come non si può pretendere di essere al tempo stesso partito di governo a Roma e partito di lotta sul territorio senza poi pagare l'incoerenza in termini di consenso? Allo stesso modo non è pensabile agitare la secessione senza pagarne il prezzo in termini politici e, come buttato lì non a caso da Napolitano, in termini giuridici, quando ha ricordato che il leader del separatismo siciliano Finocchiaro Aprile fu arrestato.
Un monito, come s'usa dire per i discorsi del Capo dello Stato?
In democrazia ognuno dovrebbe essere libero di esprimere le proprie idee, anche se sbagliate. Perseguire i reati d'opinione, qualsiasi opinione, è quindi incostituzionale oltre che ingiusto. Ma la storia ci insegna che il confine tra l'idea e gli atti per la sua realizzazione è molto labile. Ed è qui che si potrebbe infilare qualche magistrato sensibile all'alto monito del Quirinale.
Paolo Danieli

domenica 2 ottobre 2011

Lettera Politica 305

Nuove costruzioni? No grazie
L’edilizia, che come tutti sanno rappresenta un volano per l'economia, è in crisi. Dal 2008 sono saltati, considerato l'indotto, 350.000 posti di lavoro; 7.200 imprese sono state chiuse; 5 milioni di ore di lavoro sono state perse, ci sono 37.000 disoccupati.
La causa è intuibile: lo stato e i cittadini non hanno soldi e quindi il settore è fermo. Ma non è solo questo. Ci sono dei motivi demografici e sociali ben precisi: l'invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle nascite, il prolungamento della convivenza con i genitori dei giovani che non trovano lavoro e che quindi non costituiscono nuovi nuclei familiari.
Il tutto si traduce in una diminuita domanda di case a fronte di una maggior offerta che, in termini economici, significa perdita del valore immobiliare.
Inoltre questa situazione ha implicazioni molto gravi sugli assetti sociali del nostro paese, fondato sul ceto medio.  Gli italiani, che notoriamente sono dei risparmiatori, hanno tesaurizzato nel mattone e la perdita di valore degli immobili significa sostanzialmente un ulteriore impoverimento, come se la crisi  non bastasse.
Che fare allora? Certamente si dovrà puntare sulle opere pubbliche, come insegna la storia recente, reperendo risorse dalle dimissioni del patrimonio immobiliare dello stato. E si dovrà anche investire sulla riqualificazione urbanistica e sul restauro dell'esistente.
Ma una cosa e'  certa: non si può continuare a costruire. Prevedere, come prevedono generalmente i piani regolatori dei comuni, la costruzione di nuovi edifici significa non avere una visione prospettica della società. Non solo. Costruire altre case che non verranno mai vendute e che rimarranno vuote, come è vuoto un numero sempre maggiore di appartamenti, basta girare per le strade e guardarsi attorno, significa portare al fallimento altre imprese edili, oltre che far diminuire ulteriormente il valore degli immobili esistenti.

sabato 24 settembre 2011

Lettera Verona 42

Non ho ricordo, nei miei quarant’anni di vita passati tutti a Verona dove sono nato, di
aver visto tante zanzare e tanti topi infestare la città. Il problema, rispetto ai tanti
altri che si fanno sentire in questo momento di crisi, non sarà dei più importanti, ma
va a pesare sulla qualità della vita dei veronesi.
Non so se la voce  zanzare e topi rientra nei parametri considerati nello scrivere la
classifica di vivibilità delle città italiane in cui Verona occupa una posizione di tutto
rispetto, tuttavia incide nella percezione di benessere dei cittadini.
L’estate è stata lunga e calda e questo fattore, aggiunto al clima umido della pianura
padano-veneta, ha costituito di sicuro un habitat ideale per zanzare e pappataci che
si sono nutriti abbondantemente del sangue dei veronesi sia di giorno che di notte.
Viene però da chiedersi, data la dimensione del fenomeno, se sia stata fatta
un’adeguata opera di  prevenzione e disinfestazione da parte delle strutture
comunali preposte. Hanno raccomandato, questo sì, ai cittadini di evitare di lasciare
acqua morta nei vasi delle piante e di buttare apposite  pastiglie dove c’è acqua
stagnante, in modo da bloccare lo sviluppa delle larve degli insetti, ma come si fa?
Non è che uno a casa è dotato dell’occorrente. Il veronese potrà anche togliere
l’acqua dai vasi, ma al resto ci deve pensare il comune, come faceva una volta.
E se la disinfestazione con l’insetticida  che si faceva una volta è stata abolita per
non inquinare l’ambiente, c’è da domandarsi se in casi eccezionali come quello di
quest’estate non sia il caso di farla lo stesso, ammesso che non ne abbiano trovati di
eco-compatibili. Perché tanto, l’insetticida spray, lo usano in ogni caso i singoli
veronesi nelle loro case.
E poi ci sono i topi. Qui il clima non c’entra. C’entra piuttosto, visti i risultati, la scarsa
efficacia delle tecniche di disinfestazione utilizzate. A parte i pericoli per l’igiene e la
salute, non è per niente simpatico vedersi attraversare la strada da qualche
pantegana mentre si cammina per le strade, le piazze o i giardini della città.

Leo Ferrari

Lettera Politica 304

Come ti erudisco il pupo, ovvero i fasti dello squolital.
Giulia (il nome e’ di fantasia) è andata a prendere i 15 chili di libri che le serviranno per l’ultimo anno delle medie, o come diavolo si chiamano oggi, in una scuola di reverende madri. Mi presta due libri: il libro di storia e un’antologia. Nella patinata antologia che si intitola pomposamente “Il tesoro di carta “ gli autori, Ermanno Bartolucci e Costanza Floris hanno trasfuso la loro conoscenza della letteratura mondiale dell’ultimo secolo, vediamo come.
Presenti alcuni importantissimi autori viventi o appena morti: Benni Stefano; Bertolucci Attilio, Bianucci Pietro, stranamente anche Buzzati Dino e Capuozzo Toni, ma doverosamente Cianciullo Antonio “ inviato di Repubblica” , Condorelli Daniela di “ Repubblica”; Eco Umberto .. “ collabora alla rivista L’ Espresso e a diversi quotidiani italiani…” ; Fava Alessandra “collabora con l’agenzia ANSA e col manifesto” e Donna), Fenoglio Beppe; Fo Dario; Franceschini Enrico di Repubblica, Gallo Piero !!!! il famoso prete di San Salvario; Guccini Francesco, noto cantautore ; Hack Margherita; Laurenzi Laura di Repubblica; Lussu Emilio …; fra a questi eccelsi autori anche uno modesto ottocentesco, Manzoni Alessandro. Cosa ci fa qui Saffo?
Tornando ai nostri tempi Saraceno Chiara che ha scritto “ sui temi della famiglia, dello Stato sociale e della povertà”. Non poteva mancare Saviano Roberto “vive sotto scorta”. Un medico: Strada Gino, ben noto alle cronache, e dopo Verga Giovanni, lì per caso, Villaggio Paolo.… Personaggi di minor rango: Tommasi di Lampedusa, Verga Giovanni che “propone realisticamente i problemi, la vita e la lingua degli umili”.
Molto potlitically correct gli stranieri tutti rigorosamente comunisti e/o di sinistra ( Nazim Hikmet; George Orwell, Pablo Neruda, Seamus Heaney ….). Cercheresti invano Banana Yoshimoto, Yukio Mishima , James Joyce, T.S. Eliot o anche Nikos Kazantzakis. Se non sono comunisti non valgono niente. I brani scelti per illustrare l’ illustranda opera degli illustri illustrati? E’ la sagra degli .. ismi: pacifismo, ecologismo, populismo, antimilitarismo, antiamericanismo, e, sotto sotto, sempre comunismo. Anche i pezzi di autori di sinistra con una produzione vasta sono scelti fra quelli piu’ politically correct.
Che Dio ti salvi, Giulia, da questi educatori.

martedì 20 settembre 2011

Lettera Politica 303

Attenti al mulo!
Comunque vada, il ciclo si è chiuso. E quando un ciclo finisce, finisce quasi sempre male. Di questo non bisogna certo rallegrarsi, ma prenderne atto, altrimenti si rischia di agire a vuoto in una dimensione che non è reale, ma è solo la proiezione di desideri  che non si possono realizzare per il semplice fatto che la realtà è un’altra.
L’unico modo per non farla finire male è guardarla in faccia questa realtà, gradita o sgradita che sia. Solo così, decidendo e agendo non secondo i propri desideri, ma secondo opzioni reali, si potrà fare in modo di governare il cambiamento.
Un ciclo è finito. Prima se ne apre un altro meglio è.
Prima di tutto per gli italiani, che stanno patendo oltre misura per la perdita di credibilità all’estero, per l’impoverimento e per l’aumento delle tasse. Centratissima, a questo proposito, l’immagine di Pansa che paragona il popolo italiano al mulo: animale docile, paziente, forte al punto da essere caricato di pesi che nessun altro animale potrebbe sostenere. Solo che se il peso supera un certo limite il mulo si ribella, si libera del basto, scalcia, morde e colpisce chiunque gli si avvicini. Ecco, la pressione sugli italiani è giunta a quel limite. Basta un nonnulla per scatenare la ribellione. E, quando scoppiano le rivolte, si sa come si comincia, ma non dove si finisce. Di qui la necessità di una svolta che recuperi la fiducia internazionale ed interna.
E poi meglio anche per il centrodestra, che non deve aver paura di cambiare. E deve farlo in fretta, prima che il mulo si ribelli. Qui non si tratta di aver perso una guerra o di dover ammettere che le proprie idee erano sbagliate. Se così fosse basterebbe alzare bandiera bianca e consegnarsi al nemico o rinnegare i propri programmi/progetti/sogni. Tutt’altro. Il centrodestra ha il dovere di chiudere una fase proprio per poterne aprire un’altra e portare avanti il progetto.
Tanto lo sanno tutti che la sinistra, divisa com’è e per un’intrinseca eterogeneità, non potrà governare il paese, quand’anche, per tutta una serie di circostanze fortuite quanto improbabili riuscisse a vincere le elezioni. Ecco quindi la necessità, divenuta ormai improrogabile a causa delle note vicende, di cominciare a lavorare per presentare al mondo un’Italia governata da una maggioranza ancora più forte di quella uscita dalle elezioni del 2008. Una maggioranza dove il centrodestra, a prescindere dal nome, aprendo all’Udc e a coloro che intendono lavorare per un progetto comune, continui ad essere il protagonista del governo del paese.
Solo così la fine di un ciclo non sarà una sconfitta, ma l’occasione per il rilancio. Soprattutto quello dell’Italia.
Paolo Danieli

lunedì 19 settembre 2011

Lettera Politica 302

Alcune proposte per migliorare l’università
La stampa ci dice che l’Italia naviga in cattive acque e addossa la responsabilità a una classe politica che non entusiasma. Non vogliamo minimizzare le sue responsabilità - troppo spesso pare non essere all’altezza delle sfide che deve affrontare-  ma ci sono dei problemi per cui la classe politica non ha colpa.
I giornali ci dicono anche che le università italiane non reggono il confronto con quelle straniere. La migliore università italiana è l’università di Bologna, al 183° posto. Tutte le altre, inclusa la Sapienza di Roma, sono così scadenti da non riuscire ad entrare fra le migliori 200 università del mondo.
Gli accademici nostrani amano addossare la responsabilità di questo sfacelo ai governi e ai tagli di bilancio. Eppure ignorano che le nostre università sono dei carrozzoni costosissimi e che, a parità di spesa, gli atenei stranieri producono di più e meglio dei nostri.
Perché allora le nostre università funzionano tanto male? Perché gli accademici, con poche lodevoli eccezioni, non sono adeguatamente preparati, non sanno fare ricerca, non conoscono le lingue straniere, non si tengono aggiornati sugli sviluppi metodologici e sostanziali nelle loro rispettive discipline e, pertanto, non pubblicano nelle riviste scientifiche che contano.
Come risolvere il problema? Ecco alcune proposte concrete di facile applicazione.
Primo, tutti i docenti universitari devono essere in possesso di un dottorato di ricerca o titolo equivalente, come il d.phil inglese o il ph.d. americano.
Secondo, il dottorato di ricerca deve essere ristrutturato. Va ridotto il numero di studenti ammessi al dottorato e ne va aumentata la qualità. Si deve pretendere che lo studente non si limiti a scrivere una tesi di ricerca originale, ma che segua dei corsi di specializzazione e che sostenga degli esami generali. Così ci assicura che lo studente abbia non solo una grande specializzazione (tesi) ma anche che abbia una buona padronanza di tutta la materia (esami generali).
Terzo, i concorsi devono essere fatti per titoli (pubblicazioni scientifiche) come avviene in tutti i paesi civili, in modo che ad andare avanti siano i bravi e non i miracolati.
Quarto, gli studiosi devono continuare a pubblicare in riviste internazionali anche dopo esser stati assunti da una università. Così si elimina il brutto vizio di quegli accademici nostrani che, una volta arrivati, si occupano di tutto tranne che di far bene il proprio lavoro.
Si tratta di riforme semplici ma importanti. Se non riformiamo l’università, non possiamo rilanciare la ricerca e senza ricerca l’Italia non ha un gran futuro.
Luca Firmiani

giovedì 15 settembre 2011

Lettera Verona 41

Tosi protagonista
Da quando nel 2007 è diventato sindaco di Verona quella di Tosi è stata un’escalation politica che non si è mai fermata. Con tutta una serie di atti e di prese di posizione e sostenuto da un’abile quanto efficace strategia mediatica, Tosi si è ritagliato un ruolo politico che va ben oltre le mura della città che è stato chiamato a guidare. E pensare che manco lo doveva fare il sindaco! Era assessore regionale alla sanità. Un ruolo di tutto rispetto. Ma lui preferiva fare il sindaco di Verona e, con il supporto di tutta la Lega, allora compatta, pose con decisione la sua candidatura, anche se quella posizione sarebbe dovuta toccare ad un berlusconiano. Nella fattispecie Meocci, bel democristiano di lungo corso amico del Cav.
A forzare il destino fu determinante la riunione organizzata da Brancher, a casa sua a Cisano, dove alla presenza del Berlusca calato dal cielo con l’elicottero i responsabili locali del centrodestra cambiarono cavallo e candidarono Tosi. Scelta vincente, visto che venne eletto alla grande. Ma chissà quanti tra gli ex FI ed ex An si mangiano ancora le mani per quella scelta, viste le tensioni di oggi! E molto probabilmente anche di qualche leghista!
Ma è stata quello lo snodo principale della sua carriera politica. Poi, ovviamente, ci ha messo del suo. Infaticabile, intelligente, pronto, coraggioso Tosi si è guadagnato molte simpatie anche fuori dallo schieramento dei suoi elettori. Non solo. Grazie alla sua telegenia, ad una particolare abilità a gestire la propria immagine ( e ci dici poco di questi tempi?) e alla capacità di dire quello che pensa senza farsi troppi problemi è diventato un personaggio politico di dimensione nazionale.
Ed è a questo punto che sorgono i problemi. Grazie a tutta una serie di dichiarazioni e di atteggiamenti Tosi oggi si trova in una posizione del tutto particolare se non unica: a fare da contrappeso al suo successo personale c’è il rapporto non propriamente idilliaco con Bossi e Berlusconi, che, guarda caso sono i capi. Le posizioni prese all’interno della Lega e le critiche espresse nei confronti del Cav. e del suo governo costituiscono per lui un problema, se non un pericolo vero e proprio. E ne consegue tutta una serie di possibilità. Sarà o non sarà espulso dalla Lega? Diventerà lui il leader della Lega in Veneto o lo faranno fuori come Comencini? Sarà o non sarà appoggiato dal Pdl alle prossime comunali? Sarà lui a decidere questo o saranno gli altri? Si fermerà a Verona la sua ascesa o punterà sempre più in alto? Prestiamo molta attenzione a quel che succede perché potrebbe avere più importanza di quel che sembra.
Leonardo Ferrari

lunedì 12 settembre 2011

Lettera Politica 301

Not in my term of office

Abbiam detto in più occasioni che l’irresponsabilismo è una delle chiavi di volta della frammentazione di poteri e di competenze che caratterizza il costume italico nella gestione della Cosa Pubblica. E per responsabilità si vuole intendere precisamente la possibilità di essere chiamati a rispondere del proprio operato. Uno degli aspetti storici e cronici di questo atteggiamento di inazione e sovente purtroppo di malaffare è il timore quasi religioso di guardare avanti, nel senso di uno sviluppo dell’azione politica che vada al di là di quei gesti minimi finalizzati ad assicurarsi il rinnovo del mandato elettorale o di nomina. Per fare un esempio banale, l’Italia è uno dei Paesi che meno investono sulla prevenzione in sanità, per la semplice ragione che i risultati di tale iniziativa si vedrebbero solo dopo anni, per l’appunto durante il mandato di un altro: quale ministro o direttore generale di ULSS vorrebbero augurarsi di lavorare per la gloria altrui?
Not in my term of office (NIMTOO, non durante il mio mandato) è una felice espressione anglosassone, ricordata di recente da Fulvio Conti, AD dell’Enel, proprio nell’occasione di chiedere maggior coraggio alla classe politica nell’investire sul futuro, che ben descrive questa pericolosa tendenza a lasciar tutto com’è. La quale espressione può declinarsi nei comportamenti silenziosi ed omissivi che consistono nel non intraprendere quegli aggiustamenti e progetti a lungo termine che metterebbero in sicurezza il Paese, ovvero diventare stentorea fanfaronaggine nei termini “devono passare sul mio corpo” quando si tratta di fare scelte difficili come ridimensionare un sistema previdenziale sproporzionato e insostenibile, o smantellare enti locali e clientele connesse che ci dissanguano da troppo tempo, o ancora fare scelte energetiche o logistiche o infrastrutturali cercando di vedere più in là dei piccoli egoismi delle popolazioni residenti.
Forse un mandato in Italia dura troppo poco, o forse troppo alta è l’età media di chi lo ricopre, o troppo volubile chi è chiamato a riconfermarlo; ma in tutto questo sicuramente troppo scarso il senso di responsabilità da ambo le parti. Eppure il NIMTOO, espressione non a caso straniera, si riferisce a durate istituzionali anche più brevi delle nostrane, ma che non impediscono altrove di intraprendere disegni che vanno ben oltre le brevi prospettive di riconferma. Siamo pertanto obbligati a considerare che la mancanza di senso di responsabilità e l’incapacità di guardare al futuro mettendosi in discussione nel proprio presente, è una delle grandi malattie storiche italiane che stiamo pagando e pagheremo.
Casella di testo: Lettera n. 301



Carlo Matteo Peruzzini

giovedì 8 settembre 2011

Lettera Politica 300


Turismo ed Economia
Nel corso dell’ultimo decennio l’industria turistica è cresciuta enormemente a livello globale. I dati della Banca Mondiale mostrano infatti che il numero di arrivi nel periodo 2001-2009 è cresciuto di circa il 33%, passando da 688 milioni di arrivi a 893 milioni di arrivi.
Attualmente ci sono 18 paesi in cui arrivano più di 10 milioni di turisti. Questi paesi sono in ordine alfabetico: Austria, Canada, Cina, Francia, Grecia, Hong Kong, Italia, Malesia, Messico, Polonia, Portogallo, Russia, Spagna, Tailandia, Turchia, Ucraina, Regno Unito e USA.
Per tutto il periodo l’Italia è stata una vera potenza dell’industria turistica. Nel 2001 era quarta dietro Francia, Spagna e USA, mentre oggi è quinta. La Cina ha infatti scalzato l’Italia dal quarto posto. Perché?
Perché il numero degli arrivi in Italia è cresciuto di più, sia percentualmente che in termini assoluti, di quanto è cresciuto in Francia (+2,1%) o in Spagna (+7.6%), ma è cresciuto molto meno di quanto abbia fatto in Austria (+17 %), Cina (+33%), Hong Kong (+92%), Malesia (+85%), Tailandia (+40%), Turchia (+138%), Ucraina (+127%) e Regno Unito (+34%).
Il dato preoccupante non è solo che il numero di arrivi cresca meno velocemente che in altri paesi, ma è che il volume complessivo sia di molto inferiore a quelli che si registrano in Francia o Spagna. Nel 2009 il numero di arrivi in Italia è stato inferiore a quelli registrati in Spagna e in Francia. A fronte dei 43 milioni di arrivi in Italia, Francia e Spagna registrano rispettivamente 77 e 52 milioni di arrivi.
Se l’industria turistica italiana riuscisse ad avvicinare la performance spagnola -il volume di arrivi della Francia è per il momento ineguagliabile- darebbe un contributo importante alla crescita del PIL che da troppi anni fatica a ripartire.
Riccardo Pelizzo