martedì 31 maggio 2011

Lettera Politica 261

La botta

La botta era nell’aria. Si tratta di elezioni comunali, campione limitato, d’accordo. Ma minimizzare è sbagliato. E dannoso, soprattutto per il centrodestra. La causa, si diceva qualche Lettera politica fa, è la crisi economica di cui non si vede la fine. Anche le esternazioni di Berlusconi, i processi, la polemica con la magistratura, il bunga-bunga, Fini, lo stillicidio di critiche della stampa internazionale, l’inimicizia dei poteri forti, la vicenda Gheddafi hanno pesato. Ma il vero motivo della botta è la crisi. Se la gente avesse potuto guardare al futuro con un po’ di serenità tutto sarebbe filato liscio. E invece oggi è incazzata. E così, giusto o sbagliato che sia, ha dato un segnale. Anzi, il segnale.
Il governo, quando ci è arrivata tra capo e collo la tegola di Wall Street, aveva appena cominciato a camminare. Berlusconi e Tremonti non si sono fatti prendere dal panico ed hanno gestito bene l’emergenza. Tanto che l’Italia se l’è cavata ed è riuscita a rimanere a galla. Questo è stato riconosciuto anche da quella stampa estera che non esita ad attaccare Berlusconi. Però, superata brillantemente la prova del pronto soccorso, l’Italia si è fermata. Ed è ancora ferma. Per capirlo non occorre essere economisti. Basta essere madri o padri di famiglia, pensionati, lavoratori, poco importa se dipendenti o autonomi. Per non parlare dei giovani costretti a vivere a casa coi genitori, magari senza trovare un lavoro dopo essersi guadagnati una laurea.
La ripresa non si vede. Se prima si diceva che la crisi era mondiale e che i nostri governanti ben poco potevano di fronte all’enormità del disastro, oggi le cose sono cambiate. Altri paesi europei crescono, noi no.  Ciò è dovuto ad un fatto strutturale e qui non mi dilungo sennò si dovrebbe aprire una digressione chilometrica per specificarne le voci. E se il paese è fatto così, se c’è un alto tasso di disonestà, se c’è la mafia, se c’è il sud, se ci sono troppi dipendenti pubblici, auto blu, parenti, amici e amici degli amici è chiaro che il governo non c’entra. Però Berlusconi un segnale lo poteva dare. Lo poteva dare abolendo le province, come aveva promesso nel programma elettorale. O poteva abolire la vergogna del finanziamento pubblico dei partiti, solo per fare un altro esempio. Ma non lo ha fatto.  E così il segnale glielo ha dato il popolo. Anche quello della libertà.
Paolo Danieli

lunedì 30 maggio 2011

Lettera Politica 260

Quali riforme per l’Italia
I governi della Repubblica italiana, così come la maggior parte dei governi del Regno, sono stati caratterizzati da grande instabilità e debolezza.
A partire dal 1979 alcuni studiosi in sede accademica e alcune forze politiche in parlamento hanno cercato di promuovere delle riforme istituzionali che oltre a stabilizzare gli esecutivi li mettessero anche in grado di governare con una certa efficacia.
Le riforme elettorali (Mattarellum e Porcellum) hanno sì dato vita a governi più stabili di quelli della Prima Repubblica, ma non hanno dato vita a governi più forti. Perché?
Perché, a prescindere dall’orientamento ideologico, i partiti o le coalizioni di governo sono divisi internamente in gruppi e fazioni che hanno un alto potere di ricatto e che sono spesso abbastanza disinvolti da passare senza troppe preoccupazioni da una coalizione all’altra.
Queste fazioni ricattano i governi, contribuiscono all’immobilità del paese, rallentano l’azione del governo e, per dirla in maniera elegante, creano costi aggiuntivi.
Queste fazioni sono il problema che un vero pacchetto di riforme istituzionali deve affrontare. Io mi limito qui a formulare due proposte: per impedire che i parlamentari eletti in un partito/schieramento passino in un partito diverso, si potrebbe emulare quanto fatto in Papua Nuova Guinea, dove un parlamentare può abbandonare il suo gruppo/partito solo se il partito tradisce il suo mandato o se il partito fallisce finanziariamente. In secondo luogo, sempre emulando la Papua Nuova Guinea, si possono introdurre delle disposizioni che vincolino il parlamentare eletto con una maggioranza a votare con quella maggioranza su questioni qualificanti, quali, ad esempio, il bilancio, la fiducia, la sfiducia, gli emendamenti costituzionali.
Queste disposizioni permettono al governo di governare, impediscono i troppo facili cambi di casacca, indeboliscono le fazioni intra-partitiche e riducono i costi della politica. Esattamente quello che gli italiani chiedono da anni.
Riccardo Pelizzo




venerdì 27 maggio 2011

Lettera Verona 25/11


Piazzale della stazione

Uno dei più grandi errori urbanistici commessi nel passato è stata la gestione dello spazio antistante la Stazione Ferroviaria di Porta Nuova. Si tratta di uno sbaglio fatto in un passato talmente lontano da rendere vana la ricerca delle responsabilità. Non per questo, però, bisogna rinunciare a porvi rimedio.
Per chi arriva in treno a Verona risulta con tutta evidenza che tra la stazione e le prime strade frequentabili e fruibili della città c’è un’area enorme, una specie di deserto urbano che per essere attraversato a piedi richiede tempo ed anche qualche rischio perché, come sempre accade, laddove non ci sono attività, non c’è gente e manca il controllo sociale, automaticamente alligna la delinquenza. Il piazzale della stazione è infatti in balia degli spacciatori di droga e degli immigrati più pericolosi. Non è un bel biglietto da visita per la città.
Né è un posto sicuro per le migliaia di ragazzi e ragazze che vanno e vengono dai paesi della provincia per andare a scuola. C’è la Polizia, d’accordo. Ma non può essere dappertutto ed in ogni caso non è accettabile che persone per bene che vanno a prendere il treno e studenti che aspettano l’autobus siano costretti a mescolarsi con gentaglia che ti offre la droga o che comunque è tutt’altro che rassicurante. Per non parlare di chi lavora alla Stazione di Porta Nuova o negli adiacenti uffici delle Poste, che spesso ha difficoltà anche a percorrere il tratto di strada per montare in macchina.
Qualche mese fa, finalmente, sono cominciati i lavori per rendere quell’ingresso della città meno squallido e più sicuro. Lavori che sono di competenza delle Ferrovie dello Stato e che per questo non sono sotto il controllo e la responsabilità del Comune. Essi, come denunciato anche dalla stampa, vanno a rilento. E non c’è da meravigliarsene, visto che per raddoppiare la Verona-Bologna ci hanno messo cinquant’anni! Credo comunque che Verona, grazie anche al fatto che un veronese siede nel consiglio d’amministrazione, abbia la possibilità di fare pressioni sulle F.S. perché si diano una mossa.
Non so, nell’area che va dalla stazione a Porta Nuova e ai bastioni, dove inizia la competenza del comune e finisca quella delle ferrovie. In ogni caso il Comune, anche una volta ultimata la sua sistemazione, dovrà farsi carico di ripensare a quel pezzo di città per congiungerla al centro e renderla vivibile.
Leonardo Ferrari


Text Box: Lettera n. 25Rounded Rectangle: Text Box: Verona

mercoledì 25 maggio 2011

Lettera Politica 259

Non sono profughi

Ruota attorno ad un grande equivoco il dibattito in corso in Italia sull’accoglienza da dare o non dare agli immigrati irregolari sbarcati a Lampedusa nelle ultime settimane: non sono profughi. Questa qualifica non è dovuta, non corrisponde alla verità ed è conferita loro solo per giustificare il fatto che il nostro paese non è in grado di respingerli –come per esempio fa Malta o come farebbe Israele se solo qualcuno avesse la fantasia di avvicinarsi alle sue coste-  né di riportarli là da dove sono partiti.  Si tratta semplicemente di migranti, né più né meno come tutti quelli che sono arrivati in precedenza sui barconi, neanche tanto disperati a vedere come sono in salute, ben nutriti, ben vestiti e col telefonino in mano.  
La guerra in Libia c’entra solo fino a un certo punto, nel senso che dal momento in cui Gheddafi è stato mollato dall’Italia ha pensato bene di vendicarsi sospendendo i controlli che faceva d’accordo col nostro governo. E c’entra  perché tanti stranieri che lavoravano in Libia con la guerra hanno perso il lavoro. Tutto qui. Si tratta insomma di una fase della grande invasione cui siamo sottoposti da parte delle popolazioni africane che per i noti motivi della povertà e della pressione demografica si spostano in Europa a cercare migliori condizioni di vita. Ma non sono profughi.
L’Italia, e come noi tanti paesi europei, ha patito due guerre mondiali solo nell’ultimo secolo. I profughi ci sono stati, ma nell’ambito dei confini nazionali. Tra il 1915 ed il 1918, per esempio, molti veneti e friulani che abitavano nel teatro delle operazioni militari vennero ospitati nelle regioni del centro-sud, dove la situazione era tranquilla. Tra il 1940 ed il 1945 vi fu il fenomeno degli “sfollati”, ovvero di coloro che se ne andavano dalle città, oggetto di spaventosi bombardamenti nemici, per rifugiarsi in campagna o in paesi dove minore era la probabilità delle bombe. Mai nessuno ha pensato di mettere in atto un’emigrazione di massa per andare, che so io, in Svizzera o in Spagna. Tutti sono rimasti in Italia, guerra o non guerra, a patire la fame, gli stenti, le bombe e i mitragliamenti. Anche in tempi recenti, sempre in Europa, in occasione della guerra nei Balcani, le popolazioni serbe, bosniache, cossovare sono rimaste a casa loro, nonostante le distruzioni e le atrocità.
Non c’è quindi ragione alcuna per chiamare profughi gli africani che vengono o si accingono ad invaderci, anche se pacificamente. Questa parola serve solo a coprire l’incapacità o la non volontà di difendere i nostri confini.
Paolo Danieli

lunedì 23 maggio 2011

Lettera Politica 258

La capitale reticolare che sembra un coniglio
Quando all'indomani della sconfitta elettorale al primo turno delle comunali, alcuni esponenti di spicco della maggioranza annunciano che verranno trasferiti a Milano il Ministero delle Riforme e della Semplificazione e a Napoli quello delle Pari opportunità, sembrerebbero avviati alla realizzazione della capitale reticolare.  
Pochi sanno che cos'è la capitale reticolare. E' il contrario della capitale centralizzata, cioè della capitale degli stati centralisti, com'è la Francia per antonomasia, dove tutto il potere politico e le stanze dei bottoni, dalla Presidenza della Repubblica a quella del Consiglio, dalle Camere ai ministeri, dalla Corte costituzionale alla Corte di cassazione, dalle presidenze dei principali enti alla sede della banca centrale sono collocate nella capitale politica del paese. Roma nel caso dell'Italia, Parigi nel caso della Francia, Madrid per la Spagna ecc. Questa situazione è legata a questioni storiche e geografiche e presenta vantaggi e svantaggi, come tutte le cose. Un vantaggio è che tutti i palazzi del potere stanno nel raggio di pochi chilometri. I movimenti tra un palazzo e l'altro sono quindi più facili e veloci con conseguente ottimizzazione dei tempi. Se poi la capitale è collocata in posizione geografica centrale, come nel caso italiano, essa è equidistante dalle diverse regioni. Per converso l'accentramento produce una certo distacco dal paese e, in caso di guerra, può costituire un comodo bersaglio per il nemico.
La capitale reticolare è invece l'opposto. In uno stato a struttura federale le diverse sedi del potere politico, economico, giudiziario, militare vengono spalmate sul territorio per fare in modo che ogni regione sia partecipe di una funzione di potere statale. Ciò ha l'indubbio vantaggio di creare maggior coesione nazionale, in quanto ognuno ha la “sua capitale”, di distribuire l'occupazione e di scegliere per ciascuna competenza il territorio più adatto.
In una situazione come quella italiana, nella quale l'unità nazionale non è poi un fatto così scontato come si vorrebbe, dove ci sono forti tensioni tra le diverse aree del paese, dove, a torto o a ragione, nell'immaginario collettivo vengono addossate a Roma , come conseguenza della gestione centralistica del potere, le peggiori nequizie, la capitale reticolare potrebbe costituire un'interessante evoluzione istituzionale per cementare la coesione nazionale. Ovviamente nell'ambito di una riforma federale dello Stato. In quella approvata dall'attuale maggioranza -federalismo fiscale- però non ve n'è traccia.
Quindi se spostare a Milano e a Napoli alcuni ministeri fosse stato parte di un più ampio progetto politico avrebbe anche potuto essere un esperimento interessante. Così, l'idea, che in sé potrebbe anche essere valida, più che alla capitale reticolare fa pensare al coniglio tirato fuori dal cilindro di un prestigiatore.
Paolo Danieli

sabato 21 maggio 2011

Lettera Verona 23/2011


All’Amia c’è qualcosa che non va.
All’Amia c’è qualcosa che non va.  Non mi riferisco all’interrogazione al Consiglio regionale presentata da alcuni esponenti dell’opposizione sulla scarsa trasparenza delle assunzioni e degli incarichi in quell’azienda o nelle sue partecipate che adombrerebbe una parentopoli veronese.  Né mi baso sulle lamentele degli abitanti del centro storico sul servizio di nettezza urbana di cui in questi giorni ha fatto da cassa di risonanza la Prima Circoscrizione.
Preferisco attenermi a quel che vedo con i miei occhi e sento con le mie orecchie. Alle lagnanze dei miei concittadini per il servizio svolto dall’Amia.
Abbiamo già detto che Verona, tutto sommato,  è abbastanza pulita, almeno rispetto a tante altre. Bologna e Firenze sono messe peggio.  Per non dire di Napoli. Non è però guardando indietro che si va avanti! Per migliorare bisogna guardare a Bolzano, Innsbruk, Monaco di Baviera. Tutte città che hanno livelli di efficienza da cui prendere esempio.
Troppe volte, girando per le strade della nostra città, passando accanto ai cassonetti debordanti di rifiuti, attorniati da sacchetti di immondizia che la gente deposita a terra perché li trova pieni, provo un senso di vergogna come veronese. 
C’è qualcosa che non funziona. C’è, è vero, una componente di maleducazione di certi cittadini che non osservano le norme più elementari di igiene e che per indolenza non fanno neanche la fatica di aprire il coperchio del cassonetto e buttano tutto sul marciapiede. Per non dire di quelli che la raccolta differenziata non sanno nemmeno cosa sia. Ci sono, è vero, molti stranieri che ignorano usi, costumi e regole basilari della nostra civiltà e dell’igiene e che orinano e defecano per la  strada o nei giardini pubblici. Come ce ne sono molti che buttano i rifiuti dove capita ed altri ancora che vanno a rovistare nei cassonetti e lasciano a terra tutto quello che hanno scartato nella loro ricerca.
Però è anche vero che tante strade vengono pulite una volta tanto, che nei giorni festivi gli addetti Amia non passano a pulire le strade né a svuotare i cestini e i cassonetti, che non è raro vedere qualche ratto andare a riempirsi la pancia nell’immondizia attorno ai cassonetti. Evidentemente c’è qualcosa che non funziona. Ci sono pochi mezzi? Non c’è abbastanza personale? Ci sono difficoltà di organizzazione?  Certo che con quel che paghiamo per la raccolta rifiuti…
Leonardo Ferrari

Lettera Politica 257

Le uscite del Cavaliere fanno ombra al suo Governo. E perdere le elezioni!
Faccio mie le considerazioni di Paolo Danieli nella Lettera politica 256: “… è la mancata soluzione della crisi che pesa sul risultato elettorale. Ed è allora da qui che il governo deve ripartire. Ma stavolta deve andar giù deciso, ricorrendo anche a misure drastiche, per dare dei segnali forti…”.
Il fatto è che il governo il segnale l’ha dato con il decreto legge “Sviluppo” approvato dal Consiglio dei Ministri il 5 maggio!
Ad eccezione dei giornali economici nessuno parla delle straordinarie misure di sburocratizzazione, semplificazione e crescita presenti nel decreto. E posso dare personale testimonianza che esso è sconosciuto ad alcuni parlamentari veronesi, essendo ciò emerso platealmente in un confronto televisivo.
Per la loro portata si tratta di vere e proprie riforme in campo fiscale (illecito l’eccesso di controlli, semplificato lo spesometro, abolite le comunicazioni di dati già in possesso del Fisco), amministrativo (pagamenti on line con le Asl, ridotta la burocrazia sulla privacy), edilizio (silenzio-assenso per permessi di costruire), bancario (rinegoziazioni mutui variabili), grandi opere (limite alle compensazioni folli, nuove soglie per appalti in trattativa privata), piano casa nazionale, servizi pubblici (agenzia per l’acqua), sostegno alle imprese (bonus assunzioni al sud, credito d’imposta del 90% per la ricerca con l’Università, rivalutazione quote societarie e terreni). Solo per citarne alcune.
Misure forti che corrispondono alle aspettative degli imprenditori, se è vero che Confindustria il 7 maggio a Bergamo è stata colta in contropiede, tanto da dover rivoluzionare l’o.d.g. e concentrarsi su temi di secondo piano (come la privatizzazione dell’Istituto per il Commercio con l’Estero o la riorganizzazione di Confindustria …).
Il problema è che Berlusconi non ha fatto campagna elettorale sui temi locali o, vista la personalizzazione cercata e trovata, sul lavoro fatto dal governo anche con tale decreto. Egli ha tentato invece di infiammare il proprio corpo elettorale radicalizzando lo scontro, attraverso i giudizi "forti" sui magistrati, sulla Consulta, sui leader di sinistra, o proponendo l’assurda sanatoria delle case abusive a Napoli.
Gli elettori non lo hanno premiato. E si giunge così al paradosso che le prime misure forti e vere del Governo per riavviare la crescita nel Paese sono state oscurate dalle uscite dello stesso Berlusconi, principale artefice del mediocre risultato elettorale.
Mi permetto di dargli un consiglio: abbandoni gli insulti, i toni accesi, gli eccessi e torni a governare ed a comunicare quanto fatto. Gli elettori torneranno.

Avv. Michele Croce

mercoledì 18 maggio 2011

Lettera Politica 256

Era nell’aria
Era nell’aria: la botta che ha preso il centrodestra alle amministrative non è una sorpresa. Dopo aver assorbito tutte le sfighe capitate dal 2008 fino ad oggi superando brillantemente ogni test elettorale, stavolta la coalizione di governo non ce l’ha fatta. Va bene che si tratta di una consultazione cui hanno partecipato solo 13 milioni di elettori, per di più ridotti quasi alla metà dall’astensionismo, e quindi scarsamente significativa, però non è il caso di minimizzare. Bisogna ammettere che nel Pdl, ma anche nella Lega che, secondo le aspettative generali avrebbe dovuto prendere un caterva di voti che non ha preso, qualcosa non funziona e sono stati fatti degli errori. Bisogna riconoscere che ci sono delle responsabilità che vanno assunte. Ed è normale che sia così dopo una sconfitta, anche se limitata e rimediabile in parte con i ballottaggi.
In ogni caso la botta era nell’aria. E non tanto per tutti gli attacchi di vario genere portati al Cavaliere o per la guerra alla Libia o per gli sbarchi degli immigrati, quanto per il disagio che sta vivendo il ceto medio, che aveva dato fiducia a Berlusconi, a causa di una crisi economica che non dà segno di allentarsi nonostante i tentativi di infondere ottimismo.
Il Capo del governo ha il dovere di caricare il morale degli italiani e di essere positivo. Ma quando, dopo molte assicurazioni, la gente non vede all’orizzonte neanche un barlume di luce; quando l’impoverimento continua ed anche i dati ufficiali danno il paese a crescita zero, la fiducia comincia a scricchiolare. E la botta elettorale ne è la conseguenza. E’ questo il vero motivo della battuta d’arresto. Per carità, anche Fini, Ruby, Mills e Gheddafi avranno avuto il loro peso. Ma in fin dei conti è la mancata soluzione della crisi che pesa sul risultato elettorale.
Ed è allora da qui che il governo deve ripartire. Ma stavolta deve andar giù deciso, ricorrendo anche a misure drastiche, per dare dei segnali forti a quel ceto medio che non è solo il suo elettorato, ma il pilastro portante della nostra e di tutte le democrazie occidentali.
Paolo Danieli


martedì 17 maggio 2011

Lettera Verona 22/2011


Il racket dei volantini
La Lettera politica ha denunciato più volte la vergogna della pubblicità senza indirizzo che riempie di volantini le cassette delle lettere, le auto in sosta e le strade della nostra, ma anche delle altre città. Ci sono, è vero, tanti problemi più gravi, ma è anche andando ad intervenire su un fattore di degrado urbano come questo che si può contribuire a rendere più pulito e più bello l'ambiente e, di conseguenza, migliore la qualità della vita. Per questo invitavamo gli amministratori comunali di Verona ad attivarsi per porre un freno alla pubblicità senza indirizzo, magari andando a tassare i volantini, rendendola così antieconomica.
Quello che è stato scoperto in questi giorni dalla Guardia di Finanza nella vicina Vicenza ci rafforza nella convinzione che questo tipo di pubblicità va sradicato dal nostro territorio. E non solo per motivi ambientali, ma per eliminare quello che è un vero e proprio racket dei volantini. I finanzieri hanno infatti scoperto che la rete di distribuzione della pubblicità cartacea, almeno nel vicentino, ma non è detto che altrove la cosa sia diversa visto chi gira a distribuirla sono soprattutto indiani, era gestita da un'organizzazione appunto di indiani che per controllare i suoi dipendenti - si fa per dire perché si tratta di lavoro nero- li costringeva a portare un collare elettronico GPS per poterli meglio controllare. Praticamente una forma di schiavitù elettronica, che sostituisce alle catene il più sofisticato collare informatico.
Dietro questo giro di volantini è stata scoperta, tra l'altro, una frode fiscale di circa 20 milioni di euro. Insomma, anche se non si può fare di ogni erba un fascio e pensare che tutta la distribuzione della pubblicità senza indirizzo che insozza le nostre città costituisca un business illegale, tuttavia è verosimile che quello che è stato scoperto a Vicenza non sia limitato solo a quella provincia. Ci auguriamo che le Autorità facciano tutte le verifiche del caso. Nel frattempo rinnoviamo più convinti e con più forza l'invito agli amministratori a fare qualcosa per liberarci da quei maledetti volantini. Da oggi c'è una ragione di più.
Leonardo Ferrari