mercoledì 31 agosto 2011

Lettera Verona 39


Il Presidente della Provincia di Verona in un’intervista all’Arena critica la decisione dei vertici del centrodestra  di abolire le province.

Che Miozzi non possa essere contento di questa decisione è comprensibile perché si vede togliere di mano il giocattolo che gli era stato un paio d’anni fa. Cosa che peraltro non dovrebbe preoccuparlo più di tanto visto che contemporaneamente siede anche su quella di sindaco di Isola della Scala, mirabile esempio di quei doppi incarichi che dovrebbero essere eliminati.
“Lo facciano – dice – ma la gente deve sapere che questo servirà solo a complicare loro la vita a fronte di un risparmio irrisorio”
Che Miozzi dia il permesso di mettere in atto la decisione dei massimi vertici del suo partito e della sua coalizione è risibile. Peccato che ci sia poco da ridere quando contemporaneamente critica e svilisce il valore della scelta dicendo che complicherà la vita ai cittadini e che il risparmio sarà irrisorio. Quel “lo facciano”, più che un congiuntivo esortativo suona come una nera profezia: fate, fate…vedrete che cosa vi capiterà! Ce li immaginiamo già i veronesi, privati della provincia, vagare per le strade disorientati e privi di quel punto di riferimento istituzionale che dava loro sicurezza e che risolveva loro tanti problemi!
Dice che il risparmio sarà “irrisorio”. Ma questa è un’opinione tutta sua. Ci sono stime di istituti di ricerca economica (Eurispes) che lo stimano di 10.6  miliardi di euro l’anno, un quarto dell’intera manovra, fatti salvi i posti di lavoro dei 62 mila dipendenti.
Ad ogni modo, al di là delle scontata difesa d’ufficio della sua inutile istituzione, Cicero pro domo sua, balza agli occhi il fatto che Miozzi critica Berlusconi ed i vertici del Pdl e della Lega.
Lungi da noi l’idea che in un partito o in un’alleanza non vi deva essere libertà di parola, stona però che la critica giunga da chi solo pochi giorni fa ha sottoscritto un documento in cui si stigmatizzava chi aveva fatto altrettanto.
E viene anche da chiedersi se Mozzi quando ha firmato l’accettazione di candidatura alla presidenza della Provincia di Verona fosse a conoscenza che l’abolizione delle province è parte integrante del programma del suo partito.
Leonardo Ferrari

Lettera 295

Via le province! Finalmente


Alla fine hanno deciso di eliminarle le province. Meno male! Il vertice del centrodestra ha preso in extremis quella decisione che non era riuscito a prendere prima. E’ stato un parto difficile. Un percorso costellato di contraddizioni. Prima l’impegno elettorale e programmatico di cancellarle. Poi il ripensamento condizionato dal veto leghista che voleva salvare le sue. Poi il voto alla Camera che respingeva la proposta di legge tesa all’abolizione. Quindi il goffo tentativo di risolvere la cosa all’italiana: eliminiamone solo una trentina. Pezo el tacon del buso! Perchè così hanno fatto incazzare tutti, i favorevoli e anche i contrari. Infine il ravvedimento ed il ritorno alla linea programmatica: le province saranno abolite con apposita legge costituzionale.
Se c’è la volontà politica - e dopo il vertice di ieri, cui hanno partecipato tutti quelli che contano, non c’è motivo di pensare che non ci sia – la pratica potrà essere risolta rapidamente.
Inutile dire che noi della “Lettera politica”, che ci battiamo da quattro anni per l’abolizione delle province, siamo soddisfatti. Ma poichè siamo in Italia e ne abbiamo viste di tutti i colori, aspettiamo a cantar vittoria. Anzi, proprio per questo e per dar corpo all’impegno politico dichiarato dal vertice riunito del centrodestra e per dare un segnale chiaro ed inequivocabile della volontà di procedere al più presto alla cancellazione di quella istituzione residuale che avrebbe dovuto essere cancellata già con l’istituzione delle regioni quarant’anni fa, darei un suggerimento.
Pdl e Lega diano ordine ai propri rappresentanti nelle province di dimettersi entro l’anno. Sarebbe un bel segnale per far vedere agli italiani – e anche all’Europa-  che con la crisi non si scherza e che si vuole fare in fretta.
Paolo Danieli

domenica 28 agosto 2011

Lettera Politica 294


Libia fase due
Sarà l’Onu a monitorare la fase due della guerra di Libia, cioè quella della rifondazione politica e della ricostruzione. Gheddafi vivo o morto, fuggiasco o prigioniero, per l’ex colonia italiana si è chiusa una fase storica e se ne apre una nuova. Sono molte le ragioni per le quali l’Italia ha tutto l’interesse ad essere presente anche in questa fase.
Le avevamo esposte nel momento più difficile, quello della scelta se partecipare o no alla guerra. E qualcuno nel centrodestra ci aveva criticato. Le ribadiamo oggi che è più facile per tutti comprenderle: se vogliamo essere una grande nazione non possiamo esimerci dall’interessarci di ciò che accade sulla porta di casa, in un paese che, bene o male, ha con noi un legame storico e nel quale ci sono molti interessi italiani ed ancora di più ce ne potranno essere. Inoltre la Libia è il più vicino fornitore di idrocarburi e dal controllo delle sue coste dipende l’arrivo dei barconi di disperati che sbarcano a Lampedusa.   
Adesso, si diceva, la fase della normalizzazione sarà gestita dall’Onu, che invierà sul territorio libico i propri caschi blu per garantire che tutto si svolga secondo le regole del diritto internazionale. Solo che per organizzare la missione e far confluire in Libia  serviranno due o tre mesi. Quasi certamente l’Onu chiederà alla Nato, che ha condotto finora le operzioni militari, di inviare nelfrattempo truppe di terra per controllare il territorio. Francia e Inghilterra sono già pronte e non ci penseranno un minuto. L’Italia deve fare altrettanto.  Non potrà permettersi di tentennare anche questa volta. Ne va della nostra immagine internazionale. Ne va dei nostri interessi economici che, con l’aria che tira, non sono meno importanti.
E se Bossi non capisce, peggio per lui.
Paolo Danieli

venerdì 26 agosto 2011

Lettera Politica 292

Manovra finanziaria: Tosi ha ragione. La Lega no.

Il Sindaco di Verona Tosi ha ragione: la recente manovra finanziaria varata dal Governo, in questi giorni all'esame del Parlamento, va rivista. Tosi ha sottolineato l'ingiustizia del cosiddetto contributo di solidarietà che colpisce chi produce e le tasse le ha sempre pagate, senza peraltro distinguere sui carichi famigliari. 
Il Sindaco di Verona ha anche criticato i nuovi tagli agli enti locali, che se confermati sarebbero giocoforza compensati con l'aumento della tassazione locale per non sopprimere i servizi essenziali.
D'altronde, se il cuore di Berlusconi gronda sangue (e il nostro sicuramente più del suo!) per avere messo le mani in tasca agli italiani, qualche responsabilità la Lega ce l'ha.
Il contributo non sarebbe stato necessario se il partito di Bossi avesse acconsentito a riformare le pensioni, non dico adeguandole a quelle tedesche (donne e uomini in pensione a 67 anni), ma quantomeno anticipando l'entrata in vigore dell'età pensionabile a 65 anni per le donne, allo stato fissata nel 2028 (fra 16 anni!). E, ancora, i tagli alle Regioni ed ai Comuni non sarebbero stati necessari se il Senatur avesse accettato l'abolizione di tutte le province, incluse quelle "verdi" (come del resto previsto nel programma elettorale). Insomma se da una parte le affermazioni di Tosi sono assolutamente condivisibili, dall'altra le responsabilità maggiori le ha il partito di Bossi, che ha condotto una battaglia conservatrice e demagogica. Conservatrice, perché così ha difeso un sistema oggi non più sostenibile. Demagogica, perché lo slogan "le pensioni non si toccano" non ha alcun senso, posto che nessuno mai si sognerebbe di toccare i diritti acquisiti, mentre il problema vero è quello di permettere ai giovani lavoratori di oggi di sperare di avere una pensione domani.

Michele Croce

Lettera Politica 291


Londra e le gangs multietniche
Londra ha subito le conseguenze di una situazione che si protrae da anni. I disordini sono stati causati dai giovani di un sottoproletariato urbano sempre più numeroso, autoctono, che nulla ha a che vedere con usi e costumi britannici. Poi alle scorribande si sono aggregati anche impiegati statali, disoccupati e studenti universitari.
Cameron l’ha definita pura criminalità, ma è qualcosa di più profondo.
Il multiculturalismo si è sviluppato negli anni 50 incamerando società diverse che hanno convissuto senza mai aprirsi ad un vero scambio culturale. Quartieri come Tottenham sono popolati da minoranze di afro – caraibici in uno stato di grave degrado sociale in cui la situazione familiare prevede l’assenza di una figura paterna e una madre quasi adolescente cui il governo garantisce un appartamento dove poter vivere con il bebè. Vantaggio che ha dato luogo ad un aumento della natalità in contesti sociali molto problematici. Questi bambini crescono arrabbiati, senza interessi, convinti che la loro situazione sia frutto di razzismo, di una società che li emargina e della polizia che va combattuta con orgoglio e violenza come dicono i testi delle canzoni hip-hop. Finiscono così per aggregarsi nelle famigerate gangs.
La crisi ha aumentato la disoccupazione, le tasse universitarie e il malcontento di una società la cui solidissima assistenza sociale sembra non bastare più, causa anche il sempre più forte flusso migratorio.
Sono questi i due fiumi che sono straripati nel Regno Unito.
Le sentenze per coloro che hanno causato i disordini prevedono fino a 4 anni di reclusione e le parole di Cameron sono state per una linea punitiva. Questo atteggiamento è piaciuto all’opinione pubblica, ma ora egli dovrà scendere a compromessi con chi produce e rafforzarne la stabilità economica adottando una politica meno penalizzante per il cittadino dal momento che si tratta di un paese forte dalla produttività ancora altissima.
I disordini hanno causato gravi perdite economiche a molte persone la cui casa o attività è stata data alle fiamme. Quel che sconcerta è che siano avvenuti e che abbiano esposto onesti cittadini ad una vera e propria calamità sociale.
Se il multiculturalismo vuol dire questo è da considerarsi un aspetto potenzialmente pericoloso della società che va controllato onde evitare che “Il pianeta delle scimmie” diventi molto più che solo un film di fantascienza.
Emma Stepan

lunedì 22 agosto 2011

Lettera Verona 38


Meno di un anno alle comunali

Manca meno di un anno alle elezioni comunali. La situazione è diversa da quella del 2007. Verona usciva da cinque anni di amministrazione Zanotto, dopo che nel 2002 era stata regalata alla sinistra da Galan, che si era incaponito nel volere candidare Pigi Bolla, che si sapeva perdente. Così Verona, nota per essere una roccaforte del centrodestra, si era cuccata un quinquennio di amministrazione rossa.
Nel 2007 avviene la normalizzazione. Tosi vince in carrozza al primo turno con una campagna elettorale incentrata su sicurezza e traforo delle Torricelle. Lega e Lista Tosi prendono il 32% e la maggioranza nella centrodestra che complessivamente suopera il 60%. Ed è questo il dato chiave destinato a condizionare la politica veronese. E non solo quella.
Verona non era mai stata leghista. Ma da allora la Lega, che controlla la Lista Tosi, che raccoglie il 2% in più rispetto al Carroccio, diventa maggioritaria nel centrodestra e sull’onda di questo successo chiede ed ottiene la Presidenza della Regione che però, paradossalmente, non va a Tosi, ma a Zaia.
E’ il primo passo indietro del Pdl, che anche a Verona soffre l’egemonia e la ladership di Tosi che, grazie a quel successo ed al suo carisma personale, acquisisce una dimensione nazionale. Ciò si riflette sui risultati elettorali, ma anche nelle tensioni che si manifestano in più occasioni. Il gruppo consiliare del Pdl viene costituito solo qualche settimana fa, a babbo morto, quando praticamente la legislatura è finita, perché le due anime, quella di Forza Italia e quella di An stentano ad amalgamarsi. Frizioni sempre più frequenti si manifestano tra i vertici del partito e la maggioranza della delegazione comunale e provinciale. L’immagine che dà è di un partito diviso.
Anche l’alleanza con la Lega scricchiola. Schermaglie, dichiarazioni, punzecchiature tra gli esponenti delle anime del centrodestra disegnano dunque un quadro molto diverso da quello del 2007 che precedette la marcia trionfale di Tosi. Diverso al punto che si sta facendo strada, fra una polemica e l’altra, la possibilità che Lega e Pdl corrano ognuno per conto proprio. Non sarebbe la prima volta, né una tragedia. Ma considerato il fatto che Verona è sempre stata un laboratorio politico che ha anticipato le soluzioni nazionali, non sarebbe certo un bel segnale per l’unità del centrodestra.
Leonardo Ferrari

sabato 20 agosto 2011

Lettera Politica 289


Obama non piace più agli americani

L'istituto Gallup che conduce indagini regolari su molte questioni politico-soiciali, ha chiesto agli elettori americani di valutare l'operato del presidente Obama su sette questioni: il terrorismo, la politica estera, l'educazione, la situazione in Afghanistan, la creazione di posti di lavoro, l'economia, e il bilancio federale.
I dati raccolti tra l'11 e il 13 Agosto mostrano come l'operato del Presidente Obama sia giudicato molto negativamente dai suoi concittadini. Ad eccezione del modo in cui gestisce la lotta al terrorismo, valutato positivamente dal 53% degli Americani, una maggioranza degli Americani valuta negativamente l'operato di Obama in tutte le altre altre aree. L'operato di Obama viene giudicato in maniera particolarmente negativa per quello che riguarda l'andamento dell'economia e la gestione della crisi del bilancio federale.
In entrambi i casi il 71% degli Americani disapprova l'operato di Obama. Il 24% degli Americani approva come Obama ha gestito la crisi del bilancio federale, mentre solo il 26% approva come gestisce l'economia. Un dato molto negativo per un presidente che il meglio di sè l'avrebbe dovuto dare sulle questioni economiche.
Oltre a notare che il giudizio su Obama sia nel complesso negativo e che su alcune questioni sia fortemente critico, va rilevato come il tasso di approvazione di Obama su molte questioni sia crollato negli ultimi mesi.
Per non fare che due esempi, dalla metà di maggio ad oggi il tasso di approvazione della guerra in Afghanistan è sceso dell'11%, mentre quello relativo all'economia ha subito una flessione del 15%.
Per essere rieletto nelle elezioni del 2012 Obama ha bisogno di convincere gli americani della bontà del suo operato. O lo fa adesso e convince i candidati forti a non candidarsi alle prossime elezioni o le elezioni del 2012 potrebbero darci un nuovo presidente repubblicano.
Riccardo Pelizzo

Lettera Politica 288


Il senso della crisi


Sono stati gli eventi a fermare la caduta del centrodestra. Se non ci fosse stata l’emergenza sarebbe stato condannato ad indebolirsi nel paese fino a consunzione. Invece paradossalmente la straordinarietà della crisi rafforza governo e maggioranza che sono costretti a cambiare atteggiamento e adottare provvedimenti nell’esclusivo interesse del paese. Provvedimenti che si possono condividere o no, ma che sono portatori di un messaggio inequivocabile: il paese non è allo sbando, ma ha una guida, che può piacere o non piacere, ma che sta agendo non nell’interesse personale o di partito, ma nell’interesse nazionale.
E’ questo il senso di quanto avvenuto in questi giorni. Su tutto il resto si può discutere, ma questo è quel che conta, quello che obbliga Berlusconi a chiudere una fase che lo stava portando nel baratro e aprirne una che potrebbe rilanciare il centrodestra.
E qui si apre una finestra sul possibile.
Con la manovra si chiude definitivamente un periodo del berlusconismo. Quello rivoluzione liberale e della modernizzazione. Le mani nelle tasche degli italiani, pur col cuore grondante sangue, il Cavaliere le ha messe eccome.
E allora deve re-impostare il programma politico. Cosa non facile, visto che non ci sono più le stelle polari delle ideologie. O forse, pur sbiadite, ci sono ancora e basterebbe solo scrutare con più attenzione il cielo per coglierne gli elementi universali o attuali.
Ma ci vuole coraggio! Quelle 30 province da eliminare ne sono l’esempio lampante che grida vendetta al cospetto dei cieli! Ma perché 30 e non tutte? Se l’è chiesto anche Berlusconi. Ma non ha potuto. Ha dovuto ancora cedere ancora una volta al veto della Lega. Un taglio all’italiana in salsa padana. Che gli elettori se lo ricordino.
Paolo Danieli