lunedì 28 febbraio 2011

Lettera Verona 08/11

Per porre un freno all’invasione della pubblicità cartacea senza indirizzo che sporca la città abbiamo scritto la lettera che pubblichiamo a tutti gli amministratori del Comune di Verona.   
Leonardo Ferrari
Egregio Consigliere comunale,
La preghiamo di adottare tutti i provvedimenti ed iniziative volti a frenare la distribuzione sul territorio della pubblicità cartacea senza indirizzo, che è diventata ormai un elemento di degrado ambientale per la sporcizia che produce. In particolare Le chiediamo che vengano riunite le commissioni consiliari e gli organi competenti affinché si discuta della questione, al fine di predisporre una precisa regolamentazione della distribuzione su tutto il territorio comunale di tale pubblicità cartacea. Ogni giorno, infatti, migliaia di brochures e depliants pubblicitari, che ben pochi leggono, invadono le nostre case ed i nostri condomini, traboccando dalle cassette postali e pubblicitarie o venendo abbandonati per terra, in attesa che il privato cittadino li raccolga e li getti, ben che vada, nelle campane per la raccolta della carta o, più generalmente, nei cassonetti dell’immondizia. Fa male vedere, nell’odierna era telematica, quante tonnellate di carta vengono sprecate ogni anno dalle aziende, sapendo molto spesso le stesse che molti dei soggetti che distribuiscono  tale pubblicità sono extracomunitari che scaricano spesso pacchi interi davanti ai condomini, senza alcuna inserzione mirata, anche perché tale pubblicità non è quasi mai imbustata e non reca alcun destinatario. Non va dimenticato, infine, che lo smaltimento annuo di tonnellate di carta relativa a tale pubblicità comporta un rilevante costo per il cittadino e le casse comunali.Per questo La preghiamo di attivarsi per risolvere il problema.

Lettera Verona 07/11

Basta con quei volantini!
Una volta ad adornare i balconi delle case c’erano i vasi di fiori.
Oggi ce ne sono sempre meno. Ma nel panorama urbano a sostituire quelle macchie di colore ora ci sono, ad oscena imitazione della natura, milioni di volantini pubblicitari che debordano dalle cassette delle lettere. Cartacce di tutti i colori che, quando non ci stanno più,  vengono stipate, incastrate, accartocciate una sull’altra fino a formare un’ignobile corolla i cui petali sono destinati a cadere a terra e ad incrementare la sporcizia.
Questi volantini, stampati e distribuiti per reclamizzare prodotti e attività commerciali, non li legge nessuno e sembrano avere l’unica funzione di imbruttire le città, di sporcare le strade, di far perdere tempo alla gente civile che si prende la briga di gettarli via e di far sprecare la carta, con i noti danni ecologici.
Viene da chiedersi come mai, con tutte le tasse che s’inventano per tormentare chi lavora e produce, nessuno ha ancora pensato a tassare i volantini pubblicitari che infestano le nostre strade.
Per disincentivare questa nuova forma di inquinamento basterebbe poco. Sarebbe sufficiente una tassa comunale di qualche centesimo a volantino, da far pagare alle agenzie che li stampano o li distribuiscono. Se non altro per contribuire alla spesa che sostiene l’Amia, e che poi ricade su tutti i cittadini, per raccattarli da terra.
 E, dato che stiamo parlando di nettezza urbana, mi chiedo perché non venga riqualificato il ruolo dei netturbini o operatori ecologici che dir si voglia. La loro funzione è sottovalutata. In realtà è molto più importante di quel che si pensi. Se venisse conferito loro –ovviamente dopo la necessaria preparazione- il compito, non solo di pulire le strade, ma anche di prevenire che esse vengano sporcate, controllando e intervenendo sui maleducati, tutti ne trarremmo un beneficio. Trasformare i netturbini in veri operatori ecologici, magari con la possibilità di fare la multa a chi sporca, sarebbe un bel passo avanti nella difesa dell’ambiente.
Leonardo Ferrari

giovedì 24 febbraio 2011

Lettera Politica 233

Attenti al cibo!
E’ da parecchi numeri che la “Lettera politica” insiste sul costo del cibo, anche se non ne parla nessuno. Alcuni mesi fa, partendo proprio dagli aumenti degli alimenti-base, per la prima volta svincolati dal prezzo del petrolio, avevamo previsto i sommovimenti politici che oggi infiammano l’altra sponda del Mediterraneo. Ora, disponendo di altri dati, li mettiamo a disposizione per un’ulteriore riflessione.
Ai primi di gennaio la FAO ha aggiornato i dati relativi al costo del cibo, che vengono regolarmente misurati sulla base del Food Price Index (FPI), cioè dell’Indice del Prezzo del Cibo.
Questo indice a gennaio è cresciuto per il settimo mese consecutivo, salendo del 3,4 % rispetto al mese precedente, per raggiungere i 231 punti. Questo valore non solo è superiore al valore più alto registrato nel 2008, quando si sono avuti i valori più elevati del decennio, ma rappresenta il valore più alto dal 1990 sia in termini nominali che reali.
L’incremento si è registrato per tutti i tipi di alimenti (cereali, oli e grassi, latticini, riso, etc.) ad eccezione della carne perché la produzione è calata.
Nei paesi nordafricani si è avuto un vero e proprio crollo della produzione. Per esempio, mentre la produzione di cereali è calata del 1,4% a livello mondiale (fonte: FAO, Crop Prospects and Food Situation, n. 4, 2010, p. 1), essa è calata molto di più nei paesi nordafricani. Nel Nordafrica - regione che include l’Algeria, l’Egitto, il Marocco e la Tunisia- essa è scesa in media del 13, 1%, calando rispettivamente del 3,1% in Egitto, del 15,1% in Algeria, del 26% in Marocco e del 52% in Tunisia. Il crollo della produzione e il conseguente rincaro dei prezzi alimentari hanno contributo a destabilizzare i regimi della regione.
Se il prezzo del petrolio si rimette a salire, il prezzo del cibo salirà di conseguenza, e gli scontri e le violenze che finora sono rimasti circoscritti ai paesi nordafricani, potrebbero estendersi al resto del continente Africano, all’Asia e ai paesi più disagiati dell’America Latina.
Riccardo Pelizzo Ph.D.

Lettera Politica 234

Spiacenti: siamo al completo

Ma dove sta scritto che dobbiamo prepararci ad accogliere centinaia di migliaia di maghrebini provenienti da Tunisia, Libia e Algeria?
Chi l’ha detto che per motivi umanitari l’Italia ha il dovere di accogliere degli stranieri che abbandonano il loro paesi solo perché lì sono scoppiate delle rivolte?
Secondo i caritatevoli cultori del buonismo e dell’umanitarismo a spese altrui noi dovremmo sobbarcarci l’ospitalità ed il mantenimento di questa moltitudine di giovani maschi in nome di una sorta di “asilo politico” di massa.
Ma l’asilo politico, che è un nobile istituto del diritto internazionale, si applica al singolo perseguitato politico, a colui che per le sue idee politiche rischia il carcere o la vita se rimane al suo paese. Non può essere applicato su scala collettiva. Tanto meno nel caso in questione, in cui dovrebbero semmai essere i tiranni deposti a cercare rifugio e non i giovani che li hanno cacciati, che sarebbe più logico restassero lì a costruire il loro futuro! E noi saremmo ben felici di aiutarli con ogni forma possibile e immaginabile di collaborazione.
Ma questa storia di giustificare con i problemi politici di casa loro un’entrata di massa di clandestini a casa nostra non la possiamo accettare.
L’Italia negli ultimi cento anni ha patito ben due guerre mondiali, ma gli italiani sono rimasti a casa loro, patendo fame e bombardamenti e poi, finita la guerra, si sono tirati su le maniche per ricostruire sulle macerie. Non vi sono state fughe di massa in Svizzera o in Spagna!
Il governo non si faccia irretire dal piagnucolio dei buonisti. Di danni ne hanno già fatti abbastanza. Adesso è l’ora della fermezza.  L’Unione Europea ha dichiarato di non voler sobbarcarsi il costo economico, politico e sociale dei profughi. Allora se l'Europa buonista e progressista ha già deciso che non si deve dare accoglienza, non si capisce perché lo dovremmo fare noi.
L’Europa se ne sbatte? Arrangiamoci da soli. Abbiamo soldati sparsi in vari paesi a combattere per la pace nel mondo. Perché non utilizzarli per degli interessi nostri e più vicini come quello di difendere i confini di casa nostra prevenendo le partenze?
Il diritto internazionale? Lo rispetteremo come tutti gli altri: quando ci conviene.
Paolo Danieli

martedì 22 febbraio 2011

Lettera Politica 232

Un altro anno da dimenticare ?
Il 2010-2011 è un biennio nero per il Mediterraneo. Dopo la crisi economica e finanziaria dei paesi del sud Europa nel 2010, l’anno nuovo si è aperto con le tensioni e gli scontri in Albania e in Tunisia, che per una sorta di effetto domino o di contagio si sono estesi ad altri paesi della costa nordafricana e del medio oriente.
Dopo le tensioni tra governo e opposizione in Albania a gennaio e le manifestazioni contro i rincari del cibo in Tunisia, l’intera regione è stata teatro di manifestazioni, proteste, scontri che hanno portato al crollo del regime egiziano, di quello tunisino e che potrebbero porre termine al regno di Gheddafi in Libia.
Questi fenomeni destano qualche preoccupazione. Ci sono state delle vittime e altre forse ne verranno fatte. Non è chiaro se questi paesi riusciranno a dar vita a dei regimi propriamente democratici, non sappiamo se questi regimi democratici saranno in grado di sopravvivere e soprattutto non sappiamo se la leadership politica che sta venendo soppiantata verrà sostituita da leader filo-occidentali o no,  con tutte le conseguenze, tutte negative che una deriva fondamentalista e anti-occidentale potrebbe avere per noi.
Ma a questi problemi se ne aggiungono per noi altri. Molti dei paesi colpiti da questa ondata di instabilità sono nostri importanti partners commerciali. Sono paesi da cui importiamo gas e petrolio, dove esportiamo i nostri prodotti, dove facciamo grossi investimenti e dove le nostre aziende hanno importanti contratti. L’ondata instabilità mette tutto questo a rischio. Le agenzie di stampa ora ci dicono che cala il flusso di gas dalla Libia verso l’Italia e che si va verso lo stop del flusso e certo altri problemi possono emergere nelle prossime ore, nei prossimi giorni.
L’Italia, grazie ai risparmi degli italiani, alla solidità delle nostre banche e alle buone scelte del nostro governo ha evitato le crisi economico-finanziarie che hanno colpito invece Grecia, Spagna e Portogallo. L’Italia può essere colpita oggi, per colpe non sue, dall’ondata di instabilità che attraversa il Mediterraneo: perdendo contratti ed energia, l’Italia rischia di dover rivedere al ribasso le sue aspettative di crescita per il 2011. Così l’anno appena iniziato si trasformerebbe in un altro anno da dimenticare.
Riccardo Pelizzo, Ph.D.

mercoledì 16 febbraio 2011

Lettera Politica 231

Invasione di campo

Nella “Lettera Politica” n.228 denunciavamo un fenomeno che si sta manifestando a livello mondiale: the judicialization of politics, in italiano la giudizializzazione della politica, ovvero l’interferenza sempre più pesante dei magistrati sulla politica che si sta verificando un po’ in tutto il mondo. Fenomeno di cui prof. Pelizzo, autore di quella “Lettera”, si sta occupando come studioso.
Nella “Lettera Politica” n.227 l’avv. Bussinello poneva la questione della separazione del potere giudiziario da quello esecutivo e legislativo e la necessità di stabilire nuove e più efficaci modalità di controllo sull’attività dei magistrati.
La sentenza della Corte di Cassazione con la quale il Parlamento viene sollecitato a legiferare in materia di adozione in modo da consentirla anche ad un singolo e non solo ad una coppia ci ha indotto a riprendere subito il tema giustizia. E non tanto per il contenuto, ma per l’atto in sé, che è un segnale preoccupante di come uno dei poteri dello stato interferisca su un altro.
La Magistratura -potere giudiziario- ha il compito di punire chi non rispetta le leggi che vengono fatte dal Parlamento –potere legislativo- e che il Governo –potere esecutivo- deve applicare. Se dei giudici si mettono a dire quello che deve o non deve fare il Parlamento esorbitano dalla loro sfera di competenza e intaccano l’equilibrio tra i tre poteri, che è uno dei pilastri su cui poggia il funzionamento della democrazia.
Berlusconi, dicono alcuni, si occupa della giustizia perché costretto dalle continue azioni giudiziarie o perché, dicono altri, ha un complesso di persecuzione. Noi della “Lettera politica” che fortunatamente non abbiamo pendenze né complessi di alcun tipo ci troviamo a dovercene comunque occupare perché non possiamo ignorare un problema che non è giudiziario, ma generale e quindi politico: l’esigenza di far rispettare la divisione dei poteri dello stato.
La Cassazione che esorta il Parlamento a legiferare in un certo modo è un’ulteriore dimostrazione che la giudizializzazione della politica galoppa anche in Italia e che la democrazia così non può funzionare. Chi custodisce la costituzione ed ha il potere/dovere di tutelare la democrazia non può esimersi dall’intervenire.
Paolo Danieli

Lettera Politica 231

Invasione di campo

Nella “Lettera Politica” n.228 denunciavamo un fenomeno che si sta manifestando a livello mondiale: the judicialization of politics, in italiano la giudizializzazione della politica, ovvero l’interferenza sempre più pesante dei magistrati sulla politica che si sta verificando un po’ in tutto il mondo. Fenomeno di cui prof. Pelizzo, autore di quella “Lettera”, si sta occupando come studioso.
Nella “Lettera Politica” n.227 l’avv. Bussinello poneva la questione della separazione del potere giudiziario da quello esecutivo e legislativo e la necessità di stabilire nuove e più efficaci modalità di controllo sull’attività dei magistrati.
La sentenza della Corte di Cassazione con la quale il Parlamento viene sollecitato a legiferare in materia di adozione in modo da consentirla anche ad un singolo e non solo ad una coppia ci ha indotto a riprendere subito il tema giustizia. E non tanto per il contenuto, ma per l’atto in sé, che è un segnale preoccupante di come uno dei poteri dello stato interferisca su un altro.
La Magistratura -potere giudiziario- ha il compito di punire chi non rispetta le leggi che vengono fatte dal Parlamento –potere legislativo- e che il Governo –potere esecutivo- deve applicare. Se dei giudici si mettono a dire quello che deve o non deve fare il Parlamento esorbitano dalla loro sfera di competenza e intaccano l’equilibrio tra i tre poteri, che è uno dei pilastri su cui poggia il funzionamento della democrazia.
Berlusconi, dicono alcuni, si occupa della giustizia perché costretto dalle continue azioni giudiziarie o perché, dicono altri, ha un complesso di persecuzione. Noi della “Lettera politica” che fortunatamente non abbiamo pendenze né complessi di alcun tipo ci troviamo a dovercene comunque occupare perché non possiamo ignorare un problema che non è giudiziario, ma generale e quindi politico: l’esigenza di far rispettare la divisione dei poteri dello stato.
La Cassazione che esorta il Parlamento a legiferare in un certo modo è un’ulteriore dimostrazione che la giudizializzazione della politica galoppa anche in Italia e che la democrazia così non può funzionare. Chi custodisce la costituzione ed ha il potere/dovere di tutelare la democrazia non può esimersi dall’intervenire.
Paolo Danieli

martedì 15 febbraio 2011

Lettera Politica 230

Nessuna meraviglia.

Il riifiuto di Durnwalder, presidente della provincia autonoma di Bolzano, di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia ha prodotto, come riflesso condizionato, tutta una serie di critiche da parte dei difensori dell’unità nazionale. Come se il suo rifiuto la mettesse in discussione. Il loro ragionamento, un po’ superficiale, è questo: festeggiare l’anniversario della costituzione dello stato unitario è un dovere al quale un’istituzione, com’è appunto il presidente Durnwalder, non può sottrarsi.
Ma sbagliano. E’ noto a tutti che la popolazione di lingua tedesca del Tirolo del Sud, ribattezzato Alto Adige con un neologismo inutile, rivelatore della volontà di un’italianizzazione forzata mai riuscita, è entrata a far parte dello stato italiano in seguito ad una guerra e non per propria volontà. Per secoli i confini sono stati disegnati dalla natura o dalla spada. Poi, col tempo, si è andato affermando il principio del diritto di autodeterminazione dei popoli che, in parole povere, significa che a stabilire i confini, più degli esiti bellici o della geografia, dev’essere la volontà dei popoli. Ovvio, perché l’uomo conta più delle pietre.
Gli abitanti di lingua tedesca nella provincia di Bolzano sono la grande maggioranza e se si facesse valere quel principio deciderebbero di sicuro per l’indipendenza, se non per l’annessione all’Austria che, a dimostrare la loro non italianità, è considerata dal trattato De Gasperi-Gruber sottoscritto dall’Italia, lo stato “tutore” dei sud-tirolesi.
Per gli equilibri internazionali scaturiti dopo la seconda guerra mondiale, come fu stabilito che le terre e le popolazioni venete ed italianissime di Istria, Dalmazia e Fiume fossero sottoposte al dominio della Yugoslavia (oggi Croazia e Slovenia) così venne confermata l’assegnazione all’Italia il Sud Tirolo, come dal trattato di pace del 1919. A compensare la maggioranza tedesca di questo “vulnus” al diritto di autodeterminazione, a differenza del trattamento riservato ad istriani, dalmati e fiumani, che furono spogliati dei loro beni e costretti a fuggire, venne concessa un’ampia autonomia, quasi come quella della Sicilia.
A fronte di questi fatti è un po’ troppo pretendere che Durnwalder festeggi l’unità d’Italia. E’ sufficiente che la accetti.
Paolo Danieli

sabato 12 febbraio 2011

Grande successo a L'Officina

Oggi a L'Officina abbiamo presentato con grande succeeso di pubblico il volume Risorgimento da Riscrivere della professoressa Angela Pellicciari, che con grande dovizia di particolari ha descritto un Risorgimento molto diverso da quello che normalmente ci viene raccontato sui libri di scuola.

giovedì 10 febbraio 2011

Lettera Politica-229

Federalismo e storia
Il federalismo, quando se ne parla, viene sempre contrapposto dai suoi detrattori all’unità nazionale.
Dicono: esso deriva dal latino foedus ( patto) e si concretizza quando entità territoriali autonome si accordano per costituirne una federata, ovvero unita attraverso un patto, il foedus appunto. Dal momento che l’Italia è già unita – sostengono- non c’è necessità di questo patto, cioè del federalismo, che per loro è solo un marchingegno per minare l’unità nazionale.
Invece il federalismo serve per l’esatto contrario: rafforzare quell’unità nazionale che poi così solida non è se dopo 150 anni esiste ancora una componente significativa del paese che in cuor suo sogna la secessione.
Ci aveva visto giusto Massimo d’Azeglio quando all’indomani della costituzione del Regno d’Italia sotto lo scettro della dinastia poco italiana dei Savoia esclamò: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani!”  E se dopo 150 anni continua ad esistere una questione meridionale, cui s’è aggiunta una questione settentrionale, se anche al sud si ricomincia a parlare di separatismo, se vaste aree del mezzogiorno infestate dalle mafie costituiscono ancora un problema per il controllo del territorio da parte dello stato, allora vuol dire che quel processo iniziato 150 e più anni fa non è ancora compiuto.
E per compierlo non basta cantare “Fratelli d’Italia”. Bisogna tornare indietro fino a quei giorni nei quali, “fatta l’Italia”, rimanevano da “fare gli Italiani” che, se bisognava farli, non c’erano, perché l’Italia venne unificata con la guerra e non con il consenso del popolo, che restò sostanzialmente estraneo al “risorgimento”. Due saggi intellettuali dell’epoca, Cattaneo e Gioberti, uno laico, l’altro cattolico, avevano indicato la via, più lunga ma  più sicura, del federalismo, per unificare l’Italia col consenso e la partecipazione, ma prevalse la logica aggressiva del Piemonte. E’ stato quello l’inizio dei nostri problemi che 150 anni di storia non sono riusciti a risolvere perché mai affrontati alla radice.
L’Italia si salverà solo se saprà ricominciare da lì, facendo oggi quel patto federale tra italiani che sciaguratamente non venne fatto allora, riconoscendo ragioni e torti, riscrivendo la storia di quei giorni con la penna della verità e non con quella della propaganda, assumendo ognuno le proprie responsabilità, di ieri e di oggi.
Paolo Danieli

domenica 6 febbraio 2011

LETTERA VERONA - 05/2011

Rizzo, il Corriere e la presunta stampa imparziale

Il Piano Casa è stato uno dei pilastri della vincente campagna elettorale di Berlusconi nel 2008.
Immediatamente introdotto a livello nazionale, il Piano è stato variamente attuato dalle Regioni (che hanno la competenza in materia urbanistica). Nel Veneto, che ovviamente più ci interessa, il Piano ha avuto un grande successo, come vedremo tra poco.
Sergio Rizzo, penna tra le più conosciute per i successi editoriali (La Casta) e per le inchieste che svolge, così scrive sul Corriere della Sera del 3 febbraio: “un imbarazzante buco nell’acqua … Il flop non ha risparmiato nemmeno le amministrazioni in mano all’attuale maggioranza … Dei risultati attesi, però, nemmeno l’ombra. … Per ora quella sferzata all’economia resta una pia illusione.”.
Insomma, Rizzo e il Corriere narrano l’ennesimo fallimento di Berlusconi e del centrodestra.
Peccato che solo qualche giorno prima, il 29 gennaio, sempre sul Corriere ma nell’edizione del Veneto, la giornalista Gloria Bertasi descriveva la verità, ossia, limitandoci a riportare il solo titolo: “Il Piano casa spinge la ripresa. Investimenti per un miliardo. Ora il Veneto è la prima regione d’Italia per investimenti. Il Cresme (Centro richerche per l’edilizia, n.d.a.) è il primo motore della ripresa. La Regione: pensiamo già a una proroga.”.
Rizzo ovviamente può scrivere quello che vuole, così come il Corriere, nella sua edizione nazionale, può pubblicare gli scritti di chicchessia, anche e addirittura in contraddizione con quelli dell’edizione veneta.
La verità ci impone però di smascherare il piano. Non quello della casa, bensì quello politico di una certa stampa che si ammanta di imparzialità ma che si rivela, giorno dopo giorno, parziale, schierata e contraddittoria.

Michele Croce

P.S. Inviamo questa lettera politica anche all’attento Sergio Rizzo. Vi comunicheremo l’eventuale riscontro.

sabato 5 febbraio 2011

Lettera Politica - 228

Negli ultimi 17 anni gli studiosi di politica comparata si sono accorti di un nuovo fenomeno che in inglese si chiama the judicialization of politics, la giudizializzazione della politica.
Con questo termine si definisce la crescente tendenza del potere giudiziario a diventare un vero e proprio potere politico. Questo fenomeno è uno dei pochi ad essere veramente globale: si è verificato nelle Americhe, in Europa, in Asia e in Africa.
Negli Stati Uniti il prof. Ben Ginsberg diceva che il crescente ruolo politico della magistratura, con una politica fatta di rivelazioni, indagini e processi, finisce con l’impedire a governi democraticamente eletti di svolgere il proprio mandato, col ridurre il gap di potere fra governo e opposizione e, in ultima analisi, col ridurre il significato e le importanza del suffragio, che è l’anima della democrazia. Queste cose Ginsberg le scriveva in uno splendido libro che sia chiama Politics by other means, che meriterebbe di essere tradotto per il pubblico italiano.
L’impatto della giudizializzazione sulla politica e sugli assetti costituzionali varia da paese a paese. Nei paesi con assetti costituzionali forti, come gli USA, essa rende solo meno efficace l’azione di governo. Clinton ha fatto meno di quello che avrebbe potuto perché era impegnato a difendersi dalle accuse che gli venivano mosse. In paesi costituzionalmente più fragili la giudizializzazione ha comportato crisi di governo e, nel caso tailandese, anche un colpo di stato militare.
Nel nome del buon governo e della probità, il potere giudiziario in Tailandia come in altri paesi del sud est asiatico, mostra un carattere essenzialmente politico e antidemocratico. L’implicazione pratica di questa trasformazione è chiara: la concezione tradizionale della divisione dei poteri non fornisce più un’immagine adeguata del rapporti fra i tre grandi poteri dello stato ed in molti paesi si vede la necessità di fare delle riforme istituzionali che ristabiliscano un sano equilibrio dei poteri, senza il quale la democrazia è votata al fallimento.
Riccardo Pelizzo, M.A. Ph.D.

venerdì 4 febbraio 2011

Lettera Politica -227

De justitia…e dintorni


Il cardine della democrazia è che i poteri dello Stato -esecutivo, legislativo e giudiziario- siano indipendenti tra  loro. Mentre mi sono sempre chiesto come possano essere tra loro indipendenti esecutivo e legislativo, dato che uno (Governo) è espressione dell’altro (Parlamento), ho sempre ritenuto sacrosanto che il potere giudiziario deva prescindere da ogni rapporto di subordinazione verso il governo/parlamento,  in nome dell’imparzialità della Giustizia.
Da avvocato mi sono accorto che mentre il potere esecutivo/legislativo è assoggettato alla voluntas del popolo (realizzata attraverso il voto) quello della Magistratura è assoggettato soltanto a …sé stesso. Chi controlla il comportamento dei Magistrati? Il Consiglio Superiore della Magistratura, composto per 2/3 da Magistrati ed 1/3 da laici, eletti dal Parlamento. Quindi la Magistratura è controllata da se stessa.
E che cosa significa Magistratura? Si fa riferimento, con questo termine, solo ai Giudici che emettono Sentenze “in nome del popolo italiano” oppure anche ai Pubblici Ministeri che svolgono funzioni di pubblica accusa. La risposta è ovvia: in Italia Giudicante e Requirente appartengono allo stesso potere autonomo ed insindacabile (se non da stesso), denominato Magistratura.
È giusto allora l’attuale sistema che non prevede la separazione delle carriere tra chi deve decidere e chi deve svolgere le indagini?
E’ giusto che il Giudicante ed il Requirente siano sottoposti allo stesso organo di autogoverno, con la possibilità che un pubblico ministero possa decidere sui comportamenti di un Magistrato che deve emettere Sentenze? Può essere questo completamente libero quando dovrà rendere conto a quello stesso pubblico ministero che ha chiesto un provvedimento di condanna?
E’ giusto che lo svolgimento delle indagini (con tutto quello che ciò comporta anche in termini di pubblicità esterna) sia lasciato al libero arbitrio di un soggetto che non è sottoposto ad alcun controllo popolare che possa valutare la sua condotta?
E’ giusto che un pubblico ministero possa richiedere arresti, sequestri o indagare chiunque gli possa interessare, senza che poi il suo comportamento possa essere suscettibile di controllo da parte di quello stesso Popolo, in nome del quale il pubblico ministero stesso svolge le indagini?
In una parola, come dicevano i nostri padri romani, quis custodes custodiet?
Avv. Roberto Bussinello

L'Officina diventa multimediale

Da oggi L'Officina ha anche il suo blog, dove i nostri amici e simpatizzanti possono trovare tutto su L'Officina.
Informazioni su nostri eventi, attività, e lettere politiche da oggi in poi saranno disponibili qui.
benvenuti e buona lettura