La sinistra della destra
Pennacchi, premiato autore di “Canale Mussolini”, buca il video. Il suo essere comunista e allo stesso tempo aver scritto un libro di successo che riconosce al fascismo il merito di aver bonificato l'Agro Pontino con una coraggiosa politica di opere pubbliche, ne fa un animale raro in un'epoca di rinnegati e contorsionisti. Perciò si fa notare. Non rinnega il suo comunismo un po' vetero. Col berrettino alla Lenin e la sciarpetta rossa, lui che è di Littoria (che in antifascista si pronuncia Latina), fondata per volontà del duce, risalta nel conformismo generale perché dà del ventennio un giudizio oggettivo. Dice che nessuno era riuscito, prima, in un'opera tanto grande. Nessuno era riuscito a risanare quelle terre abbandonate alla malaria, creando lavoro e benessere. Mussolini lo ha fatto. E chi, prima o dopo di lui, sarebbe riuscito a far trasferire volontariamente migliaia di famiglie di contadini dal Veneto per andare a bonificare le paludi laziali?
Pennacchi dice anche che il fascismo era di sinistra, perché toglieva ai ricchi per dare ai poveri. E per questo passa per fascio-comunista. Termine che può anche suonare come un ossimoro. Ma neanche troppo.
Nell'ebollizione politico-culturale del '900 fascismo e comunismo si sono scontrati sanguinosamente, raccogliendo l'adesione di tanti che in buonafede volevano un mondo migliore e per questo si sono battuti e sono anche morti. In tal senso questi due grandi movimenti si sfiorano. Soprattutto nelle vicende di alcuni uomini che sono stati fascisti e poi comunisti o viceversa. Vale per tutti la storia di Nicola Bombacci, tra i fondatori del Partito comunista, che nel '43 diventa fascista aderendo alla Repubblica Sociale quando tutto era perduto e viene fucilato assieme a Mussolini. O di tanti fascisti che diventarono comunisti come Pietro Ingrao, Roberto Rossellini, Concetto Marchesi. Si sa che nelle conversioni, specie in quelle vantaggiose, c'è spesso una componente di interesse, ma bisogna riconoscere che è possibile un'osmosi anche tra due movimenti opposti, ma con alcuni elementi in comune. Tanto che in certi intellettuali fascisti, come Berto Ricci, Ugo Spirito, Beppe Niccolai, Giano Accame, Ernesto Massi, Giorgio Bacchi, sono rinvenibili elementi qualificabili di sinistra, che riguardano soprattutto la parte sociale della dottrina del fascismo.
Nella destra italiana esiste tutt’ora quest’anima che ad alcuni piace definire di sinistra. In realtà la socialità della destra italiana nasce dalla concezione dello stato etico, dal concetto di nazione come tutt’uno organico e dal corporativismo, mentre quella di matrice marxista è legata al materialismo, alla lotta di classe ed alla negazione della proprietà. Ci sono insomma dei presupposti filosofici diversi che comunque non impediscono, specie oggi che sono cadute certe barriere, di trovare dei punti di convergenza per il bene comune. Senza confusioni però. E mantenendo le rispettive identità.
Paolo Danieli
Carissimo,
RispondiEliminavedo che la nostra chiacchierata ha avuto esiti interessanti. E' pur vero che marxismo e fascismo hanno premesse hegeliane comuni, e che prevedano entrambe uno Stato etico, dittatura del proletariato o Stato fascista, ciascuno dei quali ha finalità sociali ben definite. Il fine dello Stato è infatti la realizzazione della società e dell'individuo, del cittadino, essendone la somma organica, cioè olistica. La triade hegeliana della Fenomenologia dello Spirito indica: individuo (spirito individuato), società civile, Stato (come reindividuazione organica della società, ossia soggetto-oggetto assoluto). Ma di qui muovono le differenze: il fascismo, per realizzare l'integrazione sociale, e la coesione tra individui, non può prescindere da una sana gerarchizzazione sociale, valorizzando le forze e le sinergie sociali in un ordine costituito. Per questo considero il fascismo un fenomeno eminentemente borghese, e più precisamente il compimento del liberalismo, cioè il processo storico cogente e normativo che prende le mosse dalla Révolution. Anche il fascismo, altro punto in comune, ha una sua lotta di classe, che viene da una coscienza di classe borghese, nata dallo spirito rivoluzionario di fine '700, cui il marxismo aveva tentato di rispondere con un nuovo rivoluzionarismo reazionario, il quale riesce al collettivismo oligarchico della dittatura del proletariato attraverso i suoi rappresentanti di partito: l'equivoco di una società non gerarchizzata, come è nella sua natura, perviene di nuovo alla tirannide dell'aristocrazia di partito. E la storia ricomincia, invece di giungere al suo compimento evolutivo, al trionfo della civiltà.
Carlo M. Peruzzini
Carissimo, le Tue osservazioni, delle quali Ti ringrazio moltissimo, mi portano ad andare ancora oltre. Ci sto pensando da molto tempo, e credo che gli schemi abituali dell'ideologia politica, cristallizzati e stigmatizzati da gran tempo ad opera di tutti i filosofanti alla Norberto Bobbio, per dirne uno, si fondino su una serie interminabile di fraintendimenti e infingimenti, che forse preesistono a tutta la vulgata tradizionale e ritrita della Resistenza e dei patrii fondatori della Costituente. Credo sia un'operazione avvenuta in tempi più antichi, quando Marx nell'848 scriveva che se la rivoluzione industriale-liberale aveva soppiantato l'ancien régime, ora una nuova forza avrebbe soppiantato questa presa di coscienza; ciò mi suggerisce che i veri conservatori sono a sinistra, i veri difensori dei privilegi consolidati, i veri ingessatori sociali. Gli autentici rivoluzionari sono all'opposto coloro che vedono le cose come sono, e le rendono visibili. "Cos'è il Terzo Stato?" si domandavano i pensatori del '700, chiedendosi se fosse possibile ridisegnare una società basata sui fattori di produzione e e sull'abbattimento dei privilegi. Ora la dittatura del proletariato, o sottoproletariato, che vediamo in atto, si basa sul mandato elettorale alle forze partitiche che difendono quegli stessi privilegi di un tempo, a costituire un'aristocrazia nuova dell'antico regime. Le garanzie democratiche servono oggi soltanto a mantenere le poltrone, e guai a Berlusconi che si permette di venire a discuterne il senso e la legittimità, immediatamente bollato come liberticida. Il risultato è una pericolosa frammentazione sociale tra professionisti e professioni che lavorano e producono, tartassati e massacrati (dipinti come beceri speculatori ed evasori fiscali che parcheggiano il SUV sul marciapiede), e la massa del lavoro dipendente che vive di ammortizzatori sociali e debito pubblico, patrocinata dai paladini delle cause perse (che hanno vinto però un'altra causa: la propria), i quali si sono inventati il diritto al lavoro perché nessuno avesse a pensare che il lavoro sia una prestazione d'opera, e che magari quest'opera dovesse servire a qualcosa. Di qui una complessa e folle macchina burocratica di kafkiana memoria, una superfetazione di soggetti istituzionali nei diversi livelli negoziali (agenzie, organizzazioni sindacali, assetti dirigenziali), un ordinamento quanto mai contraddittorio, fino a pervenire alla contraddizione suicida tra gli stessi poteri dello Stato, esecutivo e giudiziario. Semplificazione amministrativa, riforme istituzionali? Temo ci vorrebbe una rivoluzione, la nuova rivoluzione borghese contro i nuovi e antichi privilegi delle aristocrazie occulte e palesi, del clero in tonaca, in toga e in doppiopetto (anche quel clero in camice bianco dei professoroni dottrina e magnamagna, per quel che mi riguarda), e della canaille lumpenproletaria che ingrossa le proprie fila con pesanti apporti dall'estero (e non è che da noi vengano gli Svizzeri o gli Svedesi...). Anche oggi dovremmo chiederci di nuovo: cos'è il Terzo Stato? cosa siamo noi? e riconvocare gli stati generali della società civile, perché ognuno si metta di fronte alle proprie responsabilità e riconosca i propri doveri prima dei propri diritti, per guardarsi in faccia e tornare a riconoscere gli interessi e gli obiettivi comuni, la nostra identità di popolo e Nazione, e vedere alfine nel volto bianco dell'altro lo specchio del mio.
RispondiEliminaMolto profonde e centrate le osservazioni del dr. Peruzzini. esse denotano la capacità di porsi con il giusto atteggiamento, culturale prima e politico poi, di fronte all'evoluzione della società e del mondo. Il rischio di una compressione, determinata dalla mutata situazione economica conseguente la globalizzazione, del ceto medio non è ancora percepita come pericolo. Ma basta fermarsi un attimo a considerare il generale impoverimento di questo strato della sacietà per capire quanto rischino gli attuali equilibri politici ed istituzionali. E' notorio che è il ceto medio il pialstro portante della democrazia. Quando questo viene messo in crisi - ed in questo momento lo è- e varie fascie della piccola e media borghesia vengono viv via spinte verso la povertà è fatale che ci siano delle ripercussioni, che cambino gli assetti. Ovviamente in peggio, verso una condizione sud-americana. E' questo che bisogna avversare. E' a questa deriva che bisogna opporre soluzioni che preservino il ceto medio, fattore essenziale di equilibrio e di salvaguardia della democrazia.
RispondiEliminaPaolo Danieli
Quando vedremo il film "Vogliamo i colonnelli" (stiamo organizzando l'evento presso L'Officina), sentiremo Tognazzi, nei panni dell'on. Tritoni, dire in comizio: "perché un operaio dev'essere uguale a un ingegnere?"
RispondiEliminaSe pensiamo che adesso un operaio che lavora ai polli Aia a S.Martino guadagna 1600 euro e un giovane ingegnere ne guadagna 800, abbiamo capito tutto. La dittatura del proletariato è questa. E stiamo parlando solo di ceto produttivo. Pensiamo a chi non lavora, a chi non ha mai lavorato, ai falsi invalidi, ai cassa-integrati, agli evasori della sola prov. di Enna (più del 95% di evasione), ai carcerati, ai parassiti di ogni latitudine, ai centri sociali, agli immigrati clandestini che portano anche malattie diffusive...
La lotta di classe oggi tocca alla borghesia.