Il taglio non fatto
E’ da tempo che noi della “Lettera politica” ci battiamo per l’abolizione delle province. Prima che essa venisse inserita nel programma del governo Berlusconi. Abbiamo già illustrato, probabilmente fino alla noia, i vantaggi che ne deriverebbero: 10,6 miliardi di euro, fatti salvi i posti di lavoro. Praticamente un quarto dell’intera manovra finanziaria progettata da Tremonti fino al 2014. Una bella cifretta che ci metterebbe al riparo da altri tagli con maggior impatto sulla vita degli italiani e che all’estero costringerebbe i nostri severi censori, dalle agenzie di rating ad alcuni paesi “amici”, ad ammettere che l’Italia non scherza nel risanamento dei conti ed è pronta, pur di mantenere gli impegni, a prendere in mano le forbici e tagliare addirittura un’istituzione prevista dalla Costituzione.
Si sapeva che Berlusconi era stato costretto a rinunciare a questo punto del suo programma perché la Lega aveva posto il veto, nonostante fino a qualche anno fa volesse abolire province e prefetti in quanto emanazione del centralismo statalista. Motivo: ha quattro province a presidenza leghista!
Martedì 5 luglio la Camera ha rinunciato definitivamente a procedere a questa riforma. La maggioranza compatta ha votato a favore del mantenimento delle province. E ha sbagliato
Noi, che pure ci riconosciamo nel centrodestra, non possiamo tacere di fronte a questo clamoroso errore. Non solo perchè disattende il programma elettorale, ma perchè è un’occasione perduta, forse la più grossa, per dare un segnale a quegli elettori che in occasione delle ultime amministrative e del referendum hanno rifilato due sberle alla coalizione.
Da parte di Berlusconi, dicevamo, ci sarebbe voluto un colpo d’ala per recuperare il consenso perduto. E individuavamo nell’abolizione delle province e del finanziamento pubblico dei partiti due atti fondamentali per dare una risposta al crescente malcontento contro “la politica”. Dobbiamo registrare che non c’è stato. Peccato, perchè quello era il taglio che costava meno e rendeva di più.
Paolo Danieli
E invece si insiste nella fallimentare visione politica e costituzionale della frammentazione dei livelli e della lottizzazione delle cadreghe. A cosa serve, di grazia, l'assessore alla cultura di un comune di 1500 anime? Forse si potrebbe, secondo l'idea della "grande Verona", accorpare i comuni e redistribuire le competenze delle provincie tra questi e le Regioni.
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