sabato 5 febbraio 2011

Lettera Politica - 228

Negli ultimi 17 anni gli studiosi di politica comparata si sono accorti di un nuovo fenomeno che in inglese si chiama the judicialization of politics, la giudizializzazione della politica.
Con questo termine si definisce la crescente tendenza del potere giudiziario a diventare un vero e proprio potere politico. Questo fenomeno è uno dei pochi ad essere veramente globale: si è verificato nelle Americhe, in Europa, in Asia e in Africa.
Negli Stati Uniti il prof. Ben Ginsberg diceva che il crescente ruolo politico della magistratura, con una politica fatta di rivelazioni, indagini e processi, finisce con l’impedire a governi democraticamente eletti di svolgere il proprio mandato, col ridurre il gap di potere fra governo e opposizione e, in ultima analisi, col ridurre il significato e le importanza del suffragio, che è l’anima della democrazia. Queste cose Ginsberg le scriveva in uno splendido libro che sia chiama Politics by other means, che meriterebbe di essere tradotto per il pubblico italiano.
L’impatto della giudizializzazione sulla politica e sugli assetti costituzionali varia da paese a paese. Nei paesi con assetti costituzionali forti, come gli USA, essa rende solo meno efficace l’azione di governo. Clinton ha fatto meno di quello che avrebbe potuto perché era impegnato a difendersi dalle accuse che gli venivano mosse. In paesi costituzionalmente più fragili la giudizializzazione ha comportato crisi di governo e, nel caso tailandese, anche un colpo di stato militare.
Nel nome del buon governo e della probità, il potere giudiziario in Tailandia come in altri paesi del sud est asiatico, mostra un carattere essenzialmente politico e antidemocratico. L’implicazione pratica di questa trasformazione è chiara: la concezione tradizionale della divisione dei poteri non fornisce più un’immagine adeguata del rapporti fra i tre grandi poteri dello stato ed in molti paesi si vede la necessità di fare delle riforme istituzionali che ristabiliscano un sano equilibrio dei poteri, senza il quale la democrazia è votata al fallimento.
Riccardo Pelizzo, M.A. Ph.D.

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