Alcune proposte per migliorare l’università
La stampa ci dice che l’Italia naviga in cattive acque e addossa la responsabilità a una classe politica che non entusiasma. Non vogliamo minimizzare le sue responsabilità - troppo spesso pare non essere all’altezza delle sfide che deve affrontare- ma ci sono dei problemi per cui la classe politica non ha colpa.
I giornali ci dicono anche che le università italiane non reggono il confronto con quelle straniere. La migliore università italiana è l’università di Bologna, al 183° posto. Tutte le altre, inclusa la Sapienza di Roma, sono così scadenti da non riuscire ad entrare fra le migliori 200 università del mondo.
Gli accademici nostrani amano addossare la responsabilità di questo sfacelo ai governi e ai tagli di bilancio. Eppure ignorano che le nostre università sono dei carrozzoni costosissimi e che, a parità di spesa, gli atenei stranieri producono di più e meglio dei nostri.
Perché allora le nostre università funzionano tanto male? Perché gli accademici, con poche lodevoli eccezioni, non sono adeguatamente preparati, non sanno fare ricerca, non conoscono le lingue straniere, non si tengono aggiornati sugli sviluppi metodologici e sostanziali nelle loro rispettive discipline e, pertanto, non pubblicano nelle riviste scientifiche che contano.
Come risolvere il problema? Ecco alcune proposte concrete di facile applicazione.
Primo, tutti i docenti universitari devono essere in possesso di un dottorato di ricerca o titolo equivalente, come il d.phil inglese o il ph.d. americano.
Secondo, il dottorato di ricerca deve essere ristrutturato. Va ridotto il numero di studenti ammessi al dottorato e ne va aumentata la qualità. Si deve pretendere che lo studente non si limiti a scrivere una tesi di ricerca originale, ma che segua dei corsi di specializzazione e che sostenga degli esami generali. Così ci assicura che lo studente abbia non solo una grande specializzazione (tesi) ma anche che abbia una buona padronanza di tutta la materia (esami generali).
Terzo, i concorsi devono essere fatti per titoli (pubblicazioni scientifiche) come avviene in tutti i paesi civili, in modo che ad andare avanti siano i bravi e non i miracolati.
Quarto, gli studiosi devono continuare a pubblicare in riviste internazionali anche dopo esser stati assunti da una università. Così si elimina il brutto vizio di quegli accademici nostrani che, una volta arrivati, si occupano di tutto tranne che di far bene il proprio lavoro.
Si tratta di riforme semplici ma importanti. Se non riformiamo l’università, non possiamo rilanciare la ricerca e senza ricerca l’Italia non ha un gran futuro.
Luca Firmiani
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