giovedì 10 marzo 2011

Lettera Politica 238

Strutturare il Pdl per salvare il bipolarismo

La speranza ingenerata dai risultati delle politiche del 2008 e cioè che nel nostro paese si fosse instaurata una forma di bipartitismo imperfetto si è vanificata di fronte alla realtà.
La scissione di Fini e il moltiplicarsi dei gruppi parlamentari certificano un’inversione di tendenza verso la frammentazione, tipica non tanto della prima repubblica, ma dell’Italia. Qualcosa di intrinseco alla storia e alla natura di questo paese.
Con il passaggio nel 1994 dal sistema elettorale proporzionale puro a quello maggioritario, di cui fu promotore Mario Segni, si era diffusa l’illusione che si andasse verso la semplificazione del quadro politico e si potesse costituire una democrazia dell’alternanza. Non fu così perché il numero dei partiti rimaneva comunque elevato. Tanto che la maggior semplificazione del quadro politico la si è ottenuta quando con il “porcellum” si tornò ad un sistema proporzionale corretto.
A determinare il bipolarismo non è quindi la legge elettorale, ma la presenza di Berlusconi sulla scena politica. E’ su di lui infatti che si polarizza il consenso e il dissenso degli italiani, la simpatia o l’antipatia nei confronti di quello che è, piaccia o no, l’unico vero leader esistente in Italia.
Oggi il quadro politico è sostanzialmente bi-polare. Attribuire a Udc satelliti la qualifica di “ terzo polo” è oggettivamente eccessivo e fantasioso. Ma la polarizzazione ruota tutta attorno alla figura di Berlusconi. Senza di lui scatterebbe automaticamente la frammentazione che ci riporterebbe agli assetti pre-1994.
D’altra parte l’Italia sembra allergica al bi-polarismo. Basta guardare la storia. Solo in certi casi eccezionali, quando ci fu un forte contrasto tra fascismo ed anti-fascismo o tra comunismo ed anti-comunismo, si realizzò il bipolarismo. Ma la norma è la frammentazione.
Berlusconi, pur augurandogli di vivere fino a 120 anni, non è eterno. Bisogna allora rassegnarsi ad un Italia con tanti partiti e partitini e rinunciare all’idea di una democrazia dell’alternanza? Non è detto. Se il centrodestra si strutturasse davvero in un partito vero e creasse una vera classe dirigente pronta a portare avanti, quando servirà, il progetto del partito unico anche nel dopo-Berlusconi quello della frammentazione non sarebbe un destino ineluttabile.

Paolo Danieli

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