e l'Italia fortunatamente sta meglio di altri paesi
http://it.finance.yahoo.com/news/Vallejo-la-pi%C3%B9-grande-citt%C3%A0-yfin-1825915751.html?x=0
giovedì 30 giugno 2011
Lettera Politica 269
La rivoluzione mancata
Berlusconi ha sempre detto che lo scopo del suo impegno politico era la “rivoluzione liberale”, intesa come il profondo rinnovamento della società italiana attuato con metodi democratici.
Il temine rivoluzione però non è da prendere alla lettera, ma come una suggestione. Doveva essere un cambiamento forte per chiudere con il passato e aprire la fase della modernizzazione. In questo senso uno sforzo è stato fatto e qualche risultato c’è anche stato: il bipolarismo, la stabilizzazione degli esecutivi, qualche riforma. Molto rimane da fare, come il federalismo. A dire il vero nella 14^ legislatura (2001-2006) una riforma federalista – nota come devolution- venne approvata. Solo che nel 2007 fu abrogata da un referendum promosso dalle sinistre e sostenuto anche da ambienti del centrodestra.
Per quel che riguarda l’aggettivo liberale, il discorso è più complesso. Con l’affermarsi del modello delle democrazie occidentali, liberale è diventato sinonimo di democratico, anche se una cosa è la democrazia e un’altra il liberalismo. Questa dottrina politica ha informato di sé tutto l’occidente e si è affermata al punto di perdere il significato originale. Passa così in secondo piano un contenuto fondamentale del liberalismo che è il liberismo economico. Teoria che fino a ieri era un tutt’uno con il liberalismo politico, ma che oggi va ri-considerata separatamente in quanto la globalizzazione ne hanno evidenziato i limiti.
La “rivoluzione liberale” lanciata da Berlusconi nel ’94 non si è realizzata. Nulla è stato rivoluzionato, poco liberalizzato. Ha funzionato solo come slogan. Il motivo principale è che in Italia di liberali veri non ce ne sono. Troppo forte e diffusa ad ogni livello, sia tra la gente sia tra i politici, la mentalità assistenzialista e clientelare. Con un orizzonte ideale di questo genere e con un personale politico così la rivoluzione liberale è impossibile farla. Bisogna anche dire che sono stati fatti anche degli errori, che ci sono state forti resistenze d’apparato e che molto negativamente ha influito la contingenza internazionale.
Ma poco importa dove finiscono le responsabilità e dove comincia la sfortuna. Quel che conta è che gli italiani a distanza di 17 anni dalla discesa in campo di Berlusconi, di cui undici passati al governo, non hanno visto realizzarsi granché di quella suggestione chiamata “rivoluzione liberale”, anche se nessuno può togliere a Berlusconi il grande merito di aver impedito che i comunisti prendessero il potere e di aver recuperato la Lega sul terreno del federalismo, distogliendola dalla secessione.
Paolo Danieli
martedì 28 giugno 2011
Lettera Politica 268
Riflessione sul debito
Da qualche giorno le agenzie di rating hanno ventilato la possibilità che l’Italia venga declassata a causa del nostro ingente debito pubblico.
E’ noto infatti che il debito pubblico italiano ammonti a circa 1,8 trilioni, che questo corrisponda al 116% del PIL e che il debito pro capite sia quantificabile in circa 30 mila euro.
Si tratta di un debito molto alto, che la classe politica fa bene a contenere, ma che comunque è su valori molto più bassi di quelli registrati per esempio in Giappone dove il debito pubblico ammonta al 225% del PIL.
Se invece di soffermarci sul debito pubblico, guardiamo i dati relativi all’external debt, cioè a quel debito pubblico e privato che un paese deve ai non residenti, vediamo che la situazione italiana è ancor meno allarmante.
Il debito italiano è del 124%, quello tedesco è del 143%, quello francese è del 188%, quello austriaco è del 226%, quello svedese è del 241%, quello belga è del 322%, quello olandese è del 344%, quello inglese è del 398%, quello svizzero è del 364%, quello norvegese è del 861%, quello irlandese è del 1224% e quello lussemburghese è del 4636%.
Insomma il debito estero italiano è inferiore a quello di tanti partner europei, per cui, posto che i dati forniti dalla CIA e dal Fondo Monetario siano attendibili, non sono i conti italiani quelli che debbono destare preoccupazione fra gli investitori stranieri e non si capisce perché si voglia abbassare il rating italiano quando la situazione debitoria di tanti altri paesi europei è notevolmente più drammatica.
Riccardo Pelizzo
lunedì 27 giugno 2011
Lettera Verona 31/11
Questione morale. Un caso.
E’ sotto gli occhi dei veronesi un caso emblematico di come sia urgente sollevare la questione morale. Si tratta dell’indicazione del Comune di nominare nel consiglio d'amministrazione dell'Aeroporto Catullo Giancarlo Conta, per ora bloccata dalla sen. Bonfrisco che, dopo essere andata a leggersi la documentazione da lui prodotta, ha appurato che si è “dimenticato” di dichiarare, come invece è prescritto, di avere un procedimento giudiziario pendente. Dimenticanza che potrebbe equivalere a un falso per omissione. Da qui due deduzioni: la domanda non è valida e Conta non è stato sincero. E già questo non è poco.
Ma la vicenda tocca anche un altro aspetto della questione morale: quello etico, dei comportamenti che sono richiesti ad un uomo politico e quindi “pubblico”. Si tratta di uno di quei doppi incarichi che denunciamo da tempo e che, pur non essendo illegali, sono un esempio evidente del malcostume che affligge l’Italia e anche Verona.
Conta era già nel c.d.a. dell’aeroporto, pur essendo consigliere regionale e vice-segretario cittadino del Pdl. E lo era anche nella scorsa legislatura regionale, quando ricopriva il ruolo di assessore all’ambiente, fulgido esempio non solo di doppio, ma di triplo incarico! Sede della sua carica elettiva è Venezia, Palazzo Balbi, sul Canal Grande. Perché mai dovrebbe andare a fare anche il consigliere dell'Aeroporto di Verona? Non ne ha abbastanza di due cariche?
Conta ha ricevuto dai cittadini il mandato per fare il consigliere regionale. Che faccia quello. Che cosa c'entra l'Aeroporto? Ha forse particolari competenze che nessun altro ha per dover andar lì proprio lui? Sennò, se ci tiene così tanto, allora che si dimetta dal Consiglio regionale.
Alcuni lettori, dopo che nella “Lettera politica- Verona n. 28” avevamo denunciato il “vizietto”, diffuso anche nella politica veronese, dei doppi incarichi, ci chiedevano di fare i nomi.
Appunto. Eccone uno. Intanto.
Michele Croce
domenica 26 giugno 2011
Lettere Politiche de L'Officina: Lettera Verona 30/11
Lettere Politiche de L'Officina: Lettera Verona 30/11: "La Grande Verona Parlare del fascismo fa sempre audience. Chissà perché. Perfino i giornali quando hanno bisogno di vendere copie buttano..."
venerdì 24 giugno 2011
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da oggi il nostro blog sarà più movimentato.
oltre alle lettere, metteremo commenti brevi, osservazioni
e una selezione dei tanti messaggi che riceviamo dai nostri lettori
buon lettura
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giovedì 23 giugno 2011
Lettera Verona 30/11
La Grande Verona
Parlare del fascismo fa sempre audience. Chissà perché. Perfino i giornali quando hanno bisogno di vendere copie buttano fuori un opuscolo sul ventennio, una biografia di Mussolini o roba del genere e le vendite aumentano. Fino a qualche anno fa era di moda parlarne male. Oggi molto meno. Forse perché il tempo è galantuomo. Certo, durante il ventennio sono stati fatti degli errori. E anche gravi. Ma non tutto quello che è stato fatto è da buttar via.
Questo vale anche per Verona. Forse i più giovani non sanno che fino al 1927 Parona, Quinzano, Avesa, Poiano, Montorio, S. Michele e S.Massimo erano comuni a sé, con il loro sindaco e la loro organizzazione municipale. Un bel giorno Mussolini, che stupido non era e che pensava in grande, pensò di accorparli a Verona. Con un tratto di penna mandò a casa i relativi sindaci, fece chiudere baracca e burattini e diede vita a quella che allora fu chiamata la “grande Verona”, che è poi quella che abbiamo adesso. L’intento del Duce era quello di risparmiare denaro e razionalizzare i servizi in un’ottica di sviluppo demografico ed economico.
Meno male che questa operazione la fece il fascismo, che poteva infischiarsene del consenso in questo o quel paese che, tanto, ne aveva da vendere. Meno male! Altrimenti S.Massimo o Montorio sarebbero ancora dei comuni a sé. Eppure per quei tempi quelle che oggi sono delle frazioni del capoluogo, erano molto più distanti da Verona di quanto non lo siano oggi Negrar, Pescantina, Grezzana, S.Martino B.A., S.Giovanni L., Castel d’Azzano, Villafranca, Sona, Sommacampagna e Bussolengo. E nel 2011 non sarebbe male fare un’operazione di quel tipo, se non altro per razionalizzare meglio i trasporti pubblici, i servizi e risparmiare un bel po’ denaro pubblico eliminando delle amministrazioni comunali con annessi e connessi. Sarebbe bello passare ad una fase 2 della “grande Verona” e, con i necessari accorpamenti mettere insieme una città di 410.000 abitanti, la settima d’Italia, dopo Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova. Ciò, oltre ai vantaggi già detti e ad un miglioramento dell’immagine, produrrebbe l’effetto di accedere ad una quota superiore di finanziamenti dello stato, con evidenti beneficii per tutti.
Ma per fare tutto questo ci vuole un requisito raro: saper pensare in grande.
Leonardo Ferrari
Lettera Politica 267
Province. C’è un limite a tutto
L’abbiamo appena scritto. Lo avevamo detto e ridetto con diverse “Lettere politiche”: le province vanno eliminate. Costano troppo e servono a poco. Praticamente a niente. Hanno solo delle competenze residuali finalizzate più che altro a giustificarne l’esistenza. Lo ripetiamo solo per chi non lo ricordasse: abolendole si risparmiano 10,6 miliardi di euro l’anno, per di più salvando il posto ai 64.000 dipendenti. Ripetiamo anche – a costo di stufare - che la cancellazione delle province è parte del programma di Berlusconi e che non è stata fatta per il veto della Lega.
Ed ecco che arriva, fresca fresca, la conferma che abbiamo ragione. Arriva dalle stesse province. E precisamente dalle province di Verona, Rovigo, Treviso, Venezia e Belluno. Siccome hanno bisogno di soldi, perché quelli che già prendono non bastano, hanno deciso di aumentare di 3,5 punti l’aliquota sulle polizze assicurative di auto e camion. Potranno così raggranellare dai 3 ai 7 milioni di euro per continuare la loro inutile esistenza. Poco importa se gli automobilisti e gli autotrasportatori, già tartassati da bolli, accise, tasse e balzelli vari si troveranno a pagare di più il premio dell’assicurazione della macchina e del camion. Poco importa se ciò si tradurrà in un inevitabile aumento dei prezzi che, a sua volta, ricadrà sempre sugli stessi cittadini-automobilisti.
L’importante è che queste inutili istituzioni continuino a esistere, anche se quel poco che fanno può essere demandato tranquillamente alla Regione o ai comuni. Sembra perfino impossibile che la gente non si ribelli!
E sembra perfino impossibile che ciò possa andar bene agli elettori della Lega, che si ostina a difendere le province, anche se, solo qualche anno fa, le voleva sciogliere, assieme all’abolizione dei prefetti, in quanto creazione napoleonica e rappresentazione del potere centralista.
O forse non lo sanno.
Paolo Danieli
lunedì 20 giugno 2011
Lettera Verona 29/2011
Nomine e questione morale
E’ in pieno svolgimento il toto-nomine per il rinnovo della presidenza e dei consigli d’amministrazione dell’Aeroporto Valerio Catullo e del Consorzio Zai, due tra le più importanti istituzioni economiche veronesi.
Come avviene in questi casi le posizioni sono attribuite secondo il mitico manuale Cencelli, ovvero quel dispositivo di regole e proporzioni per la spartizione dei posti tra i diversi partiti messo a punto durante la Prima Repubblica da Massimiliano Cencelli, un funzionario della Democrazia Cristiana. Tanto criticato e vituperato, in quanto rappresentava la quint’essenza del potere partitocratrico, il manuale Cencelli ha regolato alla grande la vita politica e amministrativa della Prima Repubblica, alla quale è addirittura sopravvissuto. Esso è talmente comodo per regolare le spartizioni tra i partiti e nei partiti tenendo conto dei rispettivi pesi elettorali, che è stato subito adottato anche dalla Seconda Repubblica. Nessuna meraviglia quindi se anche le nomine all’Aeroporto e al consorzio Zai vengono distribuite con il manuale Cencelli.
Non deve infatti meravigliare che sia la politica a decidere con le sue regole le nomine di questi due enti economici nè come avviene la corsa, che assomiglia molto ad un arrembaggio, dei numerosi pretendenti, ognuno dei quali muove tutti i santi in paradiso che ha pur di ottenere la sospirata carega, grande o piccola che sia.
In questa corsa ognuno dà fondo a tutte le arti e le conoscenze che ha assimilato durante la sua breve o lunga carriera politico/amministrativa. Astuzie, accordi, promesse, scambi di poltrone, impegni elettorali fanno parte del normale bagaglio di ciascuno degli aspiranti consiglieri d’amministrazione o presidenti. E chi sarà stato capace di giocarsi meglio le sue carte sarà quello che ce la farà.
Un’unica cosa sembra essere ininfluente: la competenza. O almeno il poter produrre, a sostegno della propria aspirazione, come dimostrazione di capacità e/o affidabilità, la documentazione dei risultati ottenuti nella vita professionale, amministrativa o politica. Non se ne parla.
Si diceva una Lettera Politica fa che la questione morale, che si sta imponendo all’attenzione di tutti in Italia e anche a Verona, non riguarda solo i comportamenti illegali, quelli cioè perseguibili col codice penale. Essa riguarda anche i comportamenti che vanno contro l’etica, la morale, il buon senso comune e la decenza. Appunto.
Leonardo Ferrari
domenica 19 giugno 2011
Lettera Politica 266
All’ultimo momento
E' vero. I referendum non sono elezioni politiche e le amministrative nemmeno. Ma il segnale che gli italiani hanno mandato con queste due consultazioni è evidente: così non va. Questo l'han capito tutti. Anche chi fa finta di niente.
Il bersaglio grosso era Berlusconi. I poteri forti che non l'hanno mai digerito: è incontrollabile. E questo è un pregio. Ma è diventato un bersaglio anche grazie ai suoi atteggiamenti, spontanei fin che si vuole, ma che opportunamente enfatizzati gli hanno alienato il favore degli italiani. E questo ha giocato a suo sfavore. Ma mentre l'indipendenza dai poteri forti non è percepita che da pochi addetti ai lavori, certi suoi atteggiamenti sono percepiti da tutti. E ciò ha fatto sì che, come dicono abbia ammesso lui stesso, gli italiani non lo seguano più. Ma non è solo questo.
Il punto è un altro. E non riguarda gli atteggiamenti, le battute o i comportamenti, cioè la forma. Riguarda la sostanza e cioè la realizzazione concreta del programma elettorale che si è verificata solo in parte. Se un merito va dato a Berlusconi ed al suo governo, Tremonti in testa, è quello di essere stato in grado di far fronte alla gravissima crisi economica caduta tra capo e collo al governo appena insediato. Questo gli è sempre stato riconosciuto, anche dagli avversari. Ma oltre a questo? La riforma della giustizia, in fin dei conti, è passata più come un dispetto fatto ai giudici che come un atto politico necessario. E quella dell'università, pure buona, come una cattiveria nei confronti dei precari. Potenza della comunicazione capace di distorcere fino a questo punto la realtà? Sarà. Ma non era Berlusconi il grande comunicatore? Non era lui che con le sue televisioni era in grado di plasmare a suo uso e consumo l'opinione della gente. Evidentemente non è così.
Il resto lo ha fatto la crisi. Non ci sono soldi e quindi il programma non può essere realizzato. Il ragionamento non fa una piega. E questo gli italiani lo hanno capito. Quello che non hanno digerito e non digeriscono è l'immobilismo. E' l'essersi nascosti dietro il dito della crisi economica per tirare a campà e lasciare tutto come prima. D'accordo, certe cose, come la riforma fiscale, quella vera, quella che doveva spostare il gettito dal reddito al consumo non s'è potuta fare.
Ma altre si potevano e si possono ancora fare. Anche all’ultimo momento. Presenti o no nel programma, ma gradite agli italiani ed atte a recuperarne la fiducia e il consenso. Tutte a costo zero: l'abolizione delle province, l'accorpamento dei comuni sotto i 5000 abitanti, la riduzione delle auto blu, l'abolizione del finanziamento dei partiti. E scusate se è poco.
Paolo Danieli
mercoledì 15 giugno 2011
Lettera Politica 265
I tagli non fatti
I dati non sono confortanti. L'Italia nel primo trimestre del 2011 cresce solo dello 0,1%, cioè non cresce. Contro il 4,5 della Germania che guida la ripresa. Finora era la crisi internazionale la prima causa delle nostre difficoltà, ma se essa si risolve negli altri paesi europei allora vuol dire che il problema ce l'abbiamo noi.
Il debito pubblico, quello accumulato nella Prima Repubblica, pur ridotto di qualcosina negli ultimi mesi, resta sempre troppo alto. E’ una zavorra molto pesante per il decollo dell'economia. Insomma, nonostante i buoni propositi di Tremonti la spesa pubblica continua ad essere troppo alta e non si riesce a comprimerla. A voler farne l'analisi ci vorrebbero migliaia di pagine. Qui possiamo solo sintetizzare, esporre concetti, fare proposte. E anche qualche esempio per farci capire meglio.
Prendiamo le auto blu. In Italia ce ne sono 607818. Troppe? Evidentemente sì. Allora tagliamole. Cominciamo col dimezzarle, anche se 303909 auto blu sembrano ancora troppe? Bene, qui sorge subito il problema, che non consiste tanto nel fatto che 303909 personaggi dovranno andarsene in giro a spese proprie con la loro macchina, ma che rimarranno senza lavoro altrettanti autisti, se non di più, visto che in molti casi ad una macchina corrisponde più di un conducente per coprire il servizio nelle 24 ore. Ecco quindi che il motivo per cui non si tagliano le auto blu è che non si vuole creare disoccupazione, con tutto quel che ne consegue, non solo in termini di aggravio per le casse dell'Inps per ciò che riguarda l'indennità di disoccupazione o di calo della domanda interna, ma anche di consenso elettorale. Quindi le auto blu continuano a restare lì, se addirittura non aumentano. Lo stesso ragionamento vale per numerosi altri settori della burocrazia e della dipendenza pubblica, dai ministeri alle Poste, alle Ferrovie ai Forestali della Calabria.
Questo è solo un esempio di come funzionano le cose in Italia. Nessuno ha il coraggio di affondare il coltello dove c'è da tagliare per paura delle ripercussioni occupazionali e di perdere voti. Solo un governo che se ne può fregare del consenso potrebbe prendere provvedimenti drastici. Ma allo stato è un’ipotesi piuttosto teorica.
Ci sarebbe stata però un'altra operazione piuttosto semplice da fare. Questa a costo zero sia in termini di consenso che di occupazione: l'abolizione delle province, enti obsoleti, inutili e facilmente surrogabili. Era anche nel programma di governo! Ma Berlusconi non se l'è sentita. E non tanto per mantenere i livelli occupazionali, che secondo uno studio Eurispes già citato in precedenti Lettere Politiche, con opportuni sfollamenti ed attraverso la mobilità verso regioni e comuni sarebbero stati mantenuti salvando i 62710 dipendenti. E neanche perché non fosse appetibile un risparmio annuo di 10,6 miliardi di euro. Ma solo perchè la Lega ha posto il veto.
Così andavano le cose in Italia nell'anno di grazia 2011.
Paolo Danieli
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