giovedì 23 giugno 2011

Lettera Verona 30/11


La Grande Verona
Parlare del fascismo fa sempre audience. Chissà perché. Perfino i giornali quando hanno bisogno di vendere copie buttano fuori un opuscolo sul ventennio, una biografia di Mussolini o roba del genere e le vendite aumentano. Fino a qualche anno fa era di moda parlarne male. Oggi molto meno. Forse perché il tempo è galantuomo. Certo, durante il ventennio sono stati fatti degli errori. E anche gravi. Ma non tutto quello che è stato fatto è da buttar via.
Questo vale anche per Verona. Forse i più giovani non sanno che fino al 1927 Parona, Quinzano, Avesa, Poiano, Montorio, S. Michele e S.Massimo erano comuni a sé, con il loro sindaco e la loro organizzazione municipale. Un bel giorno Mussolini, che stupido non era e che pensava in grande, pensò di accorparli a Verona. Con un tratto di penna mandò a casa i relativi sindaci, fece chiudere baracca e burattini e diede vita a quella che allora fu chiamata la “grande Verona”, che è poi quella che abbiamo adesso. L’intento del Duce era quello di risparmiare denaro e razionalizzare i servizi in un’ottica di sviluppo demografico ed economico.
Meno male che questa operazione la fece il fascismo, che poteva infischiarsene del consenso in questo o quel paese che, tanto, ne aveva da vendere. Meno male! Altrimenti S.Massimo o Montorio sarebbero ancora dei comuni a sé. Eppure per quei tempi quelle che oggi sono delle frazioni del capoluogo, erano molto più distanti da Verona di quanto non lo siano oggi Negrar, Pescantina, Grezzana, S.Martino B.A., S.Giovanni L., Castel d’Azzano, Villafranca, Sona, Sommacampagna e Bussolengo. E nel 2011 non sarebbe male fare un’operazione di quel tipo, se non altro per razionalizzare meglio i trasporti pubblici, i servizi e risparmiare un bel po’ denaro pubblico eliminando delle amministrazioni comunali con annessi e connessi. Sarebbe bello passare ad una fase 2 della “grande Verona” e, con i necessari accorpamenti mettere insieme una città di 410.000 abitanti, la settima d’Italia, dopo Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Genova. Ciò, oltre ai vantaggi già detti e ad un miglioramento dell’immagine, produrrebbe l’effetto di accedere ad una quota superiore di finanziamenti dello stato, con evidenti beneficii per tutti.
Ma per fare tutto questo ci vuole un requisito raro: saper pensare in grande.
Leonardo Ferrari

1 commento:

  1. Il problema è proprio questo, a mio avviso, e in questo momento critico acquista una peculiare visibilità: potersene infischiare del consenso. Specialmente laddove il consenso si costruisce sule campagne mediatiche e non sulla risonanza dell'operato di governo. Abbiamo visto come Berlusconi è scivolato sul sistema che ha contribuito egli stesso a creare, ora non sarebbe più credibile, per difetto di consenso, nemmeno se volesse o potesse fare qualcosa di buono. I pessimisti parleranno di gravità del momento, gli ottimisti di plasticità e di spazio d'azione. Certo sarebbe da augurarsi che la gente potesse riconfermare un consenso sulla base di qualcosa che ha apprezzato.

    RispondiElimina