giovedì 28 luglio 2011

Lettera Politica 282


Nel secondo trimestre del 2011 l’inflazione in Australia è cresciuta dello 0,9 % rispetto al trimestre precedente alzando il tasso annuo di inflazione dal 2,7 al 3,6 %.
Circa la metà dell’incremento del tasso di inflazione è stato determinato dal rincaro dei generi alimentari e, soprattutto, della frutta.
I dati, consultabili sul sito The Australian, ci dicono che nel corso degli ultimi 12 mesi il prezzo del cibo è cresciuto complessivamente del 6,1%, e che mentre il prezzo di alcuni beni quali il pane e il latte è calato, il prezzo di frutta e verdura è cresciuto vertiginosamente a causa delle varie calamità naturali (tifoni, inondazioni, etc.) che si sono abbattuti sulle regioni agricole del paese.
Il prezzo della verdura è salito del 9,7 % mentre quello della frutta è salito del 67%. Particolarmente drammatica è stata l’impennata dei prezzi delle banane che in un anno è cresciuto del 470%, passando da circa 3 dollari nel novembre 2011 ai 14 dollari al chilo che si devono pagare adesso.
Mentre il governo ritiene che l’impennata  dell’inflazione sia causata da eventi occasionali e non sia pertanto necessario alzare i tassi di interesse, il caro prezzi ha fatto crollare i consumi.  Per quello che riguarda le banane, prodotto importantissimo per l’economia agricola australiana, i consumi sono calati del 60 % negli ultimi mesi a causa del caro prezzi.
Per cui mentre altri settori dell'economia, come l'industria mineraria, continuano a crescere, l'industria agro-alimentare sembra destinata, tra il crollo della produzione e quello dei consumi, a subire una significativa flessione nell'anno in corso.
Anche se i commercianti australiani prevedono che dalla prossima settimana i prezzi dei prodotti agro-alimentari cominceranno a scendere, resta da vedere quanto tempo ci vorrà per portare i consumi ai livelli degli anni passati.
Il nesso costo del cibo/inflazione non è solo un problema australiano, ma è un problema globale e, quindi anche italiano. Il maltempo che affligge molti paesi anche europei, può indurre un rincaro dei prodotti agro-alimentari che arrivano sulle nostre tavole, e stimolare un’accelerazione dell’inflazione. E’ per evitare questo tipo di rischi, che da tempo sosteniamo, sulla Lettera Politica, che il nostro settore agricolo vada valorizzato e potenziato anche rivedendo, se necessario, gi accordi comunitari.  
Riccardo Pelizzo


Casella di testo: Lettera n. 282

mercoledì 27 luglio 2011

Una finestra sul mondo: Singapore

Singapore

Un sondaggio condotto a Singapore da JP Morgan ha scoperto che gli investitori singaporegni sono più pessimisti oggi di quanto lo fossero sei mesi fa sullo stato dell'economia. Il sondaggio ha rivelato che gli investitori preoccupati per i propri investimenti siano propensi ad adottare delle startegie di investimento meno rischiose e meno redditizie. Il numero di investitori che in queste condizioni pensano di disnvestire è in crescita.

Una finestra sul mondo: Australia


Australia

Dopo quattro anni di governo, con Rudd prima e con Gillard poi, il partito laburista ha dissipato completamente la propria credibilità fra gli elettori. In un sodaggio condotto da Newspoll e apparso oggi su The Australian, si legge che se si votasse oggi il partito Laburista vincerebbe il 29 per cento dei voti, mentre la coalizione liberal-nazionale vincerebbe il 47 per cento di prime preferenze. Dovendo scegliere fra laburisti e liberal-nazionali, il 56% preferisce la coalizione ai laburisti. Solo il 32 per cento degli Australiani è soddisfatto dall'attuale primo ministro.  

Una finestra sul mondo: Francia

Francia

Mentre il presidente francese chiede sacrifici ai parlamentari e ai suoi concittadini, non prova nessun imbarazzo a spendere milioni di dollari per rendere più confortevoli i suoi viaggi aerei.
In un rapporto appena reso pubblico è stato reso noto che il Presidente Sarkozy ha speso 1,1 milioni di euro per sigillare la chiusura della porta del suo ufficio a bordo dell'aereo, ha speso 75 mila euro per far installare dei forni per cuocere cibo fresco a bordo, ha speso oltre 600 mila euro per far effettuari dei test ed assicurarsi che i forni non avrebbero causato un incendio a bordo.
Insomma un aereo di tredici anni acquistato per 55 milioni di euro da Air Caraibes è finito per costare 260 milioni di euro ai cittadini francesi.

Lettera Politica 281

Come tutti gli altri

La crisi del centrodestra è sotto gli occhi di tutti. Non risparmia nessuno: da Berlusconi alla Lega. I suoi segni sono evidenti. Sia a chi sta nei palazzi, sia a chi sta fuori. Era iniziata con gli attacchi dei poteri forti e della stampa internazionale. E’ passata dalla scissione di Fini. E’ scoppiata in tutta la sua gravità con il tonfo elettorale di primavera. Probabilmente per il Cavaliere ed il suo entourage, che leggono settimanalmente i sondaggi, non è stata una sorpresa. Ma per il popolo della libertà sì. E’ stato un sondaggio a cielo aperto che ha rivelato il crollo dei consensi. Il tutto, sommato alle difficoltà del governo di dare risposte convincenti alle difficoltà economiche e alle promesse non mantenute di non mettere le mani nelle tasche degli italiani e di sciogliere le province, ha fatto sì che si sia diffusa la convinzione che il centrodestra difficilmente possa risollevarsi da una crisi devastante.
Noi della “Lettera politica”, che al tentativo del centrodestra di modernizzare l’Italia ci abbiamo creduto e che, pur essendo ai margini e fuori da ogni palazzo, qualche contributo lo abbiamo dato, siamo convinti che la prima cosa da fare per capire cosa fare è individuare l’elemento centrale di questa crisi e della perdita di consenso. Ci abbiamo pensato e ripensato. Alla fine siamo arrivati alla conclusione: è la delusione il nucleo centrale della perdita di consenso. La delusione derivante dal fatto che per risultati e comportamenti, ma più per i comportamenti che per i risultati, i rappresentanti del centrodestra si sono dimostrati come tutti gli altri. E questo vale sia per il Pdl che per la Lega.
Andare ad analizzare uno per uno gli episodi che hanno determinato questa convinzione è inutile. Basta andare a rileggersi sui giornali la cronaca degli ultimi mesi. Qui non si tratta più di persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi. Qui si tratta di malcostume, di comportamenti disonesti e truffaldini che vedono come protagonisti parlamentari e vari esponenti del centrodestra. Nemmeno la sinistra –si obbietterà- è esente da questa vergogna.  Appunto. La conclusione è quindi che sono tutti uguali.
Ha il suo bel dire Alfano quando proclama il partito degli onesti! Però non ha ancora cacciato nessuno. Invece bisogna avere il coraggio di farlo. In Parlamento si può anche votare contro l’autorizzazione all’arresto di un onorevole inquisito. Ma lo si può anche cacciare dal Partito se i suoi comportamenti danno adito a perdere consenso. I partiti non sono dei tribunali. Più che la questione legale e la questione morale che li riguarda. E allora fuori dalle scatole senza tanti complimenti tutti coloro che per comportamenti mettono in difficoltà il partito di appartenenza! Non solo i condannati, ma anche quelli che abusano dell’auto blu, che fanno incetta di incarichi e prebende e che si servono della politica per arricchirsi. Sennò il messaggio che passa è sempre lo stesso: sono come tutti gli altri.
Paolo Danieli

martedì 26 luglio 2011

Lettera Verona 35/11

Auto (giallo)blu

Anche Verona ha le sue auto blu. E giustamente sono finite sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica. Un’interrogazione fatta in Comune è stata l’occasione per fare un po’ di conti su quante volte gli assessori  si fanno scarrozzare sulle pregiate berline, sempre belle lustre perché la manutenzione non manca. La polemica non tocca Tosi, il quale vive ancora di rendita della scelta intelligente che fece quand’era assessore regionale alla sanità, di rinunciare alla machina di servizio per guidare quella di sua proprietà. Bell’esempio di senso civico. Che poi ha pagato anche in termini di consenso. E anche una volta eletto sindaco, anziché usare l’auto del comune Tosi gira con una messa a disposizione da un concessionario. Invece i suoi assessori le auto blu le usano. Eccome! E adesso è in corso una guerra di numeri per sapere chi  è l’utilizzatore più accanito e quello più moderato.
Ma non è questo il punto. Le auto blu del comune di Verona non dovrebbero proprio esistere! La carica di assessore comunale implica che il territorio di competenza sia quello del comune di Verona. C’è bisogno della macchina per andare avanti e indietro dal Municipio? Verona non è New York. Le dimensioni sono tutto sommato abbastanza contenute. Una bicicletta o, tutt’al più, un motorino sono più che sufficienti per adempiere ai doveri che il ruolo assessorile comporta. In caso di pioggia ci sono sempre i bus. In casi eccezionali i taxi. Al limite, se l’assessore è stanco, anziano o acciaccato (ma questo è un problema suo) da non poter inforcare la bici o il motorino o da salire i gradini del bus, può sempre utilizzare, se ce l’ha, la sua auto. Non importa di che colore, anche blu, purchè sia sua e non costi niente alla comunità.
Re Gustavo di Svezia girava per Stoccolma in bicicletta. E non per questo non era rispettato. Anzi! Anche per questo era stimato ed amato al punto che gli svedesi lo chiamavano nonno Gustavo! Ed era un re! Figuriamoci se un assessore del Comune di Verona non può fare altrettanto. Pensandoci bene, potrebbe essere un modo per risparmiare. Non solo i soldi dei cittadini, ma anche i suoi. Perché, facendosi per questo apprezzare dai veronesi, sarebbe già una mezza campagna elettorale pagata.
Michele Croce

lunedì 25 luglio 2011

Lettera Politica 280

La popolarità di Obama
Ogni trimestre, l’istituto Gallup ci informa del tasso di popolarità di cui godono i presidenti americani. La presidenza Obama, iniziata con un tasso di popolarità piuttosto elevato, ha visto scemare costantemente la propria popolarità. Il tasso di approvazione è sceso dal 63 % registrato nel primo trimestre al 44,7 % registrato nel settimo quadrimestre. Negli ultimi tre quadrimestri (8, 9 e 10) il tasso di approvazione ha oscillato fra il 46 e il 46,6 %.
La relativa impopolarità del presidente statunitense è dovuta principalmente al fatto che la crisi economica iniziata nel 2008 faccia ancora sentire il suo morso, che il debito pubblico stia crescendo ad un ritmo vertiginoso, che molti programmi di spesa pubblica anche utili debbano essere o ridotti o eliminati.
Detto questo, gli analisti cominciano a chiedersi se con questo tasso di approvazione Obama riesca a farsi rieleggere nelle elezioni del 2012. Alcuni analisti ritengono che il tasso di approvazione nel decimo quadrimestre non fornisca ancora una indicazione sufficiente per capire se il presidente in carica verrà rieletto o meno. Quattro presidenti più popolari di Obama nel decimo quadrimestre sono stati rieletti, così come lo è stato Reagan che nel decimo quadrimestre della sua presidenza godeva di scarsa popolarità. Per contro, il presidente più popolare nel decimo quadrimestre, Bush senior, non è stato rieletto.
La questione vera mi sembra non verte esclusivamente su quanto popolare sia un presidente, ma anche sulla qualità dei candidati che lo sfidano. Al momento, il partito repubblicano non sembra in grado di esprimere candidature forti che possano sconfiggere Obama nel 2012 e per tanto, a prescindere da quanto popolare sia effettivamente Obama, c’è da immaginarsi che verrà rieletto.
Riccardo Pelizzo

Lettera Verona 34/11

Le province vanno abolite. Anche quella di Verona
Che il Palazzo sia sempre più lontano dalla gente lo dimostrano due interventi in difesa delle province fatti da due diversi uomini delle istituzioni: il Prefetto di Padova, dr. Sodano e l’assessore al bilancio della provincia di Verona Stefano Marcolini. Entrambi hanno affidato alla stampa il sostegno all’istituzione provinciale minacciata da tutto un movimento d’opinione che invece la vuole abolire. Sono due difese diverse, perché fatte da due soggetti diversi. Uno, il Prefetto, rappresentante del Governo sul territorio. L’altro, l’assessore, amministratore eletto dai cittadini. Entrambi accomunati dall’ambito provinciale cui è riferito il loro ruolo. Non stupisce quindi che sostengano l’esistenza delle province, esattamente come non deve stupire che l’oste dica che ha il vino buono. Che poi il vino sia effettivamente buono è cosa tutta da verificare. Mentre è già stato verificato abbondantemente che le province non servono più e che sono uno di quei costi della politica che si possono tagliare senza alcuna conseguenza reale sul servizio ai cittadini, che può essere semplicemente trasferito ai comuni e alle regioni.
Le argomentazioni a sostegno sono le solite, ma abbastanza deboli rispetto alla gravità della situazione generale ed alla necessità di risparmiare denaro. La gente ha ormai capito che delle province se ne può fare benissimo a meno. Addirittura avrebbero dovuto essere eliminate quando vennero istituite le regioni nel 1970, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di farlo per motivo legati al consenso interno ai vari partiti. Nemmeno Berlusconi, che pure aveva inserito l’abolizione delle province nel suo programma elettorale, è riuscito a mantenere la promessa.
La difesa della provincia si avvita sempre sullo stesso discorso: chi, se non ci saranno più le province, si occuperà delle strade provinciali o di alcuni edifici scolastici? Chi vigilerà sui divieti di caccia e di pesca? La risposta è sempre la stessa: le regione ed i comuni. Ma la verità è che quelle competenze, per altro residuali, sbandierate come servizi importantissimi e non surrogabili, non sono altro che l’espediente per giustificare l’esistenza delle province. Istituzioni assolutamente lontane dalla gente e sostanzialmente ignorate. A riprova suggerisco un test. Chiedi alla prima persona che incontri per strada chi è il presidente della Provincia di Verona o il nome di un qualsiasi assessore o consigliere. Difficilmente saprà rispondere. Se invece gli chiedi se è d’accordo nel risparmiare 300 euro l’anno di tasse, cioè l’equivalente per famiglia che si risparmierebbe con l’abolizione delle province ti risponderanno subito di sì.
Ma, dicono quel Prefetto e quell’assessore, le province servono. Lo stesso diceva il responsabile dell’Ente per il risarcimento dei danni delle guerre napoleoniche prima che venisse sciolto come ente inutile solo qualche anno fa.
Leonardo Ferrari

domenica 24 luglio 2011

Lettera Politica 279

Delitto e castigo

In Parlamento si sta discutendo la riforma del sistema penitenziario che ha nel sovraffollamento degli istituti di pena  il problema più urgente da risolvere. Essa tuttavia spinge a più profonde riflessioni sul senso del risentimento penale nei confronti di chi delinque. Tanto più che il cosiddetto valore aggiunto della componente riabilitativa e rieducativa della detenzione carceraria, alle attuali condizioni, è sottoposto ad aspre critiche e a un serio riesame.
Allo stato dell’arte, il provvedimento di pena comporta una spesa (mantenimento, gestione, spazi, personale di polizia, amministrazione, sanità, volontariato, e quant’altri soggetti coinvolti) che costituisce una beffa che si aggiunge al danno perpetrato nei confronti della società danneggiata dagli eventi criminosi. In altre parole, dopo aver subito il danno, dobbiamo anche mantenere a far niente chi ci ha danneggiato.
Sarebbe tempo di passare, visti i bilanci di Stato e le relative Manovre di aggiustamento cui tutti siamo chiamati a contribuire, da un sistema penale a un sistema risarcitivo: chi ha danneggiato deve pagare. E mantenersi così da sterilizzare le spese di detenzione. A maggior ragione se chi ha fatto danni viene dall’estero, e non ha mai contribuito al benessere e alla ricchezza della nostra comunità, ma è venuto solo nella prospettiva di delinquere, in maniera sporadica oppure organizzata, magari per sfuggire a sistemi di pena ben più aspri e suasivi.
Dobbiamo smettere di essere il Paese dei balocchi, se la Repubblica è fondata sul lavoro, allora chi ci ha danneggiati lavori così da risarcirci. E cominciare a presentare anche all’esterno un volto di serietà e credibilità che nella congiuntura di crollo universale dell’accreditamento internazionale, non può che giovarci, oltre che rappresentare un vigoroso deterrente all’ingresso nei nostri confini della feccia del mondo.
Carlo Matteo Peruzzini

martedì 19 luglio 2011

Lettera Politica 278

Critici vs adulatori

Se giornali come Libero e Il Giornale criticano il centrodestra qualcosa vorrà pur dire. Quelli che li avevano accusati, in occasione dello scandalo della casa di Montecarlo, di essere il megafono di Berlusconi,  sono serviti. Se davvero fossero stati al servizio del Cavaliere, col cavolo che adesso criticherebbero il governo. E invece lo criticano. Allora, se sono liberi oggi vuol dire che lo erano anche ieri. E ben venga la critica. Serve a riportare alla realtà. Alla corte del re gli adulatori non mancano mai. Il canto di tuttovabenmadamalamarchesa  accompagna sempre il declino dei sovrani. Ragion di più per criticare. Se poi lo si fa a fin di bene e per costruire, meglio ancora.
Anche perché non si può far finta di non vedere lo scollamento che si è creato tra il popolo del centrodestra, quello che aveva dato al governo Berlusconi una delle più ampie maggioranze della storia repubblicana, e i suoi eletti. Il feeling tra il popolo della libertà e il Cavaliere non è più lo stesso di un anno fa. Basta parlare con la gente. La causa  non è il bunga-bunga, ma il sogno non realizzato di un’Italia più moderna, con meno parassiti, meno tasse e più, o almeno uguale benessere.
Per colpa di chi? Di Berlusconi? Del paese che non risponde perché la modernizzazione non s’addice all’Italia? Della sfiga?  Fatto sta che le promesse non sono state mantenute, che il futuro appare sempre più incerto e che adesso hanno anche dovuto mettere le mani nelle tasche degli italiani. Berlusconi è stato il miglior premier  possibile. E probabilmente lo è ancora, viste le alternative. Proviamo ad immaginare solo per un momento se al governo, in un periodo nero come questo, ci fosse stato Prodi o Bersani o Vendola o qualcuno del loro giro! Ma alla fine sono i risultati quelli che contano. E per tutta una serie di fattori negativi, nazionali e internazionali, lo stesso Cavaliere, dopo aver annunciato che rimarrà in sella fino al 2013, dice che non si ricandiderà più a premier.
E allora che cosa succederà? Come al solito non si può sapere. Tutte le possibilità sono aperte. Certo sarebbe stato tutto più facile se il Pdl, invece di essere un partito leggero, un po’ comitato elettorale e un po’ movimento d’opinione, fosse stato un partito pesante, con una struttura radicata sul territorio, con tanto di sezioni, congressi, dibattiti, partecipazione degli iscritti. Invece continua ad essere un partito degli eletti, molte volte dei nominati. Ma questi, abbiamo detto, sono scollati dal popolo. Anche da quello della libertà. E così il ciclo ricomincia. E non è un ciclo virtuoso.
Paolo Danieli