domenica 2 ottobre 2011

Lettera Politica 305

Nuove costruzioni? No grazie
L’edilizia, che come tutti sanno rappresenta un volano per l'economia, è in crisi. Dal 2008 sono saltati, considerato l'indotto, 350.000 posti di lavoro; 7.200 imprese sono state chiuse; 5 milioni di ore di lavoro sono state perse, ci sono 37.000 disoccupati.
La causa è intuibile: lo stato e i cittadini non hanno soldi e quindi il settore è fermo. Ma non è solo questo. Ci sono dei motivi demografici e sociali ben precisi: l'invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle nascite, il prolungamento della convivenza con i genitori dei giovani che non trovano lavoro e che quindi non costituiscono nuovi nuclei familiari.
Il tutto si traduce in una diminuita domanda di case a fronte di una maggior offerta che, in termini economici, significa perdita del valore immobiliare.
Inoltre questa situazione ha implicazioni molto gravi sugli assetti sociali del nostro paese, fondato sul ceto medio.  Gli italiani, che notoriamente sono dei risparmiatori, hanno tesaurizzato nel mattone e la perdita di valore degli immobili significa sostanzialmente un ulteriore impoverimento, come se la crisi  non bastasse.
Che fare allora? Certamente si dovrà puntare sulle opere pubbliche, come insegna la storia recente, reperendo risorse dalle dimissioni del patrimonio immobiliare dello stato. E si dovrà anche investire sulla riqualificazione urbanistica e sul restauro dell'esistente.
Ma una cosa e'  certa: non si può continuare a costruire. Prevedere, come prevedono generalmente i piani regolatori dei comuni, la costruzione di nuovi edifici significa non avere una visione prospettica della società. Non solo. Costruire altre case che non verranno mai vendute e che rimarranno vuote, come è vuoto un numero sempre maggiore di appartamenti, basta girare per le strade e guardarsi attorno, significa portare al fallimento altre imprese edili, oltre che far diminuire ulteriormente il valore degli immobili esistenti.

2 commenti:

  1. Opere pubbliche, Paolo? Con quali soldi? Non ne abbiamo già troppe di opere pubbliche da mantenere? Le dismissioni debbono servire a spostare massa salariale e massa critica contrattuale dal pubblico al privato. Dopo tutto questo, chi sarebbe più disposto a credere al pubblico? La Lega e la sinistra forse. Noi crediamo a noi stessi, privati che possono cambiare la società e la politica, esattamente come era Berlusconi.

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  2. Uno spettro si aggira per l'Italia. È Il fantasma della patrimoniale. L'Italia, si dice da un po' di tempo in qua, ha un grande debito pubblico ma a differenza di Paesi come la Grecia è anche ricca e risparmiosa. Per questo, sottraendo risorse al risparmio dei privati per ripagare il debito pubblico possiamo "riequilibrare i due recipienti"
    Il Tesoro stima che la pressione fiscale raggiungerà il 43,8% nel 2012. E il livello più alto mai raggiunto dai tempi dell'eurotassa. Le alte tasse hanno un effetto depressivo sull'economia: anche per loro causa, cresciamo poco.
    La patrimoniale non fa eccezione alla regola. Lasciamo perdere il fatto che sarebbe una tassa particolarmente odiosa: colpirebbe il risparmio, già tassato in precedenza quale reddito. In Italia buona parte del risparmio finisce nel mattone: un'imposta patrimoniale ad aliquota elevata avrebbe conseguenze sul mercato immobiliare, portando a un'erosione del valore delle case. Colpire il risparmio significa inevitabilmente disincentivare gli investimenti: e per uscire dalla crisi, abbiamo necessariamente bisogno di più investimenti.
    Abbassare l'asticella del debito avrebbe effetti positivi? Si ma non basterebbe, in una situazione di perdurante stagnazione economica. Tornare a crescere è ciò che più insistentemente ci viene richiesto dalle grandi istituzioni internazionali e dai mercati. I nostri problemi vengono dal fatto che non siamo più ritenuti debitori credibili. Questo proprio perché non cresciamo: non diamo garanzia di essere in grado di restituire agevolmente i debiti contratti.
    Mettere l'Italia al riparo dalla tempesta finanziaria significa riconsegnarla alla crescita. Il che imporrebbe una serie di interventi diversi, alcuni dei quali avrebbero effetti pressoché immediati (le privatizzazioni), altri che avrebbero effetti nel medio termine (le liberalizzazioni), ma che contribuirebbero gli uni e gli altri a renderci credibili. Di fronte al mondo e ai mercati.

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