sabato 24 settembre 2011

Lettera Verona 42

Non ho ricordo, nei miei quarant’anni di vita passati tutti a Verona dove sono nato, di
aver visto tante zanzare e tanti topi infestare la città. Il problema, rispetto ai tanti
altri che si fanno sentire in questo momento di crisi, non sarà dei più importanti, ma
va a pesare sulla qualità della vita dei veronesi.
Non so se la voce  zanzare e topi rientra nei parametri considerati nello scrivere la
classifica di vivibilità delle città italiane in cui Verona occupa una posizione di tutto
rispetto, tuttavia incide nella percezione di benessere dei cittadini.
L’estate è stata lunga e calda e questo fattore, aggiunto al clima umido della pianura
padano-veneta, ha costituito di sicuro un habitat ideale per zanzare e pappataci che
si sono nutriti abbondantemente del sangue dei veronesi sia di giorno che di notte.
Viene però da chiedersi, data la dimensione del fenomeno, se sia stata fatta
un’adeguata opera di  prevenzione e disinfestazione da parte delle strutture
comunali preposte. Hanno raccomandato, questo sì, ai cittadini di evitare di lasciare
acqua morta nei vasi delle piante e di buttare apposite  pastiglie dove c’è acqua
stagnante, in modo da bloccare lo sviluppa delle larve degli insetti, ma come si fa?
Non è che uno a casa è dotato dell’occorrente. Il veronese potrà anche togliere
l’acqua dai vasi, ma al resto ci deve pensare il comune, come faceva una volta.
E se la disinfestazione con l’insetticida  che si faceva una volta è stata abolita per
non inquinare l’ambiente, c’è da domandarsi se in casi eccezionali come quello di
quest’estate non sia il caso di farla lo stesso, ammesso che non ne abbiano trovati di
eco-compatibili. Perché tanto, l’insetticida spray, lo usano in ogni caso i singoli
veronesi nelle loro case.
E poi ci sono i topi. Qui il clima non c’entra. C’entra piuttosto, visti i risultati, la scarsa
efficacia delle tecniche di disinfestazione utilizzate. A parte i pericoli per l’igiene e la
salute, non è per niente simpatico vedersi attraversare la strada da qualche
pantegana mentre si cammina per le strade, le piazze o i giardini della città.

Leo Ferrari

Lettera Politica 304

Come ti erudisco il pupo, ovvero i fasti dello squolital.
Giulia (il nome e’ di fantasia) è andata a prendere i 15 chili di libri che le serviranno per l’ultimo anno delle medie, o come diavolo si chiamano oggi, in una scuola di reverende madri. Mi presta due libri: il libro di storia e un’antologia. Nella patinata antologia che si intitola pomposamente “Il tesoro di carta “ gli autori, Ermanno Bartolucci e Costanza Floris hanno trasfuso la loro conoscenza della letteratura mondiale dell’ultimo secolo, vediamo come.
Presenti alcuni importantissimi autori viventi o appena morti: Benni Stefano; Bertolucci Attilio, Bianucci Pietro, stranamente anche Buzzati Dino e Capuozzo Toni, ma doverosamente Cianciullo Antonio “ inviato di Repubblica” , Condorelli Daniela di “ Repubblica”; Eco Umberto .. “ collabora alla rivista L’ Espresso e a diversi quotidiani italiani…” ; Fava Alessandra “collabora con l’agenzia ANSA e col manifesto” e Donna), Fenoglio Beppe; Fo Dario; Franceschini Enrico di Repubblica, Gallo Piero !!!! il famoso prete di San Salvario; Guccini Francesco, noto cantautore ; Hack Margherita; Laurenzi Laura di Repubblica; Lussu Emilio …; fra a questi eccelsi autori anche uno modesto ottocentesco, Manzoni Alessandro. Cosa ci fa qui Saffo?
Tornando ai nostri tempi Saraceno Chiara che ha scritto “ sui temi della famiglia, dello Stato sociale e della povertà”. Non poteva mancare Saviano Roberto “vive sotto scorta”. Un medico: Strada Gino, ben noto alle cronache, e dopo Verga Giovanni, lì per caso, Villaggio Paolo.… Personaggi di minor rango: Tommasi di Lampedusa, Verga Giovanni che “propone realisticamente i problemi, la vita e la lingua degli umili”.
Molto potlitically correct gli stranieri tutti rigorosamente comunisti e/o di sinistra ( Nazim Hikmet; George Orwell, Pablo Neruda, Seamus Heaney ….). Cercheresti invano Banana Yoshimoto, Yukio Mishima , James Joyce, T.S. Eliot o anche Nikos Kazantzakis. Se non sono comunisti non valgono niente. I brani scelti per illustrare l’ illustranda opera degli illustri illustrati? E’ la sagra degli .. ismi: pacifismo, ecologismo, populismo, antimilitarismo, antiamericanismo, e, sotto sotto, sempre comunismo. Anche i pezzi di autori di sinistra con una produzione vasta sono scelti fra quelli piu’ politically correct.
Che Dio ti salvi, Giulia, da questi educatori.

martedì 20 settembre 2011

Lettera Politica 303

Attenti al mulo!
Comunque vada, il ciclo si è chiuso. E quando un ciclo finisce, finisce quasi sempre male. Di questo non bisogna certo rallegrarsi, ma prenderne atto, altrimenti si rischia di agire a vuoto in una dimensione che non è reale, ma è solo la proiezione di desideri  che non si possono realizzare per il semplice fatto che la realtà è un’altra.
L’unico modo per non farla finire male è guardarla in faccia questa realtà, gradita o sgradita che sia. Solo così, decidendo e agendo non secondo i propri desideri, ma secondo opzioni reali, si potrà fare in modo di governare il cambiamento.
Un ciclo è finito. Prima se ne apre un altro meglio è.
Prima di tutto per gli italiani, che stanno patendo oltre misura per la perdita di credibilità all’estero, per l’impoverimento e per l’aumento delle tasse. Centratissima, a questo proposito, l’immagine di Pansa che paragona il popolo italiano al mulo: animale docile, paziente, forte al punto da essere caricato di pesi che nessun altro animale potrebbe sostenere. Solo che se il peso supera un certo limite il mulo si ribella, si libera del basto, scalcia, morde e colpisce chiunque gli si avvicini. Ecco, la pressione sugli italiani è giunta a quel limite. Basta un nonnulla per scatenare la ribellione. E, quando scoppiano le rivolte, si sa come si comincia, ma non dove si finisce. Di qui la necessità di una svolta che recuperi la fiducia internazionale ed interna.
E poi meglio anche per il centrodestra, che non deve aver paura di cambiare. E deve farlo in fretta, prima che il mulo si ribelli. Qui non si tratta di aver perso una guerra o di dover ammettere che le proprie idee erano sbagliate. Se così fosse basterebbe alzare bandiera bianca e consegnarsi al nemico o rinnegare i propri programmi/progetti/sogni. Tutt’altro. Il centrodestra ha il dovere di chiudere una fase proprio per poterne aprire un’altra e portare avanti il progetto.
Tanto lo sanno tutti che la sinistra, divisa com’è e per un’intrinseca eterogeneità, non potrà governare il paese, quand’anche, per tutta una serie di circostanze fortuite quanto improbabili riuscisse a vincere le elezioni. Ecco quindi la necessità, divenuta ormai improrogabile a causa delle note vicende, di cominciare a lavorare per presentare al mondo un’Italia governata da una maggioranza ancora più forte di quella uscita dalle elezioni del 2008. Una maggioranza dove il centrodestra, a prescindere dal nome, aprendo all’Udc e a coloro che intendono lavorare per un progetto comune, continui ad essere il protagonista del governo del paese.
Solo così la fine di un ciclo non sarà una sconfitta, ma l’occasione per il rilancio. Soprattutto quello dell’Italia.
Paolo Danieli

lunedì 19 settembre 2011

Lettera Politica 302

Alcune proposte per migliorare l’università
La stampa ci dice che l’Italia naviga in cattive acque e addossa la responsabilità a una classe politica che non entusiasma. Non vogliamo minimizzare le sue responsabilità - troppo spesso pare non essere all’altezza delle sfide che deve affrontare-  ma ci sono dei problemi per cui la classe politica non ha colpa.
I giornali ci dicono anche che le università italiane non reggono il confronto con quelle straniere. La migliore università italiana è l’università di Bologna, al 183° posto. Tutte le altre, inclusa la Sapienza di Roma, sono così scadenti da non riuscire ad entrare fra le migliori 200 università del mondo.
Gli accademici nostrani amano addossare la responsabilità di questo sfacelo ai governi e ai tagli di bilancio. Eppure ignorano che le nostre università sono dei carrozzoni costosissimi e che, a parità di spesa, gli atenei stranieri producono di più e meglio dei nostri.
Perché allora le nostre università funzionano tanto male? Perché gli accademici, con poche lodevoli eccezioni, non sono adeguatamente preparati, non sanno fare ricerca, non conoscono le lingue straniere, non si tengono aggiornati sugli sviluppi metodologici e sostanziali nelle loro rispettive discipline e, pertanto, non pubblicano nelle riviste scientifiche che contano.
Come risolvere il problema? Ecco alcune proposte concrete di facile applicazione.
Primo, tutti i docenti universitari devono essere in possesso di un dottorato di ricerca o titolo equivalente, come il d.phil inglese o il ph.d. americano.
Secondo, il dottorato di ricerca deve essere ristrutturato. Va ridotto il numero di studenti ammessi al dottorato e ne va aumentata la qualità. Si deve pretendere che lo studente non si limiti a scrivere una tesi di ricerca originale, ma che segua dei corsi di specializzazione e che sostenga degli esami generali. Così ci assicura che lo studente abbia non solo una grande specializzazione (tesi) ma anche che abbia una buona padronanza di tutta la materia (esami generali).
Terzo, i concorsi devono essere fatti per titoli (pubblicazioni scientifiche) come avviene in tutti i paesi civili, in modo che ad andare avanti siano i bravi e non i miracolati.
Quarto, gli studiosi devono continuare a pubblicare in riviste internazionali anche dopo esser stati assunti da una università. Così si elimina il brutto vizio di quegli accademici nostrani che, una volta arrivati, si occupano di tutto tranne che di far bene il proprio lavoro.
Si tratta di riforme semplici ma importanti. Se non riformiamo l’università, non possiamo rilanciare la ricerca e senza ricerca l’Italia non ha un gran futuro.
Luca Firmiani

giovedì 15 settembre 2011

Lettera Verona 41

Tosi protagonista
Da quando nel 2007 è diventato sindaco di Verona quella di Tosi è stata un’escalation politica che non si è mai fermata. Con tutta una serie di atti e di prese di posizione e sostenuto da un’abile quanto efficace strategia mediatica, Tosi si è ritagliato un ruolo politico che va ben oltre le mura della città che è stato chiamato a guidare. E pensare che manco lo doveva fare il sindaco! Era assessore regionale alla sanità. Un ruolo di tutto rispetto. Ma lui preferiva fare il sindaco di Verona e, con il supporto di tutta la Lega, allora compatta, pose con decisione la sua candidatura, anche se quella posizione sarebbe dovuta toccare ad un berlusconiano. Nella fattispecie Meocci, bel democristiano di lungo corso amico del Cav.
A forzare il destino fu determinante la riunione organizzata da Brancher, a casa sua a Cisano, dove alla presenza del Berlusca calato dal cielo con l’elicottero i responsabili locali del centrodestra cambiarono cavallo e candidarono Tosi. Scelta vincente, visto che venne eletto alla grande. Ma chissà quanti tra gli ex FI ed ex An si mangiano ancora le mani per quella scelta, viste le tensioni di oggi! E molto probabilmente anche di qualche leghista!
Ma è stata quello lo snodo principale della sua carriera politica. Poi, ovviamente, ci ha messo del suo. Infaticabile, intelligente, pronto, coraggioso Tosi si è guadagnato molte simpatie anche fuori dallo schieramento dei suoi elettori. Non solo. Grazie alla sua telegenia, ad una particolare abilità a gestire la propria immagine ( e ci dici poco di questi tempi?) e alla capacità di dire quello che pensa senza farsi troppi problemi è diventato un personaggio politico di dimensione nazionale.
Ed è a questo punto che sorgono i problemi. Grazie a tutta una serie di dichiarazioni e di atteggiamenti Tosi oggi si trova in una posizione del tutto particolare se non unica: a fare da contrappeso al suo successo personale c’è il rapporto non propriamente idilliaco con Bossi e Berlusconi, che, guarda caso sono i capi. Le posizioni prese all’interno della Lega e le critiche espresse nei confronti del Cav. e del suo governo costituiscono per lui un problema, se non un pericolo vero e proprio. E ne consegue tutta una serie di possibilità. Sarà o non sarà espulso dalla Lega? Diventerà lui il leader della Lega in Veneto o lo faranno fuori come Comencini? Sarà o non sarà appoggiato dal Pdl alle prossime comunali? Sarà lui a decidere questo o saranno gli altri? Si fermerà a Verona la sua ascesa o punterà sempre più in alto? Prestiamo molta attenzione a quel che succede perché potrebbe avere più importanza di quel che sembra.
Leonardo Ferrari

lunedì 12 settembre 2011

Lettera Politica 301

Not in my term of office

Abbiam detto in più occasioni che l’irresponsabilismo è una delle chiavi di volta della frammentazione di poteri e di competenze che caratterizza il costume italico nella gestione della Cosa Pubblica. E per responsabilità si vuole intendere precisamente la possibilità di essere chiamati a rispondere del proprio operato. Uno degli aspetti storici e cronici di questo atteggiamento di inazione e sovente purtroppo di malaffare è il timore quasi religioso di guardare avanti, nel senso di uno sviluppo dell’azione politica che vada al di là di quei gesti minimi finalizzati ad assicurarsi il rinnovo del mandato elettorale o di nomina. Per fare un esempio banale, l’Italia è uno dei Paesi che meno investono sulla prevenzione in sanità, per la semplice ragione che i risultati di tale iniziativa si vedrebbero solo dopo anni, per l’appunto durante il mandato di un altro: quale ministro o direttore generale di ULSS vorrebbero augurarsi di lavorare per la gloria altrui?
Not in my term of office (NIMTOO, non durante il mio mandato) è una felice espressione anglosassone, ricordata di recente da Fulvio Conti, AD dell’Enel, proprio nell’occasione di chiedere maggior coraggio alla classe politica nell’investire sul futuro, che ben descrive questa pericolosa tendenza a lasciar tutto com’è. La quale espressione può declinarsi nei comportamenti silenziosi ed omissivi che consistono nel non intraprendere quegli aggiustamenti e progetti a lungo termine che metterebbero in sicurezza il Paese, ovvero diventare stentorea fanfaronaggine nei termini “devono passare sul mio corpo” quando si tratta di fare scelte difficili come ridimensionare un sistema previdenziale sproporzionato e insostenibile, o smantellare enti locali e clientele connesse che ci dissanguano da troppo tempo, o ancora fare scelte energetiche o logistiche o infrastrutturali cercando di vedere più in là dei piccoli egoismi delle popolazioni residenti.
Forse un mandato in Italia dura troppo poco, o forse troppo alta è l’età media di chi lo ricopre, o troppo volubile chi è chiamato a riconfermarlo; ma in tutto questo sicuramente troppo scarso il senso di responsabilità da ambo le parti. Eppure il NIMTOO, espressione non a caso straniera, si riferisce a durate istituzionali anche più brevi delle nostrane, ma che non impediscono altrove di intraprendere disegni che vanno ben oltre le brevi prospettive di riconferma. Siamo pertanto obbligati a considerare che la mancanza di senso di responsabilità e l’incapacità di guardare al futuro mettendosi in discussione nel proprio presente, è una delle grandi malattie storiche italiane che stiamo pagando e pagheremo.
Casella di testo: Lettera n. 301



Carlo Matteo Peruzzini

giovedì 8 settembre 2011

Lettera Politica 300


Turismo ed Economia
Nel corso dell’ultimo decennio l’industria turistica è cresciuta enormemente a livello globale. I dati della Banca Mondiale mostrano infatti che il numero di arrivi nel periodo 2001-2009 è cresciuto di circa il 33%, passando da 688 milioni di arrivi a 893 milioni di arrivi.
Attualmente ci sono 18 paesi in cui arrivano più di 10 milioni di turisti. Questi paesi sono in ordine alfabetico: Austria, Canada, Cina, Francia, Grecia, Hong Kong, Italia, Malesia, Messico, Polonia, Portogallo, Russia, Spagna, Tailandia, Turchia, Ucraina, Regno Unito e USA.
Per tutto il periodo l’Italia è stata una vera potenza dell’industria turistica. Nel 2001 era quarta dietro Francia, Spagna e USA, mentre oggi è quinta. La Cina ha infatti scalzato l’Italia dal quarto posto. Perché?
Perché il numero degli arrivi in Italia è cresciuto di più, sia percentualmente che in termini assoluti, di quanto è cresciuto in Francia (+2,1%) o in Spagna (+7.6%), ma è cresciuto molto meno di quanto abbia fatto in Austria (+17 %), Cina (+33%), Hong Kong (+92%), Malesia (+85%), Tailandia (+40%), Turchia (+138%), Ucraina (+127%) e Regno Unito (+34%).
Il dato preoccupante non è solo che il numero di arrivi cresca meno velocemente che in altri paesi, ma è che il volume complessivo sia di molto inferiore a quelli che si registrano in Francia o Spagna. Nel 2009 il numero di arrivi in Italia è stato inferiore a quelli registrati in Spagna e in Francia. A fronte dei 43 milioni di arrivi in Italia, Francia e Spagna registrano rispettivamente 77 e 52 milioni di arrivi.
Se l’industria turistica italiana riuscisse ad avvicinare la performance spagnola -il volume di arrivi della Francia è per il momento ineguagliabile- darebbe un contributo importante alla crescita del PIL che da troppi anni fatica a ripartire.
Riccardo Pelizzo

Lettera Politica 299

Il bandolo della matassa
L’impressione è che non se ne vada fuori. La manovra finanziaria, che doveva essere il segnale che l’Italia non scherza e che quando c’è bisogno sa prendere in mano l’accetta, tagliare e mettere i conti a posto, ha già fallito il primo dei suoi obiettivi: quello di rassicurare l’Europa, i mercati ed i vicini di casa.
Quand’anche il saldo rimanesse invariato dopo i passaggi parlamentari, ormai l’idea che il governo ha dato, all’estero ma anche all’interno, è un misto di indeterminazione e di debolezza. La manovra continua a subire variazioni, anche in parti importanti. Nella stessa maggioranza non c’è compattezza e ogni giorno, su pressioni d’ogni genere, viene tolto un provvedimento e ne viene inventato un altro. E già questo è un problema.
Ma poi c’è tutto il resto. Si assiste a una fibrillazione politica senza precedenti. Le piccole province, anche quelle di centrodestra, che in una delle prime versioni della finanziaria avrebbero dovuto essere soppresse, si sono messe a protestare contro il governo. Idem dicasi per i piccoli comuni che avrebbero dovuto essere accorpati. I sindaci, anche quelli del centrodestra, sono scesi in piazza contro la loro stessa maggioranza. I presidenti delle province, stavolta tutte, polemizzano col governo per la prevista cancellazione. Non importa se sono dello stesso partito che l’ha decisa.  Per non parlare della borsa e dell’agitazione nel mondo del lavoro e delle categorie.
Il risultato è che la situazione si sta aggravando pericolosamente.
Ma a fronte di un tale caos se non s’individua qual è il bandolo della matassa ne rimarremo ingarbugliati e non ne usciremo mai. Molti credono di averlo individuato in Berlusconi, altri nel complotto internazionale contro di lui, altri ancora nella speculazione internazionale. Probabilmente qualcosa di vero c’è in tutte le ipotesi, ma nessuna è il bandolo della matassa.
La vera causa del caos sono i partiti, unico ed insostituibile mediatore tra popolo e istituzioni nelle democrazie indirette, che oggi non sono partiti veri e quindi non adempiono alla loro funzione.
Ma ve li immaginate i sindaci della Democrazia Cristiana, o del Partito Comunista o del PSI  scendere in piazza a manifestare contro la loro maggioranza?  Non solo non lo avrebbero fatto mai, ma non sarebbe loro passato neanche per l’anticamera del cervello. Come minimo sarebbero stati espulsi dal partito e avrebbero chiuso la loro carriera politica. Perché allora c’erano dei partiti veri. Tutti, nessuno escluso, anche i più piccoli. Oggi invece, con la scusa della modernità, della leadership televisiva, della caduta delle ideologie, a torto identificate con lo strumento partito, ognuno fa quello che vuole, si oppone, urla, protesta. I partiti, ammesso che esistano, sono impotenti. E questi sono i risultati.
Paolo Danieli

lunedì 5 settembre 2011

Lettera Politica 298


Invecchiamento e sviluppo
Negli anni sessanta, gli studiosi di sviluppo avevano osservato che il tasso di fertilità, che si misura calcolando il numero di nascite per donna, fosse un ottimo indicatore dello sviluppo socioeconomico di un paese. I paesi ricchi avevano un tasso di fertilità piuttosto basso, mentre i paesi poveri avevano un tasso di fertilità molto più alto.
Forti di questi risultati delle scienze sociali alcuni governi asiatici adottarono e poi implementarono con una certa efficacia delle politiche del controllo delle nascite.
La politica del controllo delle nascite ha avuto abbastanza successo, le donne hanno cominciato ad avere meno figli, si è riusciti a tenere la crescita demografica sotto controllo e si è avuto il tasso desiderato sviluppo economico.
Singapore che negli anni sessanta era un paese povero è divenuto uno dei paesi più ricchi del mondo, e la Cina dopo anni di crescita economica in doppia cifra ha una delle più grandi economie mondiali.
Se il successo economico cinese e/o singaporegno sia stato la conseguenza necessaria del controllo delle nascite è una cosa su cui gli osservatori sono piuttosto concordi. Cosa invece che gli analisti sottolineano con minore frequenza è che le politiche di controllo delle nascite, in Cina più che a Singapore, contribuiscono ad un preoccupante invecchiamento di queste società.
Nel 2040, cioè fra soli 25 anni, il 29 % della popolazione cinese avrà più di 65 anni. E’ una percentuale altissima, che non si registra oggi in nessuno dei paesi socio-economicamente più sviluppati. La percentuale degli over 65 va, secondo i dati della Banca Mondiale, dal 13 % degli USA al 22 % del Giappone.
Gli analisti concludono che la società cinese diverrà vecchia prima di diventare ricca, e la necessità di mantenere circa 400 milioni di anziani, distogliendo notevoli risorse alla crescita e allo sviluppo, potrebbe porre fine a decenni di crescita che a noi oggi sembra inarrestabile.
Riccardo Pelizzo

domenica 4 settembre 2011

Lettera Politica 297

Fra demeriti altrui e meriti propri
La presidenza di Barack Obama aveva promesso cambiamento. Uno ovviamente può legittimamente chiedersi se il cambiamento sia sempre e comunque benefico, ma non vi è dubbio che gli americani nelle elezioni presidenziale del 2008 gli avevano dato un chiaro mandato perché desse una svolta.
Otto anni di presidenza repubblicana, sette anni di guerra in Afghanistan, 5 anni di guerra in Iraq, la crisi economia del 2008 avevano convinto gli americani che il partito repubblicano non fornisse la risposta adeguata alle esigenze, ai sogni, alle speranze del paese.
Gli americani volevano un paese più attento alle questioni ambientali, più pacifico, e più equo nella redistribuzione della ricchezza.
Negli ultimi mesi la popolarità di Obama è calata vistosamente, solo il 40 % degli americani sembra approvare l’operato della sua presidenza, e su molte questioni (economia, crisi di bilancio, etc.) l’azione del governo Obama viene bocciata a stragrande maggioranza.
In condizioni normali un tasso di approvazione così basso si traduce poi in una sconfitta elettorale. Ma queste non sono condizioni normali. L’elettorato americano non è entusiasta di quello che fa Obama, ma preferisce che alla guida del paese ci sia lui piuttosto che un repubblicano.
Nell’ultimo rilevamento fatto dall’Istituto Gallup ai primi di agosto, è stato chiesto agli elettori chi avrebbero scelto fra Obama e un candidato repubblicano e la risposta è stata largamente favorevole ad Obama. Il 45% degli elettori voterebbe per Obama e il 39% voterebbe per un generico candidato repubblicano.
A metà agosto, un nuovo sondaggio ha chiesto agli elettori americani per chi voterebbero fra Obama e Perry, Romney, Ron Paul e la Bachmann. Il risultato è che Obama batterebbe Romney e Ron Paul di un punto, Perry di 4 e la Bachmann di 5.
L’istituto Gallup commenta questo risultato dicendo che la percentuale di americani che voterebbe per Obama è superiore a quella che approva il suo operato. Perché evidentemente gli americani temono che le politiche perseguite dai repubblicani possano essere pure peggiori di quelle perseguite da Obama. Per cui Obama rischia di essere rieletto più per i demeriti altrui che per i meriti propri.
Riccardo Pelizzo